No, non c’entra nulla col suo quasi omonimo “da Norcia” reso celebre da Vittorio Gassman: Brancaleone degli Andalò (1220-1258) è esistito davvero ed è stata una figura di spicco nella Roma del medioevo.
Siamo nel pieno del XIII secolo. L’ambiente è quello della Roma contesa dal papa, dall’imperatore e dalle famiglie dei senatori, la Roma degli intrighi, delle congiure, dei bui ed umidi palazzi che ancora sono molto lontani dagli splendidi e luminosi saloni del Rinascimento e del barocco.
Il grosso d’argento di Brancaleone degli Andalò
In questo panorama inquietante e, nel contempo, affascinante e misterioso, si inserisce una piccola moneta in argento, non particolarmente bella per tipi e qualità di incisione, ma decisamente interessante per ciò che è in grado di raccontarci. Si tratta di un grosso abbastanza raro, del diametro di mm 23 circa e dal peso oscillante tra i g 3,38 e i 3,60. Poco argento, lavorato in maniera sommaria, con uno stile che ancora ricorda la monetazione di tipo carolingio o ottoniano ma che, nelle figure scelte, vuole ricordarci potenza e grandezza.

Roma, Brancaleone degli Andalò (1252-1258): grosso in argento, dritto con + BRANCALEO : S. P. Q. R. e leone andante verso sinistra
Al dritto troviamo infatti un leone dalla folta criniera che avanza verso sinistra; al rovescio il tondello mostra una donna seduta in trono, con globo nella mano destra e palma nella sinistra, simbolo e figura di Roma. Troviamo tali tipi già presenti sulle emissioni immediatamente precedenti a questa, che appartiene ad un periodo che va dal 1253 al 1258: nei grossi anonimi del 1253 troviamo, per la prima volta nella monetazione di epoca medievale, queste due figure.
La differenza tra le due emissioni, in realtà praticamente coeve, sta nella legenda, nel nome dell’autorità che deve garantirne la legalità e la circolazione: se infatti nei primi grossi la leggenda del dritto indicavano il SENATVS come autorità costituita, in quelli di poco successivi leggiamo il nome, leggendario e affascinante, di BRANCALEO seguito dall’acrostico molto significativo di S.P.Q.R. (Senatus Populusque Romanus) che allude ad un’autorità acquisita e legittimata dal Senato e dal popolo romano, una benedizione che, fin dai tempi antichi, rappresentava la vera origine del potere della “cosa pubblica” a Roma.

Roma, Brancaleone degli Andalò (1252-1258): grosso in argento, rovescio con Roma in trono, vistra frontalmente, con corona, globo e ramo di palma, e legenda + ROMA CAPVT MVNDI
Quel nome ormai sepolto nel passato ci ricorda che proprio a Brancaleone degli Andalò, esponente di una potente famiglia bolognese, venne chiesto di reggere le sorti di Roma, in un momento in cui la città si trovava in grandi difficoltà politiche, caratterizzato da un grave vuoto di potere che aveva ovviamente causato soprusi, corruzione, vendette personali, mancanza di rispetto delle leggi.
Uno “straniero” a capo del governo dell’Urbe
Il fatto che i romani si siano rivolti ad uno “straniero” per reggere le sorti della loro città e per affidargli la svolta in positivo non deve meravigliare: era consuetudine del sistema comunale far venire esponenti di famiglie nobili di altre città affinché chi era designato al potere non fosse coinvolto in legami di parentela o, peggio, di interessi personali, non dovesse favori a nessuno e fosse così il più imparziale possibile.
Anche la durata della sua carica, limitata nel tempo ad un massimo di due anni, avrebbe dovuto garantire che non si costituissero legami troppo stretti con alcune parti della città, che non si cadesse in una autorità legata alla persona e che il titolo non venisse trasmesso in eredità. Chi accettava di reggere questa carica, di grande prestigio, si impegnava a rispettate lo statuto del comune ed aveva principalmente funzioni esecutive e giudiziarie.

Un grosso d’argento dello stesso tipo di quello a nome di Brancaleone degli Andalò ma con l’indicazione al dritto che recita + SENATVS S. P. Q. R.
La famiglia degli Andalò aveva “esportato” podestà, i quali avevano dato prova di grande rigore e serietà, in alcune delle città più ricche e prestigiose del tempo (ricordiamo, tra le altre, Firenze, Siena, Genova). E non vi è dubbio che anche il nostro Brancaleone abbia preso molto sul serio questo incarico e abbia esercitato il suo potere con grande severità ed imparzialità, punendo senza riserve chi aveva trasformato la Roma di quegli anni in un territorio senza legge e senza diritti.
Nei primi tre anni che lo videro alla guida della città riuscì persino a costringere papa Innocenzo IV a riconoscere i diritti del popolo. A rendere, però, più oscuro e tetro lo scenario di quegli anni bisogna ricordare un altro particolare: il nostro accettò l’incarico a patto che a Bologna venissero mandati degli ostaggi. Tuttavia, anche questa era una prassi frequente, ma ci riporta in un’atmosfera di sospetto, di patti disattesi, in un mondo dove parole come “onore” , “nobiltà” e “fiducia” avevano un significato molto labile.
Odiato dai senatori, amato dalla popolazione
Amato dal popolo per la propria imparzialità, Brancaleone venne da questo riconfermato per altri tre anni; ma i nobili, scontenti per il medesimo motivo, lo imprigionarono e chiamarono un bresciano, Manuello Maggi a “difendere” i loro diritti.
I bolognesi, attenti alle sorti del buon concittadino, risposero restringendo ulteriormente la libertà degli ostaggi, e affidandoli alle “cure” di Galeana Ravioli, moglie di Brancaleone. Finalmente liberato dopo annose trattative ed oneroso riscatto, il signore bolognese riuscì a rientrare nella sua città. Ben presto venne richiamato a Roma dove, nel frattempo, il Maggi era stato destituito.
Una morte improvvisa e misteriosa a soli 38 anni
Per non correre il rischio di ritrovarselo tra i piedi, il benservito venne somministrato… per morte violenta. Nel 1257 Brancaleone Andalò fece di nuovo il suo ingresso a Roma e ricondusse sotto il suo ferreo controllo la città ed il suo contado. Finché, nel 1258, lo colse morte improvvisa. A tutt’oggi non sappiamo le cause di questo decesso. I romani però gli resero grandi onori e chiamarono lo zio Castellano Andalò a continuarne l’operato.

La continuità dei tipi e delle iconografie nella monetazione romana del periodo è testimoniata da questo grosso rinforzato a nome di Carlo I d’Angiò (12681278 e 1281-1284)
In un panorama così fosco non stupisce il fatto che per diversi anni la monetazione romana sia molto monotona e che leone e figura coronata della città vengano riproposte per diversi decenni: la confusione istituzionale, le trame sempre in agguato, la mancanza di un’autorità forte e certa hanno creato un clima di cui senz’altro anche la zecca ha patito, senza sentire il bisogno – o senza avere le capacità – di creare nuovi tipi di monete.
A questo proposito possiamo ricordare che proprio nel 1252 Genova e Firenze fecero battere rispettivamente i primi genovini e fiorini in oro. Di certo sappiamo che la monetazione romana in quegli anni proseguì a nome di Carlo D’Angiò, a partire dal 1263, sempre con gli stessi tipi, anche se con legenda modificata.






































