Il Rinascimento, epoca raffinata e di ineguagliabile spessore culturale nella quale anche dietro l’espressione “impresa della scopetta” si nascondono risvolti politici, filosofici e, perché no, numismatici. Ma cosa si intende col termine “impresa”? Non certo un’azienda, chiaro, quanto una composizione simbolica, costituita da un’immagine e da un motto adottata da un personaggio o da una casata per esprimere un intento, un ideale, una virtù o un avvenimento significativo.
L’impresa della scopetta di cui parliamo oggi, in particolare, si riferisce a Gian Galeazzo Maria Sforza che nel periodo di reggenza dello zio Ludovico Maria Sforza detto “il Moro”, 1480-1494, fa coniare un grosso in argento da 5 soldi un cui esemplare di bellissima conservazione (mm 26,10, g 2,96)è in catalogo al lotto 730 dell’asta Cambi e Crippa Numismatica 1155 del 12-14 maggio prossimi.

L’impresa della scopetta adottata dagli Sofrza in un fregio murario e in un’antica miniatura
Occasione perfetta, dunque, per rinverdire i fasti dell’impresa della scopetta, così chiamata perché sul rovescio della moneta si può ammirare, per l’appunto, una piccola scopa di saggina avvolta da un nastro su cui si legge il motto MERITO ET TEMPORE (“Con il merito e con il tempo”). Attorno alla raffigurazione (testina di sant’Ambrogio) LVDOVICO PATRVO GVBNATORE.
Sul dritto troviamo invece, più prosaicamente, (testina di sant’Ambrogio) IOGZ M SF VICECO DVX MLI SEXT attorno alla corona ducale da cui escono rami di palma e di ulivo. L’impresa della scopetta o spazzola (“brustia” in dialetto milanese) venne poi impressa anche da Francesco II Sforza (1521-1535) sui grossi da 3 soldi.


Il magnifico grosso da 5 soldi di Gian Galeazzo Maria Sforza con la reggenza Ludovico Maria Sforza detto “il Moro” in asta Cambi e Crippa Numismatica il 12-14 maggio
Prediletta da Ludovico il Moro con il motto MERITO ET TEMPORE, l’impresa secondo Carlo Crippa l’impresa starebbe a testimoniare l’intenzione di ripulire il Ducato di Milano da ogni bruttura o stortura, facendone uno “stato ideale”.
Bernardino Biondelli, nella sua dissertazione sulle monete milanesi del 1968, ricorda tuttavia un aneddoto che indicherebbe un altro significato: “Ricevendo un giorno Ludovico alcuni ambasciatori fiorentini in una sala, la faceva intanto scopare per dar loro ad intendere le proprie intenzioni d’impadronirsi (con il valore e con il tempo) degli Stati italiani; e che quelli, avvedutisi, lo avvertirono che la spazzatura gli insudiciava le vesti”. Interpretazione quest’ultima giudicata “poco felice” da Biondelli, “esclusa d’altronde dal fatto che la stessa impresa era stata anteriormente adottata dal padre del Moro”.

Zecca di Milano, Francesco II Sforza (1521-1535): grosso da 3 soldi (Ag, mm 22,60, g 2,71) con l’impresa della scopetta di nuovo in evidenza
Circa il soprannome “il Moro”, questo dovrebbe esser stato attribuito a Ludovico a causa del colorito scuro della carnagione e dalla sua folta e nera capigliatura; secondo un’altra tradizione il soprannome deriverebbe invece dal carattere di Ludovico che – per la sua accortezza – sarebbe stato paragonato dal padre alla pianta del gelso, detta volgarmente “moro”, assunta dall’araldica come simbolo della prudenza dato che verdeggia solo a stagione avanzata.
Il grosso da 5 soldi della zecca di Milano che porta “in trionfo” l’impresa della scopetta è proposto, in una splendida conservazione inconsueta per questo tipo di moneta, ad una base di 2500 euro. Ma c’è da scommettere che a fine asta, quella scopetta “ramazzerà” dalle tasche del fortunato acquirente una cifra molto maggiore…






































