Strana, stranissima storia quella della Repubblica di Cospaia, lembo di terra di appena 3,2 chilometri quadrati che tra il 1441 e il 1826 ha rappresentato – complice una “svista” nella demarcazione di un confine – un minuscolo stato cuscinetto incuneato fra i domini di Firenze e quelli del pontefice.
Anno 1441: variazioni di confine tra Firenze e lo Stato Pontificio
Situata in Alta Valle del Tevere, tra l’odierno comune umbro di San Giustino e quello toscano di Sansepolcro (città natale di Piero della Francesca e Luca Pacioli), la Repubblica di Cospaia nasce dopo che Sansepolcro passa di mano, nel 1441, quando Eugenio IV cede la città e il suo circondario a Firenze in cambio di 22.000 fiorini d’oro (in realtà, a saldo di un debito contratto dalla Camera apostolica che il pontefice veneziano non poteva onorare “in solido”).

Foto d’epoca dell’abitato di Cospaia (Perugia), su un colle al confine tra Umbria e Toscana
Per errore, nella demarcazione dei nuovi confini fra Stato Pontificio e Repubblica di Firenze, una piccola striscia di terreno che si allunga fino al Tevere non viene inclusa nel trattato che delimita le frontiere e i residenti – poche decine di famiglie – colgono l’occasione per dichiarare di non essere più sottoposti a nessuna autorità.
L’equivoco deriva dal fatto che, a mezzo chilometro dal torrente che doveva stabilire la demarcazione (chiamato “Rio”), esisteva un omonimo corso d’acqua. Così, i delegati della Repubblica di Firenze indicano come nuova delimitazione il “Rio” che si trova più a nord, mentre gli agrimensori dello Stato Pontificio, invece, il “Rio” a sud dando origine a un lembo di terra nullius, la Repubblica di Cospaia per l’appunto.
Un micro stato senza leggi sopravvissuto per 385 anni
Amministrata dal Consiglio degli anziani e capi famiglia che si riunisce fino al 1718 nella casa della famiglia Valenti e poi, dal 1718 al 1826, nella chiesetta dell’Annunziata, la Repubblica di Cospaia non ha statuti né leggi scritte, né polizia né magistrature. Unico sodalizio noto, una Confraternita dedicata alla Madonna, di cui si hanno notizie da inizio XVII secolo.

La chiesa di San Lorenzo e l’architrave con il motto inneggiante alla libertà della repubblica
E proprio sull’architrave d’ingresso della chiesa dell’Annunziata si legge l’unica testimonianza scritta del minuscolo Stato, il motto “Perpetua et firma Libertas“, che è ripetuto anche sulla campana. Alle sedute del Consiglio partecipa il parroco della chiesa di San Lorenzo, sia per la sua autorità sia perché, in molti casi, unica persona non analfabeta.
Detti in dialetto anche Rio e Riascolo, i due torrenti segnano così per 385 anni i confini naturali della Repubblica di Cospaia, anomalo e peculiare caso storico fino a quando, nel 1826, con un atto di sottomissione a un delegato di papa Leone XII i capifamiglia non accettano la sottomissione allo Stato della Chiesa.
Anno 1826, la Repubblica di Cospaia si sottomette al papa
Possiamo stimare che al momento della sua dissoluzione la Repubblica di Cospaia – nelle carte, in ogni caso, sempre indicata come “Villa di Cospaia” – conti circa 400 abitanti; i quattordici capifamiglia che firmano l’atto di sottomissione e decidono per la fine della secolare autonomia ottengono in cambio una moneta d’argento, un doppio giulio (o papetto, del valore di un quinto di scudo romano) e il diritto di continuare a coltivare tabacco nelle loro terre.

Scudo di Leone XII 1826: è l’anno in cui la Repubblica di Cospaia passa sotto dominio papale
Cospaia, infatti, oltre che zona grigia tra Granducato di Toscana e Stato Pontificio, luogo di contrabbandi e rifugio di briganti, campo di duelli d’onore e di equivoci incontri lontani dai “birri” di entrambi gli stati, dal 1574 è la culla italiana della coltivazione del tabacco, all’epoca chiamato “erba tornabuona” dal nome di Niccolò Tornabuoni (?-1598) che da vescovo di Sansepolcro ne ha introdotta la coltivazione nella zona.
Tra i privilegi che la ex Repubblica conserva dopo il 1826 vi sono l’esenzione da una serie di balzelli per alcuni anni, un’amnistia per i reati minori commessi dai suoi residenti prima dell’annessione e una quota di piante di tabacco che gli abitanti possono coltivare oltre quello già nei depositi. Curioso dettaglio, alle ragazze nubili che si fossero maritate negli anni 1826 e 1827 viene concessa anche una “dote pubblica” di dieci scudi romani.
Un ritrovamento numismatico e frammentari ricordi
Questo preambolo storico ci è necessario per introdurre le due monete che un privato della zona di Cospaia ci ha messo a disposizione, assieme a una preziosa, per quanto frammentaria, testimonianza orale. Si tratta di uno scudo papale del 1831, coniato a Bologna sotto Gregorio XVI Cappellari e al tipo della presentazione di Gesù al Tempio, e di un francescone granducale a nome di Leopoldo II d’Asburgo-Lorena risalente al 1858.

Il francescone del 1858 proveniente dalla ex Repubblica di Cospaia con la sua montatura
Secondo la testimonianza del proprietario, le due monete si trovavano in origine appese insieme sotto un’immagine sacra in una delle due chiesette della ex Repubblica di Cospaia e furono serbate alla chiusura dell’edificio di culto dall’ultimo parroco residente del paesino, don Riccardo Gennari, il quale le passò alla persona che tuttora le conserva.
Entrambe le monete presentano un appiccagnolo in argento e le caratterizza una scura patina uniforme, che i numismatici di una volta avrebbero classificato come “da fumo di candele”. I due appicagnoli identici lasciano supporre che furono realizzati da uno stesso argentiere, forse nella vicina Città di Castello o a Sansepolcro, e che la coppia di esemplari fu donata, come ex voto o come offerta, da un abitante o da una famiglia di Cospaia a seguito di una grazia ricevuta.
Lo scudo papale del 1831, zecca di Bologna, conservato assieme alla precedente monete
Due monete fra devozione religiosa e memoria storica
Suggestivo – ma probabile – pensare che il dono delle due monete, una granducale e una pontificia, sia stato fatto da un abitante del paesino e sia stato dettato anche da una “memoria affettiva” verso la Repubblica di Cospaia; un dono che, viste le date delle due monete, deve però risalire per lo meno al 1858, millesimo del francescone di Leopoldo II, ma che potrebbe essere avvenuto qualche anno dopo, a Unità d’Italia già consolidata.
Un omaggio devozionale prezioso, in ogni caso, dato che stando al Regio decreto n. 123 del 17 luglio 1861 “circa il corso legale della lira italiana de’ suoi multipli e summultipli, e circa il corso ed il ragguaglio delle monete battute dai cessati Governi delle varie Provincie d’Italia”, uno scudo romano valeva 5,32 lire e il francescone 5,60 lire.
Per comprendere il potere d’acquisto delle circa 11 lire italiane che avevano le due monete ex voto, quindi, si consideri che nei primi anni dopo l’Unità l’affrancatura di una lettera da 10 grammi costava 15 centesimi, un giornale 10 centesimi, un chilo di pane bianco 25 centesimi, uno di maiale 80 centesimi, uno di carne bovina 60 e uno di agnello 40; una maestra percepiva circa 25 lire al mese di stipendio, un maestro attorno a 35 lire (la disparità nei salari è problema antico…). La “congrua” annua di un parroco, invece, poteva arrivare a sfiorare le mille lire.

Due monete come quelle al centro di questo articolo e uno dei primi saggi sulla storia di Cospaia
Certo, la storia delle due monete ex voto dalla, a sua volta, ex Repubblica di Cospaia andrebbe suffragata con documenti che, purtroppo, non esistono. Sola è rimasta la frammentaria memoria di un episodio che conferisce a quei due esemplari un valore ben più profondo di quello che avrebbero in un listino di vendita, proposti a poche decine di euro come “monete ottocentesche con appiccagnolo, patina scura”.






































