Gli ultimi sesterzi di Roma imperiale sono monete interessanti, oltre che rarissime, dal momento che si svelano una pagina di numismatica che riflette una situazione economica particolare. Quando fu originariamente introdotto, negli anni attorno al 211 a.C., il sesterzio era infatti una minuscola moneta d’argento del valore di un quarto di denario.

Sesterzio anonimo repubblicano in argento coniato nel 214-213 a.C. circa (diametro mm 12-13, peso g 1,04): al dritto il segno di valore IIS

 

Poi, intorno al 23 a.C. Augusto promulgò una riforma monetaria che reintrodusse il sesterzio, coniato sporadicamente, sotto forma di una grande moneta di oricalco (ottone). La distinzione tra ottone e bronzo era importante: l’ottone era stato utilizzato per la prima volta come metallo monetario nel Ponto, durante il regno di Mitridate VI (132-62 a.C.) in sostituzione dell’argento, che era diventato raro.

Il nome romano dell’ottone (orichalcum dal greco oréichalkos, “rame della montagna”) significava “oro-rame” ed era giustificato del suo aspetto colore giallo e brillante, simile all’oro, per lo meno appena le monete venivano appena coniate (ce lo ricorda Plinio il Vecchio, Naturalis Historia 34.4).

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Un bel sesterzio di Nerone (62-68) coniato dalla zecca di Lugdunum (l’odierna Lione): il suo diametro è di mm 37 circa e il peso di g 24,8) 

 

Questa moneta in lega di rame e zinco ebbe grande fortuna e il sesterzio continuò a essere coniato fino alla fine del III secolo, sebbene si verificasse un progressivo deterioramento sia nella qualità del metallo utilizzato che nelle tecniche di produzione.

Gli imperatori, col passare del tempo, per realizzare nuovi sesterzi si affidavano sempre più alla pratica di rifusione dei sesterzi più vecchi, un processo che portò alla graduale perdita della componente di zinco a causa delle elevate temperature elevate necessarie per fondere il rame.

La composizione mutò quindi in una lega di bronzo con una componente di piombo, metalli più economici. Anche i teondelli, col tempo, soffrirono di una preparazione più grossolana attraverso un metodo di produzione di massa che li rese di forma più irregolare e spesso quasi quadrata.

Sesterzio a nome dell’imperatore Postumo (259-268) coniato a Lugdunum (Lione): una moneta che misrua ancora mm 28 circa per un peso di g 18,7

 

Sono a nome dell’usurpatore Postumo (259-268 d.C.), sovrano dell’Impero Gallico separatista, gli ultimi sesterzi di Roma imperiale che sarebbero risultati “familiari” anche ad un cittadino dell’Urbe o delle province del I secolo; a quell’epoca, infatti, la svalutazione della moneta e l’inflazione dilagante avevano già relegato il denario, un tempo pilastro della monetazione romana, al rango di unità di conto.

Anche il sesterzio, ormai trasformato in uno “spicciolo”, stava rapidamente diventando obsoleto. Con il crollo del potere d’acquisto del denario iniziò a manifestarsi una crisi valutaria: intorno al 260 la principale unità monetaria circolante era l’antoniniano, che a quel tempo non conteneva praticamente più argento ed era per lo più bronzo.

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Sesterzio ridotto di Diocleziano (284-305) battuto a Roma: di estrema rarità, ha un diametro di mm 23 per un peso di appena g 4,95

 

Sebbene gli antoniniani valessero teoricamente otto sesterzi, il sesterzio medio ancora in circolazione aveva, per la quantità di metallo che conteneva, un valore intrinseco ben più elevato. Di conseguenza, un gran numero di sesterzi fu ritirato per essere trasformato in antoniniani di maggior valore, e in parte rifuso dai falsari per ottenere lo stesso risultato, ma in monete contraffatte.

A coniare gli ultimi sesterzi di Roma imperiale per una effettiva circolazione fu l’imperatore Aureliano (270-275 d.C.), anche se lo fece con un peso notevolmente ridotto. Sembra abbastanza certo che anche quelle emissioni avessero principalmente una natura commemorativa.

Di grande rarità anche il sesterzio ridotto di Massimiano con al rovescio Ercole Pacificatore: questo esemplare (mm 23 per g 5,7) proviene dalla celebre asta Florange-Ciani del 1925

 

Con i suoi appena 5,7 grammi di peso e 23 millimetri di diametro, il sesterzio ridotto di Massimiano del 285 illustrato qui sopra e in apertura è, appunto, fra gli ultimi sesterzi di Roma imperiale e si accompagna per metrologia – oltre che per rarità – ad altri di Aureliano e Diocleziano, che segnano la fine di uno dei tipi monetali più famosi della storia.