Il matapan di Venezia è una moneta molto importante, dal momento che attribuisce alla Serenissima il privilegio ed il primato di aver battuto la prima tipologia di grosso in argento dell’area italiana, presumibilmente intorno all’anno 1194, durante il dogato di Enrico Dandolo (1192-1205).
Questa datazione è piuttosto certa anche se recente, perché gli studi ottocenteschi sulla monetazione veneziana indicavano il 1202 [1] come l’anno in cui tale moneta era stata coniata per la prima volta all’inizio della Quarta crociata, quella che poi portò nel 1204 alla conquista di Costantinopoli e alla formazione dell’Impero Latino che, tuttavia, durò poco meno di un sessantennio.
Fig. 1 | Grosso matapan di Andrea Dandolo
Il matapan di Venezia andò a sostituire l’ormai svalutato denaro che era stato la moneta di riferimento nei pagamenti per circa quattro secoli, cioè da quando il monometallismo dell’argento era stato introdotto da Carlo Magno con le sue riforme monetarie attuate tra il 781 e il 794. Il grosso veneziano di lega d’argento pressoché pura (965 millesimi), pesante circa g 2,15 e dal valore di 26 denari; battuto per quasi tre secoli, è normalmente conosciuto anche come “grosso matapan o matapane” o semplicemente “matapane”, anche se non è chiara l’origine di questo nome [2]; tuttavia, all’inizio della sua emissione era chiamato “ducato” [3].
Da un lato vi troviamo rappresentato a sinistra il doge in piedi che riceve lo stendardo da San Marco e dall’altro lato il Cristo seduto in trono, soggetti presi dall’iconografia bizantina. Il matapan di Venezia fu una moneta che contribuì all’espansione della potenza economica della città, perchè fu subito ben accolto dal mercato, tanto che le zecche italiane di Aqui, Brescia, Chiasso, Cortemiglia, Dego, Incisa, Mantova, Milano e Torino ritennero opportuno imitarla.
Fu tuttavia nei Balcani che il matapan di Venezia ottenne il suo più grande successo e il gradimento fu tale che vari re della zona a più riprese batterono questa tipologia a loro nome. Anche nella lontana Ungheria troviamo una sua imitazione, a ulteriore conferma che questa tipologia aveva raggiunto un grande consenso anche a livello internazionale.
Tutta questa popolarità, tuttavia, in breve tempo generò anche il fenomeno della falsificazione, come possiamo ben constatare dagli esemplari qui di seguito segnalati, che nel complesso dimostrano come i falsari dell’epoca lavorassero con molta attenzione, a cominciare dal peso che bene o male rientra nella media dei pesi delle emissioni ufficiali, in modo tale che il loro prodotto potesse essere spacciato ancora con maggior facilità.
Jacopo Tiepolo doge (1229-1249)
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Fig. 2 | A sinistra, originale – Fig. 3 | A destra, falso (g 2,04)
Lorenzo Tiepolo doge (1268-1275)
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Fig. 4 | A sinistra, originale – Fig. 5 | A destra, falso (g 2,11)
Giovanni Dandolo doge (1280-1289)
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Fig. 6 | A sinistra, originale – Fig. 7 | A destra, falso (g 2,23)
Tondello in rame
Forse opera della stessa zecca di Venezia, preparato per suberare un grosso del quarto tipo o grossetto, che non è possibile attribuire precisamente ad un doge in quanto illeggibile. Quest’ultimo tipo di matapan, ormai svalutato rispetto a quello delle prime emissioni di peso variabile tra gr 1,60 e 1,40 e caratterizzato dall’avere impresse le sigle dei massari, venne battuto sotto i dogi Francesco Foscari (1423-1457), Pasquale Malipiero (1457-1462) e Cristoforo Moro (1462-1471).
Cristoforo Moro doge (1462-1471)
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Fig. 8 | A sinistra, originale – Fig. 9 | A destra, falso (g 1,49)
Tuttavia, furono proprio le imitazioni balcaniche, in particolar modo quelli della Rascia (la Raška, corrispondente all’attuale area centro-meridionale della Serbia) a creare problemi alla circolazione del matapan di Venezia, perché erano belle emissioni effettuate da zecche ufficiali con attrezzature adeguate, che in principio avevano lo stesso valore del prototipo. Con il passare degli anni, tuttavia, cominciarono a subire una progressiva riduzione del peso con chiaro danno, non solo di immagine, per il vero grosso.
Il Maggior Consiglio, per tutelare il matapan di Venezia, si vide costretto ad emanare il 3 marzo del 1282 un bando per scoraggiare la circolazione nei territori veneziani di quelle tipologie, stabilendo gravi pene per tutti coloro che ne fossero stati trovati in possesso:
“Capta fuit pars quod addatur in Capitulari Camerariorum Communis et aliorum offitialium qui recipiunt pecuniam pro Communi, quod teneantur diligenter inquirere denarios Regis Raxiae contrafactos nostris venetis Grossis, si ad eorum manus pervenerint, et si pervenerint teneantur eos incidere et ponantur omnes campsores et omnes illi qui tenent stationem in Rivoalto et eorum pueri a XII annis supra ad Sacramentum, quod inquirant diligenter bona fide praedictos denarios, et si pervenerint ad eorum manus teneantur eos incidere. Et si alicui personae inventi fuerint de praedictis denariis a XII supra, quod illa persona cui inventi fuerint perdat decem pro centenario de omnibus, quod eis inventi fuerint illi denarii, et debeant incidi. Et hoc stridetur publice illa die, vel altera, qua captum fuerit in M. C. quod a XV diebus in antea quilibet cui inventi fuerint, incurrat poenam praedictam, et medietas poenae sit invenientis et medietas Communis, et deveniat in Cameram Communis. Et mittantur litterae de praecepto per Sacramentum omnibus Rectoribus praeter Comitem Ragugii, et addatur in commissionibus illorum Rectorum, qui de caetero ibunt propter Dominium, praeter dictum Comitem Ragugii, quod omnes denarios praedictos qui ad eorum manus pervenerint vel eorum offitialium teneantur incidere vel incidi facere, et quod ipsi constringant gentem suam per illos modos quibus eis melius videbitur quod praedicti denarii non currant per suos districtus, et incidantur si invenientur” [4].
Alla confusione venutasi a creare sul mercato riguardo all’effettivo valore di queste tipologie contribuirono non poco anche le emissioni di grossi del re di Rascia Stefano Urosio II Milutin (1282-1321) e il fenomeno doveva essere così importante che è ricordato dallo stesso Dante Alighieri nel Canto XIX del Paradiso ai versi 140 e 141: “e quel di Rascia / che male ha visto il conio di Vinegia”.
Fig. 10 | Grosso di Rascia al tipo del matapan di Venezia
Da tutto ciò possiamo dedurre che i grossi di Rascia dovevano circolare in così consistente quantità e in modo così capillare da stuzzicare la fantasia e l’ingegno degli stessi falsari, tanto che alla fine uno di loro si cimentò in una falsificazione proprio di quelle monete; un fatto che, se vogliamo, è il giusto riconoscimento del “successo” che, malgrado tutto, ottenne all’epoca quella tipologia.
Stefan Dragutin Sriemski (1276-1282 e 1284-1316)
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Fig. 11 | A sinistra, grosso del re serbo – Fig. 12 | A destra, falso (g 1,30)
Note al testo
[1] “È noto come il primo grosso veneziano, a cui dassi comunemente il nome di ‘matapane’ (nome ch’io vorrei escluso da ogni libro di numismatica perché adottato soltanto in epoca tardissima dai numografi ma non ricorrente mai né in documenti sincroni né in memorie di zecca) fosse coniato sotto la ducea di Enrico Dandolo nel 1202, e si chiamasse allora ‘ducato’, nome che poi passò alla prima moneta d’oro battuta nel 1283 sotto Giovanni Dandolo, e si ragguagliasse a denari piccoli 26, o secondo il Carli a soli 24, o a 2 soldi. Maestro Martino da Canale, storico veneziano del secolo XII, la cui Chronique des Veniciens redatta in antico francese si pubblicò nel vol. VIII dell’Archivio Storico Italiano, è il primo autore che ricordi la origine di questa bella moneta. ‘Messire Henric Dandle, li noble Dus de Venise, mande venir li charpentiers, et fist erraument (1202) apariller et faire chalandres et nes et galies a plante; et fist erraument faire mehailles d’argent por donner as maistres la sodee (soldo, salario) et ce que il deservoient, que les petites que il avoient (intendi i denari o piccoli) ne lor venoient enci à eise. Et dou tens de monseignor Henric Dandle en sa fu comencie en Venise a faire les nobles mehailles d’argent que l’en apelle ducat, qui cort parmi le monde por sa bonte’” (da Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari, A. Santini e figlio tipografi-editori, Venezia MDCCCLI, pp. 41-42).
[2] Alcune fonti indicano l’origine del nome nell’arabo mantaban che significa “il re seduto” (in riferimento alla figura del Redentore in trono).
[3] La denominazione di “ducato” venne data successivamente alla prima moneta d’oro di Venezia coniata nel 1286 al tempo del doge Giovanni Dandolo (1280-1289).
[4] “L’immenso spaccio ch’ebbe nel volger di pochi anni questa nuova moneta mosse i re di Rascia ad imitarne il tipo; ond’ebbero origine i grossi, simili a’nostri, di Stefano e del primo Urosio. Di quest’ultimo i primi serbavano il peso e il titolo de’ veneziani, quelli coniati più tardi ne serbavano il peso ma n’era molto scemato il titolo” (da Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari. A. Santini e figlio tipografi-editori, Venezia MDCCCLI, pp. 42-43).



















































