Eccoci giunti alla parte finale del nostro approfondimento sulla serie imperiale 1936-1943, l’ultima serie numismatica del Regno d’Italia che segna, a partire dalla conquista dell’Africa Orientale Italiana e fino agli anni della Seconda guerra mondiale, l’apoteosi e il declino del governo di Mussolini e gli ultimi anni di Casa Savoia a capo del paese.
Nella prima puntata vi abbiamo proposto il quadro storico nel quale maturò l’idea della nuova monetazione (qui l’articolo), mentre nella seconda abbiamo dato spazio alle monete in oro da 100 e 50 lire e a quelle in argento da 20, 10 e 5 lire (qui l’articolo). Ora è il momento di parlare di “spiccioli”, ossia delle monete di produzione più ampia, dalle 2 lire ai 5 centesimi, destinate a circolare in quantità fra la popolazione italiana.
La Fiat 500 coupe Topolino del 1936: il sogno di tanti italiani nell’anno della proclamazione dell’Impero in cui nasce anche l’ultima serie monetaria del Regno
Le 2 lire di nichel: “grande modulo”, modesto valore
Nella serie imperiale 1936-1943 la moneta da 2 lire rappresenta il valore più elevato ad essere coniato in metallo non prezioso. Moneta “importante” dal punto di vista del diametro, di ben 29 millimetri, lo è tuttavia di meno da quello del potere d’acquisto dato che già nel 1936 la benzina costa 2,5 lire al litro, una Fiat Topolino sfiora le 9000 lire; un bracciante guadagna appena 7 lire al giorno, un operaio mediamente 300 lire al mese e solo un dirigente raggiunge le fatidiche “mille lire al mese” indicate come sogno di ricchezza.
Tornando alla numismatica, le 2 lire raffigurano al rovescio un’aquila imperiale ad ali spiegate in posizione frontale, col capo volto a sinistra, che aggranfia coi rostri un enorme fascio littorio orizzontale, il tutto circondato da una corona di alloro; in basso lo scudetto coronato dei Savoia di piccole dimensioni.

La moneta da 2 lire della serie imperiale 1936-1943: il re è a collo nudo, il profilo anziano ma idealizzato “alla moda” dei ritratti imperiali di Roma antica
La moneta è stata coniata in nichel 990/.. nel 1937, con millesimo 1936–XIV, in 120.000 esemplari. A causa dello sforzo bellico cui venne assoggettata la nostra Italia, dal 1939 fino al 1940 questo tipo di moneta venne coniata per il circolante, in molti milioni di pezzi, non più in puro nichel, metallo da destinare all’industria bellica, bensì in una nuova lega amagnetica di acmonital/nichel, costituita da 740/.. di ferro, 180/.. di cromo, 80/.. di nichel.
Successivamente, dal 1940 fino al 1943, per la fabbricazione dei diversi milioni di tondelli da monetare, venne adottata una lega priva di nichel e dunque magnetica, l’acmonital (acciaio monetale italiano), costituita da soli ferro e cromo.
Questa moneta ha un diametro di 29 millimetri, un peso di 10 grammi, il contorno godronato e asse dei coni alla francese. I pezzi in acmonital (la stessa lega delle repubblicane 100 lire Minerva e 50 lire Vulcano, che tutti ricordiamo e che sicuramente ancora conserviamo nelle nostre case), malgrado i dati ufficiali, hanno peso leggermente inferiore ai 10 grammi e, a differenza dei pezzi millesimo 1936 in nichel, si presentano più opachi e di colore più chiaro; inoltre hanno i rilievi più bassi a causa della maggiore durezza dell’acmonital.
Per soli numismatici questo tipo di moneta fu coniato con millesimo 1937–XV in 50 esemplari e con millesimo 1938–XVII in soli 20 pezzi, sempre in nichel.
La lira: l’ultima versione sabauda dell’unità monetaria
Coniata nel 1937 in nichel 975/.. col millesimo 1936–XIV in 119.000 pezzi, presenta al rovescio la solita aquila imperiale ad ali spiegate, questa volta col capo volto a destra e col corpo leggermente proteso a sinistra; in secondo piano, alle spalle del rapace, un enorme fascio littorio. All’esergo il valore nominale e, al centro, come al solito, un minuscolo scudetto sabaudo coronato.

La bravura di Giuseppe Romagnoli nell’equilibrare elementi iconografici e legende è evidente nella lira della serie imperiale 1936-1943
Ha un diametro di 26,5 millimetri, un peso di 8 grammi, il contorno godronato e l’asse dei coni alla francese. Anche per questa moneta vale il medesimo discorso già fatto per quella da 2 lire, in tema di materiale utilizzato, di peso e di altezza dei rilievi. Per soli numismatici è stata coniata in nichel 970/.. solo col millesimo 1937–XV in 50 esemplari e con millesimo 1938-XVII in soli 20 pezzi.
I 50 centesimi: l’aquila in posa “di profilo”
Coniata in 118.000 pezzi col millesimo 1936–XIV, ma sempre nel 1937, in nichel 975/.., ha al rovescio la solita aquila imperiale, questa volta di profilo a destra, ad ali spiegate e retrospiciente, che aggranfia coi rostri un enorme fascio littorio. All’esergo lo scudetto Savoia microscopico, coronato.

L’aquila fascista sul rovescio e re Vittorio Emanuele III sul dritto sembrano guardarsi con ben poca simpatia reciproca sulla moneta da 50 centesimi
Con un diametro di 24 millimetri, un peso di 6 grammi, taglio godronato e asse dei conii alla francese, fu coniata fino al 1943 in molti milioni di esemplari; anche per questa moneta vale lo stesso discorso fatto per il pezzo da 2 lire in tema di materiale utilizzato, di peso e di altezza dei rilievi. Per soli numismatici furono coniati in nichel 975/.. coi millesimi 1937-XV e 1938–XVII rispettivamente 50 e 20 esemplari, nonché in acmonital/nichel, lega amagnetica, soli 3 esemplari col millesimo 1938–XVII.
I 20 centesimi: un volto d’Italia che entra nella storia
Coniata in 117.000 pezzi in nichel 990/.. col millesimo 1936–XIV, ma sempre nell’anno 1937, al rovescio reca un giovane volto di donna (a ben vedere molto mascolino…) coi capelli mossi dal vento, con in primo piano a sinistra, un enorme fascio littorio, caricato dal piccolo scudetto Savoia.
Al tempo della coniazione di questa moneta, alcuni “maliziosi” riconobbero nel volto femminile del tondello Myriam Petacci, sorella dell’amante del duce Claretta. Non possiamo certo dirlo con sicurezza, ma è evidente come Romagnoli riutilizzò quel volto di donna per le 5 lire in italma del 1946-1950 sostituendo fascio e stemma sabaudo con una torcia (approfondisci qui).
Del diametro di 21,6 millimetri, variabile fino a 21,8, del peso di 4 grammi, con taglio godronato e asse dei conii alla francese, per queste monete vale lo stesso discorso fatto per quelle da 2 lire, in tema di lega utilizzata, peso e altezza dei rilievi.

Che sia o meno il profilo di Myriam Petacci, quello dell’Italia al rovescio dei 20 centesimi verrà di fatto riutilizzato dal maestro Romagnoli per le 5 lire del 1946-1950
Per numismatici furono coniati 50 pezzi in nichel 975/.. con millesimo 1937–XIV e 19 pezzi con millesimo 1938–XVII, mentre si conosce un unico esemplare 1938–XVII in lega amagnetica acmonital/nichel, del peso di soli 3,48 grammi.
Una curiosità: non si è mai saputo per quale motivo la lega di nichel evidenziata nelle fonti normative per la produzione delle monete da 2 lire e da 20 centesimi (990/..) sia diversa da quella prevista per le monete da 1 lira e da 50 centesimi (975/..).
A tal proposito, come d’altronde era facilmente prevedibile, l’ingegner Vico d’Incerti nel 1973 fece sapere che fu usata dalla Regia Zecca un’unica lega metallica che, all’analisi elettrolitica, è risultata sempre caratterizzata da nichel al titolo compreso tra 990 e 990,2 millesimi.
I 10 centesimi: una spiga, la quercia, lo stemma Savoia
Coniati in rame nel 1937 col millesimo 1936–XIV in oltre otto milioni di esemplari, recano al rovescio uno scudo Savoia finalmente dalle giuste proporzioni, con in secondo piano il solito fascio littorio ed a sinistra una spiga di grano e a destra due foglie di quercia. La lega di queste monete è così composta: 950/.. di rame, 40/.. di stagno, 10/.. di zinco, e conferisce loro un colore rossastro.

Al gradevole colore del rame, per i 10 centesimi a partire dal 1939 si sostiuisce il giallastro del bronzital: un altro sintomo di una situazione politico economica in declino
Del diametro di 22,5 millimetri, peso 5,4 grammi, taglio liscio e asse dei conii alla francese furono coniati in molti milioni di pezzi fino al 1939–XVII. A partire dal millesimo 1939–XVII, fino al millesimo 1943-XXI, furono coniati in molti milioni di esemplari in una lega di rame, alluminio e zinco chiamata bronzital (bronzo monetario italiano), che conferì ai pezzi un colore giallastro ed un peso ridotto a 4,9 grammi. Di questo tipo non furono coniati esemplari destinati ai numismatici.
I 5 centesimi: l’ultimo “soldo” dell’Italia sabauda
Coniati con millesimo 1936-XIV in poco meno di cinque milioni di pezzi, al rovescio recano un’aquila ad ali spiegate, col capo volto a destra, che con gli artigli aggranfia il solito fascio littorio. Anche questa volta lo stemma crociato e coronato di Savoia è relegato, piccino piccino, all’esergo.
Hanno un diametro di 19,5 mm, un peso di 3,25 g, il taglio liscio e l’asse dei conii alla francese, e furono coniati, fino al millesimo 1939 – XVII nella stessa lega adottata per il 10 centesimi, che conferì ai pezzi un caratteristico colore rossastro.

I 5 centesimi, il taglio più piccolo della serie imperiale 1936-1943, sul quale lo stemma di Casa Savoia è relegato in esergo con, ai lati, l’indicazione del valore
A partire dal millesimo 1939–XVII furono coniati in molti milioni di pezzi, fino al 1943–XXI, in bronzital, a causa dell’immane sforzo bellico cui il rame nazionale era dedicato in esclusiva, da cui ne derivò un colore giallastro alle monete.
Tutte queste monete in bronzital autarchico hanno la caratteristica che, col passaggio di mano in mano durante la circolazione, si sono ossidate rapidamente, assumendo uno sgradevole colore. Anche per questo tipo di moneta non vi è traccia di coniazioni dedicate ai numismatici.
Tre controversi argenti con data 1936-XIV
Ma adesso parliamo di una gustosa curiosità: all’asta Italphil di Roma, tenutasi nell’ormai lontano 25 giugno del 1987, è stato aggiudicato per la rimarchevole cifra di 20 milioni di lire, oltre ai diritti d’asta, un cofanetto contenente i tre pezzi d’argento della serie imperiale 1936-1943, con millesimo 1936-XIV, che si differenziano da quelli normalmente disponibili sul mercato per l’avere i rilievi e il bordo perimetrale decisamente più alti.
Luigi Franzoni, in un articolo pubblicato su Panorama Numismatico n. 274 del giugno 2012, è dell’opinione che trattasi di monete speciali, “di presentazione”, ed afferma che un cofanetto simile è stato offerto a Vittorio Emanuele III in scatola della Regia Zecca di Roma.
Queste tesi sono state negate con forza da Domenico Luppino in un articolo apparso sempre su Panorama Numismatico n. 277 dell’ottobre 2012. Nel rammentare che il parere di Luppino è senz’altro autorevole, per aver coordinato le complesse indagini della Guardia di Finanza presso la Zecca, lo si può riassumere in quanto segue: (1) non vi sono riferimenti legislativi o regolamentari che parlano od autorizzano la coniazione di monete “di presentazione”; (2) il concetto è del tutto estraneo alla legislazione monetaria italiana sia del Regno che della Repubblica.

La sede della Regia Zecca all’Esquilino, a Roma, dove vennero coniate le monete della serie imperiale (compresi gli apocrifi, rarissimi “esemplari di presentazione”)
Con ogni probabilità, secondo Luppino, siamo di fronte all’ennesima dimostrazione del modus operandi, a dir poco leggero, che ha contraddistinto la Regia Zecca di Roma: probabilmente alcuni privilegiati di grosso calibro, senz’altro ben posizionati nella gerarchia del regime fascista, ebbero l’idea di chiedere “informalmente”, ed ottenere, la coniazione di questo tipo di monete, contraddistinte da rilievi maggiorati rispetto a quelle previste per il circolante. Il tutto, naturalmente e come sempre, a spese dello Stato.
Inoltre Luppino smentisce che il re Vittorio Emanuele III abbia mai ricevuto un cofanetto della Regia Zecca con simili monete “di presentazione”, posto che le monete della serie Impero, millesimo 1936-XIV, presenti nella Collezione Reale del Museo Nazionale Romano, hanno i rilievi e i bordi non dissimili da quelli delle monete che si trovano sul mercato numismatico.
Quanto furono “originali” queste monete imperiali?
La domanda è in merito allo stile artistico e la risposta è, purtroppo, negativa, con la sola eccezione del 50 lire aureo, del 5 lire d’argento, del 20 centesimi di nichel e del 10 centesimi di rame. Gli altri tipi ripresero soggetti di monete già emesse in precedenza durante il regno di Vittorio Emanuele III, e ciò è comprensibile se si pensa al tempo ridottissimo dato dal duce in persona al personale della Regia Zecca per la predisposizione dei modelli della serie imperiale 1936-1943.
Nello specifico, il littore del 100 lire aureo venne mutuato, quasi identico, da quello delle monete auree da 50 lire degli anni 1931, 1932 e 1933, la quadriga del 20 lire argenteo fu una riproduzione, meno bella e dinamica, di quella pregevole apparsa sullo scudo del 1914, la giovane allegoria dell’Italia su prora del 10 lire d’argento venne ripresa, ringiovanita e abbellita, dall’Italia su prora delle 100 lire auree degli anni 1931, 1932 e 1933, le aquile imperiali dei pezzi da 2 e 1 lira e da 50 e 5 centesimi ripresero, con solo alcuni aggiustamenti, l’aquilotto del pezzo da 5 lire coniato per il circolante negli anni dal 1926 al 1930.

In un’altra cartolina d’epoca, il magazzino della Regia Zecca di Roma colmo di sacchetti di trondelli metallici pronti per la coniazione
Anche il re numismatico, probabilmente, non fu completamente soddisfatto delle monete imperiali. Secondo un commento del barone Alberto Cunietti Gonnet, tramandato da Antonio Patrignani, il re fu del parere che nei rovesci ci fossero troppe aquile, non romane al cento per cento, e troppi fasci littori, sempre ritratti in proporzioni spropositate rispetto allo stemma sabaudo.
Sempre lo studioso Antonio Patrignani ci confida che il barone Cunietti Gonnet arrivò a confidargli: “Vedrà che con tutte queste aquile finiremo, alla fine, per volar via anche noi”. E fu buon profeta…
Il profilo del sovrano: un approfondimento
Come si diceva, i dritti delle monete imperiali sono stati sempre appannaggio del re numismatico, e in questa sede interessa notare come il suo profilo subisca una profonda trasformazione rispetto alla monetazione precedente.
Al ritratto sereno, realistico e piuttosto attempato di Vittorio Emanuele III che appare, con o senza uniforme militare, sulle monete nazionali coniate negli anni Venti e nei primi anni Trenta del XX secolo, si sostituisce, nelle monete imperiali, un profilo reale spartano, a collo nudo, vigoroso, ringiovanito, dallo sguardo serio, quasi minaccioso.
Non è inverosimile, addirittura, cogliere una certa somiglianza con gli atteggiamenti marziali tipici del volto del duce del fascismo. Il volto del re è rappresentato con zigomi alti, mascella rigida e collo ben delineato da una muscolatura tesa, turgida, con capo rasato e con capelli molto corti sui lati della testa. Diversa è pure la linea del taglio del collo reale, curvilinea e terminante con un angolo molto acuto in basso: è fin troppo evidente il richiamo alle effigi monetali degli imperatori di Roma antica.

In alta uniforme, con tutte le decorazioni e con accanto lo stemma sabaudo: così è ritratto Vittorio Emanuele III su una medaglia del 1936 per la conquista dell’Etiopia
La serie imperiale 1936-1943 ostenta gloria ed una compattezza del popolo italiano mai esistita, oltre che grande fiducia in Mussolini, capo del fascismo e fondatore dell’Impero, sentimento che, in verità, iniziò a scemare proprio subito dopo la fatidica proclamazione dell’impero.
Esprimere un giudizio estetico negativo sulle monete imperiali è fin troppo facile, pregne come sono di ridondante retorica di regime. Dai punti di vista artistico e storico, il miglior pezzo è il 5 lire con soggetto la fecondità, veicolo dell’anacronistico concetto che una nazione forte debba essere anche popolosa.
Tutte queste monete, comunque, sono meritevoli di essere collezionate e, soprattutto, studiate e analizzate inquadrandole nel contesto storico in cui furono concepite e coniate: in nessun altro episodio monetale italiano, infatti, il connubio tra storia e numismatica risulta così forte ed esplicito.
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- Antonio Patrignani, La storia delle monete “Imperiali” dell’era fascista (dai miei ricordi personali), in Italia Numismatica, n. 7-8, luglio-agosto 1953
- Emilio Tevere, Le 20 lire del 1936: è una questione di contorno, in Cronaca Numismatica, n. 175, giugno 2005
- Mario Traina, Quando il Re e il Duce finirono a fasci in faccia, in Cronaca Filatelica, n. 56, dicembre 1981
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