Abbiamo approfondito in un precedente articolo (leggi qui) il contesto storico della conquista, nel 1936, dell’Africa Orientale Italiana che portò alla nascita delle monete italiane serie Impero. Monete volute fortemente dal duce in modo – come egli stesso affermò – da tramandare ai posteri i suoi successi e le sue opere.
La serie imperiale fu tuttavia causa di attriti e dissapori pericolosi tra il capo del fascismo e il re Vittorio Emanuele III, poiché mai prima di allora il duce si era intromesso in materia numismatica, di cui il re era particolarmente geloso, prerogativa, peraltro, che Mussolini gli aveva lasciata intatta. Per il duce la passione numismatica di Vittorio Emanuele III era nient’altro che una mania innocua: che il re continuasse a trastullarsi pure con le monete, mentre lui provvedeva a forgiare i destini della Nazione. Essenziale era che il re non gli mettesse i bastoni fra le ruote.
In realtà anche la questione delle monete fu una spina nel fianco del capo del fascismo, visto che egli riuscì ad invadere tutti i campi di competenza del re, nessuno escluso, con l’unica eccezione di quello numismatico. Il duce venne effigiato in tutti i modi sulle medaglie, ma mai sulle monete, come d’altro canto era giusto che fosse.

Una serie di medaglie per il decennale del fascismo (1932), esempio dell’onnipresenza del ritratto del duce che mai, tuttavia, apparve sulle monete
Il dritto delle monete fu sempre appannaggio del re, massima autorità della Nazione, almeno formalmente, ed unica figura legittimata ad emettere moneta. In compenso i rovesci delle monete coniate a Roma durante il ventennio fascista mostrano una vera e propria carrellata di fasci littori e di aquile imperiali di tutte le fogge, mentre lo scudo sabaudo, che avrebbe dovuto avere posizione e dimensioni preminenti, fu sempre, o quasi, proposto di ridotte dimensioni e in posizione marginale.
Il 15 maggio 1936, dunque appena sei giorni dopo la fatidica proclamazione dell’Impero, il duce convocò a Palazzo Venezia il direttore della zecca, ordinandogli di ideare una serie completa di “monete imperiali”, celebrative del grande evento. E fin qui nulla di strano. Purtroppo il tutto doveva essere pronto, per ordine imperativo del capo del fascismo, per l’indomani alle ore 9.00.

Uscirono dalle presse della Regia Zecca all’Esquilino, qui effigiata sulla celebre medaglia del 1927 di Attilio Silvio Motti, le monete italiane serie Impero coniate a partire dal 1936
Il personale della Regia Zecca aveva appena 24 ore di tempo per approntare i disegni di tutti i tagli delle monete allora in circolazione, e si trattava di ben undici tipi: due d’oro, il 100 e il 50 lire, tre d’argento, il 20, il 10 e il 5 lire, quattro di nichel (da 2 e 1 lira e da 50 e 20 centesimi) e infine due di rame, da 10 e 5 centesimi. C’era da sudare freddo!
Giuseppe Romagnoli, affermato modellista della Regia Zecca, si mise subito al lavoro e, dopo una giornata e una notte di febbrile attività, consegnò dieci bozzetti per i dritti, col ritratto del re, e ben cinquantadue bozzetti per i rovesci, di cui ventotto coi simboli del novello impero e ventiquattro con l’arme dei Savoia in posizione defilata rispetto al fascio littorio.
Il duce si complimentò col direttore della zecca per cotanta “rapidità fascista” suggerendo un premio per Romagnoli. Mussolini appose con lapis blu, sui bozzetti prescelti, una lettera “M” in corsivo maiuscolo.


Bozzetti dei rovesci delle monete auree imperiali da 100 e 50 lire prescelti dal duce
Dopo la guerra, i bozzetti delle auree da 100 e 50 lire – capofila delle monete italiane serie Impero – contrassegnati dal duce, sono stati resi di pubblico dominio nel 1980 da Orsino Orsini, a cui furono mostrati da Giovanna Romagnoli Mei, figlia di Giuseppe Romagnoli, assieme ad una carta su cui il modellista della Regia Zecca aveva annotato: “Progetti delle monete dell’Impero presentate al Duce e segnate. I segni in lapis bleu sono a mano del Duce”.
Appunto autografo di Giuseppe Romagnoli sui bozzetti prescelti dal duce
Quindi Mussolini si recò al Quirinale per mostrare i bozzetti prescelti al re e fargli, in questo modo, una sorpresa. La sorpresa ci fu, ma di certo non fu gradita da Vittorio Emanuele III, che si riservò il diritto di approvare in via definitiva i modelli, chiarendo che avrebbe preferito che il suo volto fosse riprodotto in modo realistico.
Romagnoli, che conosceva il particolare interesse del re alla monetazione, si era ben guardato dal rappresentare sugli schizzi l’immagine del duce o di farvi apparire il suo nome. Però, dovendo giocoforza accontentare il fondatore dell’Impero, pena probabilmente la perdita del posto di lavoro, cercò di compensare Mussolini disseminando i rovesci delle monete di aquile e di fasci littori di tutte le dimensioni e nelle posizioni più diverse.
L’irritazione del re, a ben vedere, non fu l’unico ostacolo che Mussolini dovette affrontare per far divenire realtà le monete italiane serie Impero. Infatti il Ministro delle Finanze, Paolo Thaon di Revel, non si peritò di fargli notare l’inopportunità di emettere monete d’oro e d’argento in quel particolare momento, che vedeva lo Stato fortemente indebitato a causa dell’enorme sforzo bellico compiuto affinché l’impero riapparisse “sui colli fatali di Roma” e col popolo italiano chiamato a sopportare restrizioni economiche e persino a contribuire a rimpinguare le esauste casse statali con le proprie fedi nuziali nella Giornata delle fedi (18 dicembre 1935).

Coppiola da 100 e 50 lire delle monete italiane serie Impero con bustine Regia Zecca
Al che il capo del fascismo obiettò: “La moneta è un elemento di prestigio e la grandezza di una nazione si misura anche dalla qualità delle sue monete e banconote. I visitatori stranieri vedono la moneta stessa come una sorta di biglietto da visita, e questa plasma la loro opinione”. Mussolini aveva ben chiaro il grande e pervasivo potere propagandistico della moneta.
Con Regio Decreto legge n. 1974 del 9 luglio 1936 fu disposto il riordinamento della circolazione monetaria metallica, autorizzando, nel contempo, la coniazione di nuove monete d’argento, di nichel e di bronzo. Come visto i modelli della monetazione imperiale furono approntati dal professor Giuseppe Romagnoli, mentre l’incisore dei conii fu un giovane Pietro Giampaoli, essendo venuto a mancare, il 15 novembre del 1935, l’incisore capo Attilio Silvio Motti.
Le prime monete italiane serie Impero per la circolazionne furono emesse ai sensi del Regio decreto n. 2511 del 3 settembre 1936: quelle argentee (20, 10 e 5 lire), quelle in nichel (2 e 1 lire, 50 e 20 centesimi) e quelle in rame (10 e 5 centesimi).
In aggiunta a queste, destinate alla circolazione, lo stesso decreto autorizzò la coniazione di monete d’oro, appartenenti alla serie imperiale, nei tagli da 100 e 50 lire, da coniare in favore di quei privati che avessero fornito la materia prima alla zecca.
Tutte le monete d’argento per la cricolazione furono coniate nel 1937, pur recando il millesimo 1936-XIV, ad eccezione del pezzo da 5 lire Fecondità, che fu coniato per il circolante anche nel 1938, col millesimo 1937-XV.

Cofanetto con le monete italiane serie Impero anno 1936-XIV: un sogno per i collezionisti
È bene notare che i due decreti di emissione sopra menzionati, il Regio decreto 2510 del 3 settembre 1936, relativo ai pezzi aurei, e il n. 2511 promulgato nella stessa data, relativo ai pezzi argentei, in nichel e in bronzo, entrarono in vigore il giorno della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del Regno, cosa che avvenne per entrambi l’8 maggio del 1937 (Gazzetta Ufficiale del Regno n. 106).
E proprio l’8 maggio 1937, vigilia del primo anniversario della proclamazione dell’Impero, il ministro delle Finanze, Paolo Thaon di Revel, e il direttore generale del Tesoro, Paolo Grassi, presero l’iniziativa di donare al re ed alle più alte cariche dello Stato, oltre che ad altri importanti “simpatizzanti” del regime fascista, un cofanetto con le monete italiane serie Impero in versione di prova. Infatti, stando alla documentazione consultata da Nunziatina Panetta presso l’Archivio Centrale dello Stato, il ministro fece dono di ben quaranta astucci contenenti le undici monete di prova della serie imperiale, mentre il direttore generale del Tesoro ne donò undici, oltre a due serie prive dei due pezzi aurei, per complessivi cinquantuno cofanetti completi e due privi dei pezzi aurei. A quanto pare le sole persone che ricevettero due cofanetti completi furono il re e Giuseppe Romagnoli.
Se la matematica non è un’opinione, ufficialmente furono donati ben 605,88 grammi di oro e 1511,83 grammi di argento, a spese, ovviamente, dei contribuenti italiani: non male per un Paese che, a causa della Guerra d’Etiopia, aveva visto diminuire drasticamente le proprie riserve auree e ai cui cittadini erano stati imposti significativi sacrifici economici.
Ma adesso passiamo a descrivere le monete della serie imperiale che recano sempre al dritto il profilo del re numismatico, ora volto a destra (100 lire Au, 10 lire Ag, 2 lire Ni, 0,50 lire Ni, 0,05 lire Cu), ora a sinistra (50 lire Au, 20 lire Ag, 5 lire Ag, 1 lire Ni, 0,20 lire Ni, 0,10 lire Cu).
Le 100 e le 50 lire oro: il littore e l’insegna legionaria
Le prime hanno al rovescio un littore andante a sinistra, che regge con la mano e la spalla destre un enorme fascio littorio, e con la mano sinistra una vittoriola; l’andamento del littore appare lento, stanco… probabilmente per il gravoso peso del fascio! All’esergo un minuscolo scudetto Savoia coronato. Diametro mm 23,5, peso g 8,80 di oro al titolo di 900 millesimi, taglio godronato, asse dei coni alla francese (rovescio ruotato di 180° rispetto al dritto), tiratura 812 pezzi, di cui 309 coniati nel 1937 e 503 nel 1938. Una curiosità: il littore della moneta è diverso da quello del bozzetto vistato con lapis blu da Mussolini.

Il più alto valore delle monete italiane serie Impero, le 100 lire qui nella versione 1936-XIV
Le seconde recano al rovescio la parte sommitale di un labaro fascista, con al centro lo scudetto Savoia compreso tra un’aquila in alto, ed un cerchio che racchiude un fascio littorio in basso. Sembra quasi che lo stemmino dei Savoia sia relegato tra due camicie nere! Diametro mm 20,5, peso g 4,40 di oro al titolo di 900 millesimi, taglio godronato, asse dei conii alla francese, tiratura 790 pezzi, di cui 310 coniati nel 1937 e 480 nel 1938. Viste le ridotte dimensioni di queste coniazion d’oro, verrebbe da esclamare: alla faccia delle monete imperiali!
Nel 1938 furono coniati soltanto 249 pezzi da lire 100 col millesimo 1937, ridotti nelle dimensioni e nel peso rispetto ai pezzi di pari nominale datati 1936, a causa della svalutazione del 40% della nostra lira: ebbero un diametro di mm 20,7 ed un peso di soli g 5,19 di oro sempre al titolo di 900 millesimi.

Un’insegna legionaria “reinterpretata” sul rovescio delle 50 lire oro 1936-XIV
L’ultima emissione aurea del Regno si ebbe nel 1940, anno XVIII dell’era fascista, con un analogo pezzo da 100 lire della serie Impero, coniato in un numero esiguo di esemplari, ad oggi imprecisato. Trattasi di moneta di estrema rarità, coniata in occasione del quarantesimo anniversario di regno di Vittorio Emanuele III.
Le pezzature d’oro della serie imperiale non furono destinate a circolare, come è possibile immaginare a causa della contingenza economico finanziaria italiana di quegli anni, e furono appannaggio esclusivo di investitori e collezionisti. Ciò è certificato dalle informazioni rinvenibili su Rassegna Monetaria del marzo-aprile 1937, n. 3-4: alla pag. 1322 si legge che il valore reale di tali due nuove monete auree, sotteso dal relativo contenuto di fino, pari a 4,677 g di oro per il pezzo da 100 lire ed all’esatta metà per quello da 50 lire, corrispondeva a lire 169,32 per il nominale da 100 lire ed a lire 84,66 per quello da 50 lire.
Le 20 lire d’argento: una quadriga trionfale per l’Italia
Questa tipologia mostra al rovescio l’Italia vittoriosa su quadriga lenta andante a destra, recante con la sinistra un fascio littorio che poggia sul ginocchio sinistro, e con la destra una vittoriola. Anche questa volta il fascio è di grandi dimensioni, mentre lo scudetto coronato dei Savoia è relegato, piccolo piccolo, in mezzo ad ulteriori due fascetti, nell’esergo. Diametro 35,5 mm, peso grammi 20 di argento al titolo di 800 millesimi, taglio godronato, tiratura 10.000 esemplari con millesimo 1936 e l’anno XIV dell’era fascista, pur se coniati nel 1937.
Successivamente ne furono coniati pochi esemplari appositamente per i collezionisti: 50 esemplari millesimo 1937-XV, 20 pezzi millesimo 1938-XVII, 20 pezzi millesimo 1939-XVIII, millesimo 1940-XVIII moneta non emessa, coniata in pochissimi esemplari per celebrare il 40° di regno di Vittorio Emanuele III, 20 pezzi millesimo 1940-XIX, ed infine 20 pezzi millesimo 1941-XX.
Di questa moneta si conoscono due differenti godronature del taglio: quella del primo tipo presenta dentelli a base piana, intervallati da spazi piani di larghezza circa doppia rispetto alla larghezza del dentello; quella del secondo tipo presenta una godronatura a sezione trasversale triangolare, come i denti di una sega (il compianto professionista numismatico Emilio Tevere ha così descritto la godronatura del secondo tipo: dentello sale, dentello scende, dentello risale ecc.).

Le 20 lire serie Impero del 1936-XVI: una solenne quadriga per il re e imperatore
Nel 2009 Emilio Tevere poté affermare, sulla base di osservazioni condotte a partire dal 2005, che il taglio del secondo tipo (a denti di sega) è meno frequente di quello del primo tipo di circa 12 volte. Altra particolarità è che le 20 lire 1936-XIV Impero, con taglio del secondo tipo, che appaiono sul mercato versano sempre in elevate condizioni di conservazione.
Oggi si può affermare con ragionevole certezza che le monete da 20 lire 1936-XIV Impero con godronatura del secondo tipo sono state coniate abusivamente, in assenza di autorizzazione, nella Zecca di Roma utilizzando i coni originali (evidentemente grazie a funzionari compiacenti) nel 1957 e nel 1961, così come è stato accertato dalla Guardia di Finanza durante le indagini sulla ex Collezione reale e il Museo Nazionale Romano nel primo scorcio del XXI secolo. In questo contesto giova rammentare quanto segue:
- tutte le monete prova di questo tipo, dunque le prime ad essere coniate, presentano una godronatura del primo tipo;
- la Regia Zecca non ha mai conservato le ghiere atte alla coniazione dei tagli delle monete emesse durante il regno di Vittorio Emanuele III;
- la Regia Zecca di Roma nel 1937 aveva una potenzialità di coniazione tale che 10.000 monete di questo tipo potevano tranquillamente essere battute in meno di una giornata lavorativa. Sembra, dunque, davvero improbabile che per la produzione di questa larga moneta siano state utilizzate due diverse ghiere atte alla coniazione del taglio. Allo stesso modo è fortemente improbabile che durante la coniazione la ghiera del primo tipo si sia rotta e che la Regia Zecca non fosse dotata di una analoga ghiera sostitutiva e che, correndo ai ripari, sia stata approntata la ghiera del secondo tipo. Se ciò fosse successo, saremmo in presenza di una tanto grave, quanto improbabile, carenza organizzativa della Regia Zecca, come se non bastasse perpetrata nell’ambito di una coniazione importantissima, fortemente voluta dal duce in persona;
- nessuna moneta coniata, negli anni in esame, per la Repubblica di San Marino presso la Regia Zecca di Roma è contraddistinta da godronatura del II tipo;
- nessuna moneta coniata dalla Repubblica Italiana è mai stata caratterizzata da godronatura del secondo tipo;
- la Guardia di Finanza ha potuto consultare un registro della Zecca di Roma ove un solerte funzionario ha annotato un’ingiustificata traslazione dei coni originali della moneta di che trattasi (millesimo 1936-XIV) dal deposito della Zecca verso la sala presse, traslazione avvenuta nel 1957 e, successivamente, anche nel 1961, dunque in piena epoca repubblicana;
- chi scrive ha potuto constatare personalmente che almeno cinque famosi commercianti e periti numismatici italiani sigillano correntemente, apparentemente senza nessun problema, i pezzi da 20 lire serie Impero 1936-XIV con godronatura del secondo tipo, certificandone l’autenticità, pur guardandosi bene dall’acquistarli!
Per dovere di cronaca devesi segnalare che nel maggio-giugno 2016 sono passati sul mercato numismatico due esemplari da 20 lire Impero della serie per numismatici, millesimo 1937-XV, aventi godronatura del taglio del secondo tipo. Ciò ha rappresentato una novità assoluta, dato che fino a quel momento si conoscevano monete di questo tipo delle serie per numismatici aventi sempre godronatura del rpimo tipo.
Nel febbraio 2023 Roberto Ganganelli ha reso noti, proprio su questa rivista, i modelli in gesso delle monete italiane serie Impero (leggi qui), bassorilievi eseguiti dalla mano di Giuseppe Romagnoli, donati alla Repubblica di San Marino dagli eredi del maestro ed oggi custoditi presso il MFM Museo del Francobollo e della Moneta sammarinese.
È importante rammentare che i modelli in gesso dei dritti e dei rovesci delle monete costituiscono il primo passo del complesso processo utile alla loro realizzazione: dai modelli in gesso si ricavano, per fusione, quelli in bronzo delle stesse dimensioni dei primi che, con l’ausilio del pantografo riduttore, consentono la realizzazione del punzone riproduttore in acciaio.
Tornando ai modelli in gesso del Maestro Romagnoli, dal confronto di quello relativo al rovescio del 20 lire 1936 col rovescio di una moneta da 20 lire 1936-XIV avente il taglio del primo tipo, risultano le seguenti differenze:
- la firma del modellista è diversa: nel modello in gesso le lettere sono tutte della stessa dimensione ed altezza e tra la G e la R di ROMAGNOLI vi è un punto, in basso, equidistante dalle due lettere; nelle monete genuine così non è: la G e la R hanno dimensioni più grandi rispetto al resto delle lettere e tra esse ci è un trattino in rilievo, a metà altezza tra le due lettere;
- le cifre 1, 3 e 6 del millesimo sono diverse: nel modello in gesso l’1 è un’asta verticale di spessore costante, mentre nelle monete esso ha le estremità leggermente svasate, a “coda di rondine”; il 3 ha uno stile diverso, con il lobo inferiore avente un maggior raggio di curvatura nel modello rispetto alla moneta; il 6 ha la parte ricurva superiore il cui raggio di curvatura è inferiore rispetto a quanto osservabile nelle monete (è meno chiuso, per così dire);
- la corona in esergo che sormonta lo scudetto Savoia è nettamente diversa da quella delle monete: nel modello in gesso è più alta e con bracci dalle curve meno accentuate.
Ho volutamente omesso di menzionare il doppio punto, con allineamento verticale, che nel modello in gesso è a destra della L del valore nominale: questo particolare sarà stato certamente modificato da Romagnoli successivamente (peraltro, da ciò si evince che quello in esame non può essere il modello in gesso definitivo).
È interessante notare che le stesse differenze appena descritte sono osservabili confrontando l’esemplare da 20 lire 1936-XIV facente parte della ex Collezione reale, conservata, come noto, nel Museo Nazionale Romano (moneta il cui rovescio appare fortemente abraso da scellerata pulizia), con una moneta da 20 lire 1936-XIV avente godronatura del primo tipo. Ma non è tutto: ci si può facilmente rendere conto che tutte le monete di “prova” da 20 lire 1936-XIV sono perfettamente identiche a quelle, per così dire, “normali” coniate per il circolante, presenti nelle collezioni pubbliche e private, aventi godronatura del taglio del I tipo.
Consideriamo ora quanto scritto da Lucia Travaini, ovvero che Vittorio Emanuele III ha annotato nel proprio diario, sotto la data del 4 febbraio 1937, “Ricevo le prime monete con il titolo di Imperatore (£ 20, 10, 5 argento)”, e teniamo conto dei seguenti fatti:
- la monetazione d’argento celebrativa dell’Impero (assieme a quella in nichel e bronzo) è stata autorizzata con Regio decreto legge n. 1674 del 9 luglio 1936, convertito nella legge del 4 gennaio 1937 (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del Regno 22 del 28 gennaio 1937);
- con il Regio decreto n. 2511 del 3 settembre 1936 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del Regno 106 dell’8 maggio 1937) sono stati approvati i tipi delle monete imperiali d’argento, nichel e bronzo, autorizzando, nel contempo, la Regia Zecca a fabbricare ed emettere le monete imperiali nei tre metalli menzionati e statuendo, altresì, che esse avrebbero avuto corso legale dal 9 maggio 1937 (si noti, ad un anno esatto dalla proclamazione dell’Impero);
- i primi cofanetti contenenti le monete di “prova” della serie numismatica imperiale furono donati a partire dal 8 maggio 1937, come visto sopra.
Da tutto ciò resta accertato che alla data del 4 febbraio 1937, quando il re ricevette le prime 20, 10 e 5 lire delle tipologie di monete italiane serie Impero, il decreto di emissione n. 2511 del 3 settembre 1936 era ancora lontano dall’essere pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia (lo sarà l’8 maggio 1937) e, dunque, non era in vigore. Oltretutto, come visto, le prime monete “prova” della serie imperiale furono oggetto di donazione solo l’8 maggio 1937.
Logica conseguenza di tutto ciò è che al re siano stati consegnati nel febbraio 1937 quelli che dobbiamo considerare dei “progetti” delle monete italiane serie Impero da 20, 10 e 5 lire. È appena il caso di dire che questa tesi è inedita.
Un’ultima nota critica: nel dicembre di qualche anno fa una nota casa d’aste ha messo all’incanto un esemplare del 20 lire 1936-XIV all’astronomica base d’asta di 25.000 euro, oltre ai diritti. La descrizione del nummo suonava così, testualmente: “Prova di conio o serie di presentazione su modulo di spessore maggiore e rilievi molto più marcati. Periziata da (omissis) come esemplare di presentazione. Per questo lotto non si effettuano pratiche di esportazione”. Il peso dichiarato del nummo era di g 20,065 e lo stato di conservazione dichiarato era Fdc.
Evito di dilungarmi sul concetto di “moneta di presentazione”, del tutto sconosciuto nel contesto dell’operato della Regia Zecca di Roma anche negli anni di che trattasi, come accertato dalle menzionate indagini della Guardia di Finanza condotte all’inizio del XXI secolo. Faccio solo notare che la descrizione di questo nummo fa a pugni con la fisica e con la matematica. Infatti a termini del Regio decreto n. 2511 del 3 settembre 1936 i pesi legali massimo e minimo di questa tipologia monetale sono, rispettivamente, pari a g 20,10 e g 19,90: dunque il peso del nummo in argomento è contenuto nei limiti di tolleranza legali.
E allora come è possibile affermare che trattasi di “modulo di spessore maggiore e rilievi molto più marcati?” Una cosa del genere sarebbe possibile solo se, a parità di diametro, la lega di cui è composta la moneta avesse un titolo ben più basso degli 800 millesimi previsti dalla normativa, in quanto l’argento ha un peso specifico superiore a quello del rame.
Al tempo dell’incanto ho chiesto spiegazioni alla casa d’asta, affermando che i numismatici e i collezionisti meriterebbero maggiore attenzione e cura nel descrivere le monete messe in vendita, vieppiù se la base d’asta è a cinque cifre. Ovviamente, e mi sarei meravigliato del contrario, non ho ricevuto riscontro alcuno.
Le 10 lire d’argento: torna in moneta l’Italia su prora
Questa tipologia porta al rovescio l’Italia è raffigurata come una vigorosa giovane donna protesa innanzi (verso un roseo futuro, che poi tanto roseo non fu) su una prora, a destra, recante nella destra un enorme fascio littorio e nella sinistra una vittoriola. Lo stemma sabaudo, sempre di piccole dimensioni, è questa volta relegato, in vista per tre quarti, sulla prora della nave, sempre affiancato dai soliti due fasci littori. Diametro mm 27, peso g 10 di argento al titolo di 835 millesimi, tiratura 618.500 pezzi.

Torna l’Italia su prora, in versione moderna, sulle 10 lire imperiali
Successivamente furono coniate esclusivamente per i numismatici monete da 10 lire nei seguenti anni: 1937-XV 50 pezzi; 1938-XVII 20 pezzi; 1939-XVIII 20 pezzi; 1940-XVIII moneta non emessa, coniata in pochissimi esemplari per celebrare il 40° del regno di Vittorio Emanuele III; 1940-XIX 20 pezzi: 1941-XX 20 pezzi.
Le 5 lire d’argento: un inno alla fecondità
Il taglio più basso della serie coniato in metallo prezioso porta al rovescio una feconda madre circondata da quattro bambini, di cui uno al seno nell’atto dell’allattamento. Ora che l’Impero era riapparso sui colli fatali di Roma, doveva essere adeguatamente popolato dalla florida “razza italica”!
Questa volta il fascio littorio e lo stemma sabaudo hanno pari importanza, inserito l’uno a destra e l’altro a sinistra della fecondità. Questa moneta fu emessa nel 1937, ma col millesimo 1936, in 1.016.000 esemplari, e nel 1938, ma col millesimo 1937, in 100.000 pezzi, fatto che rende quest’ultima versione alquanto rara, soprattutto se in elevato stato di conservazione.

Un inno alla fecondità del popolo italiano sulle 5 lire della serie Impero
Dal 1938 questo tipo di moneta fu coniato nei seguenti contingenti: 1938-XVII 20 esemplari; 1939-XVIII 20 esemplari; 1940-XVIII moneta non emessa, coniata in pochissimi pezzi per celebrare il 40° del regno di Vittorio Emanuele III; 1940-XIX 20 pezzi; 1941-XX 20 pezzi.
Nella terza e ultima parte di questo studio sulle monete italiane serie Impero prenderemo presto in esame gli “spiccioli” in metallo non prezioso, dalle 2 lire a scendere fino ai 5 centesimi, che accompagnarono gli italiani dal 1936 alla fine del Regno e il regime di Mussolini dall’apoteosi alla disfatta.
Se volete scoprire i modelli delle monete italiane serie Impero cliccate qui o se volete saperne di più sulle banconote per l’Africa Orientale Italiana cliccate qui. E in ogni caso, continuate a seguirci.






































