C’è un sottile filo, dal colore indefinito, che attraversa la fossa del dolore, si aggroviglia attorno alla memoria e corre dritto per una storia lunga mezzo secolo e oltre. E’ un filo che non si è spezzato quel 27 gennaio 1945 ad Auschwitz e che anzi ha seguito la sua tessitura, pur divergendo e dettando la linea di quello che da quel momento sarebbe poi diventata “un altro Novecento”. Per altri 46 anni.
Era un gelo di quelli che ti crepano le ossa quello dell’inverno ’45, uguale ma diverso rispetto a quelli di sempre. Soprattutto per quelli – rimasti in poche migliaia quel mattino – che non avevano quasi più nulla a proteggere le loro ossa. L’entrata ad Auschwitz-Birkenau dei soldati sovietici in quel gelido giorno di gennaio dell’ultimo anno di guerra aveva svelato al mondo e nella piena contezza dei fatti l’orrore della follia nazista, portando alla luce – nei numeri e nelle testimonianze – quanto vasta fosse stata l’opera di sterminio messa in atto da Hitler.
Auschwitz-Birkenau: primo anello nella catena dell’orrore
Convincendo anche quegli scettici che fino ad allora avevano ritenuto inattendibili ed esagerate le voci che arrivavano dai campi di prigionia nazisti. Allo stesso tempo però quei giorni di inizio ‘45 avevano delineato la traiettoria che quella parte d’Europa – dalla Polonia verso est – avrebbe seguito nei decenni a venire e che sarebbe stata discussa, di fatto, pochissimi giorni dopo quei fatti negli incontri di Yalta tra Stalin, Churchill e Roosevelt.
Passando sotto al portale che recava la beffarda iscrizione “Arbeit macht frei” – “Il lavoro rende liberi – del campo di concentramento di Auschwitz-1 (Oswjecym per i polacchi, a 70 chilometri da Cracovia) i soldati sovietici del 60° Corpo d’Armata del Fronte Ucraino avevano scoperto le dimensioni dello sterminio, documentando le prove della Shoah e dei crimini nazisti.
L’Armata rossa non poteva immaginare quanto avrebbe portato alla luce. Tra le migliaia di storie di sofferenza e di morte, i russi avevano inoltre rivelato al mondo che la furia nazista non si era rivolta solo contro gli ebrei, uccisi a centinaia di migliaia in quei campi , ma anche contro i rom ed ogni sorta di oppositori, sacerdoti cattolici compresi.
Massimiliano Maria Kolbe, il martire della carità
Tra questi nei mesi successivi alla liberazione era emersa tra le tantissime, la storia di Massimiliano Maria Kolbe, un frate polacco di profonda devozione mariana. A testimoniarne il martirio era stato il militare polacco Franciszek Gajowniczek. Questi era stato salvato dal bunker della fame dove era stato confinato a morte certa, proprio grazie al sacrificio del sacerdote che si era offerto per la definitiva punizione al posto del soldato. Kolbe era stato poi, in un sussulto di pietà, ucciso con una iniezione letale il 14 agosto 1941 e quindi cremato.


La figura del sacerdote nel dopoguerra aveva assunto una tale rilevanza che il 17 ottobre 1971, a trent’anni dalla morte, Paolo VI ne proclamò la beatificazione. Il 10 ottobre 1982 papa Giovanni Paolo II, suo connazionale, aveva poi proclamato santo Massimiliano Maria Kolbe, il “martire della carità”.
Nel 1995, nei 50 anni dalla liberazione di Auschwitz si celebrava la figura del prete mariano, fondatore della Milizia dell’Immacolata, con una bella medaglia dalla fattura particolarmente riuscita. Dal diametro di 75 millimetri per un peso di oltre 130 grammi in bronzo, su un lato presenta una rosa che domina sul filo spinato e sul binario simbolo della deportazione. Sull’altro l’iscrizione “Per le vostre sofferenze il nostro amore” campeggia tra la raffigurazione dei prigionieri dei campi ed i numeri tatuati sui loro polsi. La medaglia è stata probabilmente prodotta dall’organizzazione umanitaria Maximilian Kolbe Werk di Friburgo, fondata nel 1973.


C’è poi un’altra suggestiva ed austera medaglia, tra le non molte per la verità prodotte sul tema, che ricorda il tragicamente celebre campo di concentramento polacco. Il conio è stato prodotto in occasione del 30° dalla fondazione del Museo statale di Oświęcim-Brzezinka (Auschwitz-Birkenau in tedesco), ideato nel ’46 ed aperto nel 1947.
Un luogo simbolo dell’olocausto, immenso testimone dello sterminio: si stima che ad Auschwitz abbiano trovato la morte non meno di 1,1 milioni di persone, per la stragrande maggioranza ebrei. La medaglia è fusa, con un peso di 317 grammi e misura 100 per 80 millimetri. Decisamente evocativa.
Dal conflitto al dopoguerra verso l’era della Guerra fredda
Il sottile filo della storia, però, dalla Polonia parte ed alla Polonia arriva in questo nostro racconto. Nel 1949 il blocco occidentale guidato da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia si costituisce nell’alleanza militare atlantica NATO. L’idillio del grande fronte anti nazista era finito pochi mesi prima, quasi subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, e definitivamente sepolto col blocco di Berlino imposto dai sovietici nel 1948 per cercare di portare interamente dalla parte comunista la città: un tentativo reso vano dal ponte aereo col quale gli alleati avevano invece impedito a Berlino Ovest di capitolare.


Ma ormai la Guerra fredda è uno stato di fatto. Il 14 maggio del 1955 nella capitale della Polonia comunista si firma il Patto di Varsavia, alleanza militare difensiva che raggruppa l’URSS ed i suoi paesi satellite in Europa orientale. Per 36 anni, fino al 1° luglio 1991, Bulgaria, Cecoslovacchia, Polonia, Romania, Germania Est, Ungheria e a seguire anche l’Albania sono legati a Mosca dal patto: è la risposta comunista alla NATO e soprattutto all’adesione della Germania Ovest all’Alleanza atlantica.
Anche in questo caso a fotografare quello storico e drammatico momento è una medaglia di fattura originale. Di forma quadrata ma con lati stondati, il conio su una faccia elenca le capitali degli Stati aderenti al Patto: al centro dominano i fucili tenuti saldamenti nelle mani di due soldati. Sulla faccia opposta l’iscrizione “Fratellanza in armi per custodire la pace ed il socialismo”.
La medaglia, che nella versione bronzea pesa 187 grammi per 68 millimetri di lato, fissa nel metallo il severo monito della divisione del mondo in due blocchi. Uno scenario da guerra fredda che è ormai tornato di drammatica attualità.





































