Dietro ogni moneta c’è un decreto di emissione e questo vale anche per le 100 lire Vetta d’Italia del 1925, uno dei capolavori numismatici italiani del XX secolo che quest’anno festeggia un secolo di vita. Nello specifico, è il Regio decreto 1829 dell’11 ottobre 1925 a stabilire la Istituzione di una moneta nazionale d’oro del 25° anniversario dell’avvento al trono del Re da coniarsi in 5000 esemplari con “diametro, peso, titolo e tolleranza identici a quelli delle monete di egual specie e taglio attualmente in circolazione”.

Anno 1925: i 25 anni di del re sul trono sono celebrati con cerimonie pubbliche, iniziative editoriali come La Corona del Re di Vittorio Emanuele Bravetta (incisioni di Publio Morbiducci) e l’emissione di tre francobolli commemorativi

Definizione giuridicamente ineccepibile, ma lontana dalla realtà dei fatti dal momento che il massimale in oro italiano, definito ancora secondo i canoni dell’Unione monetaria latina (titolo di 900 millesimi, peso di 32,2581 grammi, diametro di 35 millimetri, bordo godronato fine) di fatto, ormai, non circola più. Coniato per l’ultima volta, prima di allora, nel tipo Fascione nel 1923, il nominale da 100 lire è ormai una moneta destinata ai collezionisti, una tipologia celebrativa e non certo di uso corrente.

Le 100 lire Vetta d’Italia, tuttavia, nascono con uno scopo preciso, quello di festeggiare un quarto di secolo di regno di Vittorio Emanuele III di Savoia, traguardo mai raggiunto dai suoi predecessori (il nonno Vittorio Emanuele II ha regnato dal 1861 al 1878 e il padre Umberto da quell’anno al fatidico 29 giugno 1900) e che si vuol rendere solenne proprio grazie ad una di quelle monete tanto amate dal “re numismatico”.

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Il dritto delle 100 lire Vetta d’Italia del coniate nel 1925: opera di Aurelio Mistruzzi, esaltano la figura del re, la sua gloria e il suo “possesso” della storica Corona ferrea

A modellare le impronte della 100 lire viene chiamato Aurelio Mistruzzi (1880-1960), eccellente scultore che dall’inizio degli anni Venti si è dedicato alla modellazione di medaglie e che si appresta a diventare anche uno dei più valenti creatori di monete del XX secolo (tra le altre cose, sarà l’ultimo “incisore ufficiale” della Santa Sede).

Mistruzzi concepisce la moneta in modo originale già dal dritto, sul quale il grande modulo delle 100 lire gli consente di abbinare un profilo a sinistra di Vittorio Emanuele III, a collo nudo, con elementi celebrativi e simbolici, ad iniziare da quella Corona ferrea – simbolo del Regno d’Italia, che l’artista non pone sul capo del re bensì – scelta felice – sotto il taglio del collo, poggiata su un albero di quercia simbolo di gloria e forza.

Grandi, spesse, evidenti le iscrizioni che, limitate al minimo, sul dritto delle 100 lire Vetta d’Italia indicano solo il nome del sovrano (VITT. EM. III | RE D’ITALIA) e le due date di accesso al trono e del giubileo (1900 e 1925).

Un luogo, un simbolo: la Vetta d’Italia strappata come punto di confine all’Austria-Ungheria in una cartografia d’epoca. A destra l’ideatore di questo nome, l’irredentista Ettore Tolomei

Come ben sappiamo, tuttavia, ogni moneta è un “racconto in due atti” e al dritto va abbinato un rovescio altrettanto significativo e coerente. Nel nostro caso, quella che è senza dubbio – fino a quel momento – la “grande impresa” del regno di Vittorio Emanuele III, ossia il completamento dell’unità nazionale a seguito della Grande guerra, viene così esaltata in una delle composizioni più belle e solenni della monetazione italiana.

Dal 1904 il monte Klockerkarkopf, all’epoca in territorio austro-ungarico, è stato ribattezzato “Vetta d’Italia” da alcuni irredentisti, considerandolo il punto più settentrionale del territorio geografico italiano. A guidarli è l’alpinista e geografo Ettore Tolomei (1865-1952) che, per ribadire il concetto, incide sulla vetta una grande lettera “I” auspicando un futuro spostamento dei confini italiani.

Sta di fatto che il nome Vetta d’Italia diventa di uso comune, specie nel linguaggio militare e della propaganda durante la Prima guerra mondiale al termine della quale la montagna diventa, effettivamente, confine politico del Regno e simbolo della raggiunta e definitiva unificazione.

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Il fante in nudità eroica pianta il tricolore italiano sulla Vetta d’Italia una volta raggiunta la vittoria nella Grande guerra: ecco il rovescio delle 100 lire oro 1925

Ecco che Aurelio Mistruzzi colloca, sul rovescio delle 100 lire Vetta d’Italia, la sommità del fatidico monte delle Alpi orientali sul quale, a simboleggiare il sacrificio compiuto dal popolo italiano in armi, modella un fante in nudità eroica, il ginocchio destro poggiato sulla roccia, che pianta con la sinistra il tricolore con lo stemma sabaudo sulla cima.

Nella mano destra una Vittoriola alata, premio per gli sforzi compiuti durante il conflitto le cui date di inizio e termine (1915 e 1918) sono incise ai lati della composizione. A completare il tutto, il valore LIRE | 100 spezzato ai lati del soggetto, il segno di zecca R e le firme del modellista (MISTRVZZI in basso a destra) e dell’incisore dei coni Attilio Motti (A. M. INC. in basso a sinistra), oltre al nome VETTA | D’ITALIA in incuso sulla roccia.

Uno dei rarissimi esemplari PROVA della moneta da 100 lire Vetta d’Italia: tra questi, sono note anche alcune monete non sabbiate a causa dei ricorrenti difetti di coniazione

C’è tuttavia un ulteriore elemento che “decora” la fatidica montagna, ossia un fascio littorio incuso la cui presenza, ovviamente, è caldeggiata dal governo di Mussolini – “timoniere della nuova Italia” – il cui movimento politico affonda le proprie radici proprio negli ex combattenti. A differenza che sulle 100 lire Fascione e sulle 20 lire Fascetto del 1923, c’è da dire che in questo caso il simbolo del neonato regime passa quasi inosservato e c’è da scommettere che, in questo, sua maestà ci abbia messo lo zampino.

Si tratta, del resto, della moneta che deve celebrare un quarto di secolo di regno di Vittorio Emanuele III e nulla può essere lasciato al caso; tuttavia le 100 lire Vetta d’Italia previste con finitura tradizionale, ossia fior di conio, nel momento in cui escono dalle presse della Regia Zecca all’Esquilino creano lo scompiglio tra i dirigenti dell’officina monetaria come era avvenuto anche due anni prima con le 100 lire Fascione.

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Casualità o risposta politica? Mentre il re viene celebrato con le 100 lire oro, nel 1925, il duce si fa ritrarre in veste di “grande timoniere” in una medaglia opera di Aurelio Mistruzzi

Se i rilievi appaiono ben impressi, infatti, le superfici mostrano la presenza di difetti nella stragrande maggioranza dei casi e, per correre ai ripari, si procede ad una sabbiatura in modo da attenuare l’effetto delle imperfezioni. Saranno pochissime, alla fine, le monete non patinate, soprattutto fra i rarissimi esemplari di prova, tanto che qualche commerciante e studioso le indicherà in seguito come “fondo specchio” anche se, in realtà, esse avrebbero dovuto rappresentare lo standard e non l’eccezione.

Rara e bellissima, la 100 lire Vetta d’Italia del 1925 è in ogni caso, da allora, una delle monete più amate dai collezionisti italiani e che per tanti di loro rimane un sogno. Del resto, un esemplare di serie in assoluto fior di conio può superare abbondantemente i 15 mila euro di prezzo mentre uno di prova può essere valutato anche oltre i 60 mila euro.

“Diede oro alla Patria”: questo si legge sul rovescio di una meadglia degli anni della Grande guerra. Con parte di quel metallo prezioso verranno poi battute le 100 lire Vetta d’Italia

Un’ultima curiosità: quei 5000 esemplari da 100 lire Vetta d’Italia vengono coniati usando parte dell’oro donato dagli italiani alla Patria durante la Prima guerra mondiale: nel giubileo reale una sorta di laico rito di partecipazione che rese – e rende – ciascuna di queste monete, ancor di più, un frammento di storia italiana del Novecento.