Una delle tante coniazioni la cui natura è ancora oggi controversa è il “carlino” di Catanzaro, legato all’assedio francese alla città posto nel 1528.
Sfogliando il volume di Vincenzo D’Amato Memorie Historiche della illustrissima fidelissima e famosissima città di Catanzaro edito nel 1670, alla p. 162, nel leggere dell’assedio posto alla città calabrese dai francesi di Simone dei Teobaldi, fra le altre narrazioni della strenua ed infine vittoriosa difesa dei catanzaresi, troviamo anche scritto:
“La penuria del danaro diede solamente dubbio di partorir col tempo qualche accidente, ma la liberalità dei cittadini che offersero il proprio oro e l’argento riparò a questa emergenza. Con magnanima gara gli argenti e gli ornamenti d’oro furono portati al Viceré il quale, come successivamente gli riceveva, dava fede del peso e della persona per essere poscia in tempi più tranquilli restituiti da Cesare [Carlo V, NdA]. Fatta la massa, si convertì in moneta, la quale, fin dal presente per privilegio speciale di spende nella città. Di questo bene informano il Marafioti nelle sue Cronache di Calabria che al libro V pone Catanzaro tra le città che per particolare privilegio battono monete”.

Tre esemplari del rarissimo “carlino” di Catanzaro del 1528 illustrati da Mario Traina ne Gli assedi e le loro monete (vol. I, p. 247): in altro quello della collezione Superti Furga (listino Ratto 1967, 550.000 lire), quello della Biblioteca comunale della città calabrese e infine un esemplare illustrato nella rivista Numismatica dei fratelli Santamarina, 1943-1945
A leggere il D’Amato, dunque, non v’è dubbio che quelle coniate a Catanzaro nel 1528 siano vere e proprie monete, nel senso che ebbero corso regolare, furono accettate e spese assolvendo, insomma, alla funzione di mezzo di pagamento essenziale per ogni moneta.
Ed in verità la tesi esposta dal D’Amato e, come egli stesso assume, ripresa dal Marafioti, ha trovato finora ogni credito, tanto che si riconosce che il “carlino” di Catanzaro, a nome di Carlo V (appena cinque o sei gli esemplari noti) faccia parte della storia numismatica di Catanzaro come moneta e non come medaglia.
Prima di passare alla nuova tesi (nuova in quanto solo oggi viene sottoposta alla nostra attenzione) sulle monete coniate in Catanzaro, ricordiamo che queste, consistenti in tondelli di argento piuttosto grossolani e di bassa lega, avevano peso di due trappesi e quattro acini (corrispondenti a g 1,960); il loro valore convenzionale era dunque di un carlino e, al termine dell’assedio, dovettero essere rimborsati dalla cassa pubblica con moneta corrente di Caro V.
Si sa che per il cosiddetto “carlino” di Catanzaro vennero eseguiti due coni: uno, privo di data, recante al diritto la mezza figura di un’aquila bicipite, e sopra su quattro righe, la scritta: OB | SESSO | CHATAN | ZARI | O. Il secondo conio aggiunge, al diritto sotto IMP anche la data 1528. Completamente diversa è l’illustrazione che ne dà il D’Amato, tanto che la riproduzione deve ritenersi del tutto di fantasia.
Come scrivevamo in apertura, tale moneta è rarissima. Si conoscono con certezza tre esemplari: quello in possesso di una famiglia catanzarese, quello esistente presso la Biblioteca comunale cittadina ed un terzo custodito nel Gabinetto numismatico del Museo archeologico nazionale di Napoli. Un altro esemplare venne posseduto dalla famiglia Fusco di Napoli e venduto poi, ai primi del secolo, per la cifra di 2050 lire (un’enormità per quei tempi) e oggi di collocazione ignota.
In un libro di Orazio Lupis (Elementi di Storia) l’autore, nel trattare dell’assedio di Catanzaro, asserisce di aver visto due delle monete coniate nell’occasione, esattamente quelle con data 1528.

Dritto di un esemplare del “carlino” di Catanzaro a nome dell’imperatore Carlo V: moneta di estrema rarità, è da lungo tempo oggetto di dibattito fra i numismatici (dalla rete)
Come anticipato, tutti gli studiosi concordano che si tratti di monete. Tuttavia, nel volume di Lodovico Bianchini intitolato Della storia della Finanza del Regno di Napoli edito nel 1839, nella trattazione delle monete in questione, si legge, come quella che è stata ritenuta una moneta, altro non sarebbe che “una medaglia battuta di proposito per commemorare l’assedio”.
Indubbiamente è una tesi interessante e che forse potrebbe giustificare le differenze di disegno tra le monete realmente esistenti e quelle descritte dal D’Amato: forse quella da lui riprodotta era effettivamente una medaglia e le altre, a noi note, delle monete.
Tuttavia possiamo notare altre incongruenze. Le due monete sono bucate, come potrebbero essere delle medaglie prive di appicicagnolo. Ed inoltre il D’Amato, ed altri, dicono che tali monete furono coniate con oro e argento dai catanzaresi: quindi avremmo dovuto avere una lega tipo elettro o, almeno, una lega ricca d’argento. I pochissimi esemplari di “carlino” di Catanzaro conosciuti sono invece di lega bassissima.

Rovescio di un esemplare del “carlino” di Catanzaro con riferimento all’assedio del 1528 in cui i cittadini e la guarnigione resistettero con succetto alle milizie francesi (dalla rete)
Comunque, la possibilità che il pezzo in argento, battuto a Catanzaro in occasione dell’assedio e recante la data 1528, non sia stata una vera e propria moneta, ma, piuttosto, una medaglia commemorativa di quella vicenda, venne adombrata non solo da Ludovico Bianchini nel 1839, laddove affermava chiaramente “inchino a credere che fosse piuttosto una medaglia battuta di proposito per memoria di quell’assedio”.
Altre due “scoperte” concordano nel farci ritenere che il pezzo datato 1528, e ritenuto coniato durante l’assedio per sopperire alla necessità di danaro, possa invece essere una medaglia commemorativa oppure, ipotesi ancora più attendibile, una moneta la cui coniazione sia stata, però, autorizzata in seguitoe sempre con carattere commemorativo.
Ed infatti, scorrendo le Memorie storico-critiche degli storici napoletani di Francescantonio Soria (tomo I, p. 21), leggiamo: “[…] è un privilegio concessole (a Catanzaro) da Carlo V di battere una particolare moneta in memoria della valida resistenza che fè contro i replicati attacchi delle truppe francesi. Questa onorevole medaglia ha da una parte la mezza aquila imperiale tagliata per traverso con l’esergo Carolus Imperator e dall’altra l’epigrafe Obsesso Chatanzario 1528 e vien riferita anche dal Vergara”.
Dello stesso tenore quello che in merito ebbe a scrivere Lorenzo Giustinianj in Biblioteca Storico e Topografica del Regno di Napoli il quale, a p. 35, scrive: “[…] tra le quali evvi il privilegio concesso da Carlo V di poter battere una moneta in memoria della resistenza che fecero i suoi cittadini ai forti attacchi dei francesi”.

Il Castello normanno di Catanzaro edificato da Roberto il Guiscardo attorno al 1060: uno dei complessi storici più importanti della città calabrese
Quindi i due illustri scrittori superano la tesi del D’Amato secondo cui la moneta, il cosiddetto “carlino” di Catanzaro, sarebbe stata posta in circolazione durante l’assedio del 1528 per considerarla o come una medaglia (tesi del Bianchini) oppure, il che ci sembra ancora più corretto, come di una moneta la cui coniazione fu autorizzata come pezzo commemorativo e in un momento successivo all’assedio. Del resto questa seconda possibilità deriva da un semplice ragionamento: tutti gli storici che hanno trattato l’argomento, dal Marafioti al D’Amato, dal Bianchinj a Soria, dal Capialbi al Giustiniani, sono concordi nello stabilire che la moneta del 1528 fu battuta in Catanzaro per speciale “privilegio” di Carlo V.
Ora è evidente che, se la moneta fu battuta in stato di necessità nel corso dell’assedio, quale privilegio poteva, nel momento in cui Catanzaro era isolata dal resto del Regno, essere emesso al proposito? Se vogliamo credere ad una moneta ossidionale dobbiamo rifuggire dall’ipotesi del privilegio cui invece tutti accennano.
Se invece vogliamo credere che Catanzaro batté la sua moneta per “privilegio” imperiale e facciamo concordare tale possibilità con la constatazione che tanti storici parlano di pezzo battuto per “commemorare” l’assedio, ecco allora che ci troviamo dinanzi al fatto che la moneta catanzarese (scriviamo sempre di moneta e non di medaglia) fu coniata, successivamente all’assedio del 1528, con “privilegio” di Carlo V ed in ricordo della gloriosa difesa dai colori di Spagna. Catanzaro perderà forse, secondo la nostra tesi, la sua moneta ossidionale ma troverà, cosa ancor più importante, una moneta commemorativa.





































