Pochi leader nella storia dell’antichità sono stati così importanti e controversi come Mitridate VI Eupatore (120-63 a.C.). Personaggio ammirato per la sua intensa determinazione e il suo talento apparentemente illimitato, è al tempo stesso detestato per i suoi numerosi atti di crudeltà, alcuni dei quali non possono essere giustificati nemmeno tenendo conto dell’epoca violenta in cui visse.

 

Testa in marmo che ritrae Mitridate VI Eupatore, re del Ponto, con sul capo una pelle leonina come Eracle (I secolo, produzione romana, Museo del Louvre)

 

Non c’è dubbio che Mitridate VI Eupatore, re del Ponto, fosse innanzi tutto un genio militare. Fu uno dei nemici più temibili di Roma, con Cicerone che lo considerava superiore al generale cartaginese Annibale e secondo solo ad Alessandro III tra i re greci. Ci vollero infatti tre dei migliori generali di Roma – Silla, Lucullo e Pompeo Magno – per sconfiggere Mitridate in modo così convincente da indurlo al suicidio.

Mitridate VI Eupatore salì al potere orchestrando l’assassinio di sua madre, che era una reggente indesiderata, e gli vengono attribuiti anche gli omicidi di altri membri della famiglia e l’esecuzione di alcune sue concubine, piuttosto che permettere che cadessero in mani nemiche.

La sua opposizione alla presenza romana in Asia Minore era così feroce che in una sola notte ordinò l’uccisione di oltre 80.000 romani e latini residenti in quella regione. La maggior parte di queste vittime, senza dubbio, non era certo colpevole di alcun crimine contro Mitridate VI Eupatore e difficilmente avrebbe meritato la condanna a morte che ricevette.

 

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Una delle più belle tetradramme in argento di Mitridate VI Eupatore, coniata nel settembre dell’anno 74 a.C. con il suo ritratto realistico e al rovescio un cervo entro corona d’edera (ex asta NAC Numismatica Ars Classica 92, 2016, lotto 185)

 

Si dice che fosse dotato di un coraggio sconfinato, che fosse un abilissimo nell’uso delle armi e che avesse allenato il suo corpo a resistere agli effetti del veleno sottoponendosi regolarmente a dosi non letali. Probabilmente parlava ben 22 lingue ed era un devoto mecenate delle arti e della poesia. Era inoltre di nobile lignaggio: rivendicava la discendenza materna dai re greci Alessandro III e Seleuco I, e paterna dai re persiani Ciro e Dario. Da qui il suo titolo onorifico di Eupatore, che significa “di nobile padre”.

I suoi ritratti sulle monete sono di due tipi: sobri e realistici, e sfarzosi e idealizzati. Il magistrale esempio qui presentato, impresso al dritto di una tetradramma di zecca incerta risalente al 74 a.C., richiama la celebre immagine di Alessandro III. Questo tipo idealizzato era ammirato da Edward T. Newell, che lo descrisse come “piuttosto teatrale […] con le estremità del diadema fluenti e ciocche di capelli che svolazzano in modo drammatico”.

 

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Un altro esemplare di tetradramma in argento con ritratto del re del Ponto e sul rovescio un Pegaso coniata a Pergamo nel 93-92 a.C. (ex asta Bolaffi 35, 2019, lotto 30)

 

Il rovescio delle sue monete con ritratto reca una corona d’edera che allude al suo epiteto di “Dioniso” e mostra un cervo oppure un Pegaso, quest’ultimo a indicare la sua presunta discendenza da Perseo. All’interno della corona sono inoltre presenti una mezzaluna e una stella, l’emblema della dinastia pontica, la sua iscrizione reale, i monogrammi di controllo e la data di emissione, precisa al mese. Questa particolare moneta è datata settembre 74 a.C.

Al dritto anepigrafe della prima moneta qui illustrata si abbina un rovescio con legenda e al centro un elegante cervo al pascolo a sinistra; nel campo interno sinistro, stella su mezzaluna | GKS (anno 223 dell’era pontica); nel campo interno destro, monogrammi e nell’esergo, IB (mese 12). Il tutto entro una corona d’edera con bacche.

La seconda teetradramma illustrata mostra invece un ritratto meno fine, per quanto molto espressivo, e sul rovescio il cervo è sostituito dal Pegaso al pascolo. La moneta fu coniata dalla zecca di Pergamo nel 93-92 a.C.