Zecchiere fraudolento e stato disonesto? Sono queste le domande alle quali qualunque appassionato di numismatica potrebbe porsi alla vista di questo raro doppio grosso di papa Alessandro VI (1492-1503) per la zecca di Roma.
Un doppio grosso suberato, perchè?
Ad un primo esame la moneta risulta essere suberata, e fin qui nulla di particolare, perché all’epoca la suberazione era una tecnica di coniazione ben conosciuta, in quanto utilizzata e ben sperimentata sin dai tempi dei Greci e poi dai Romani.
Andando ad esaminare attentamente il nostro doppio grosso di papa Alessandro VI, il cui peso dopo la suberazione e tosatura è di g 4,53 (mentre quello legale è di circa g 6,50) notiamo che ha sicuramente circolato a lungo.

Il dritto del falso doppio grosso di papa Alessandero VI, con tracce evidenti di tosatura
I suoi rilievi, infatti, sono uniformemente consumati e non mostrano tracce della sottostante anima di vile metallo, che si sarebbe dovuta manifestare proprio su tali rilievi, perché i primi ad essere soggetti all’usura da sfregamento, e sul bordo. Il che vuol dire che l’artefice di questa moneta era un esperto in argentatura e che disponeva di tutti gli strumenti necessari per poterla mettere in pratica.
Forse un falso uscito direttamente dalla zecca
Quindi la zecca di Roma era il luogo ideale per poter produrre un simile manufatto, probabilmente anche sfruttando un qualche addetto al controllo del coniato poco attento (o addirittura con la sua complicità). Comunque, il risultato finale, sempre nel suo genere, è sicuramente una piccola opera d’arte.

Il rovescio del falso doppio grosso con la scena in cui san Pietro riceve le chiavi da Gesù
Sembra strano, ma è proprio grazie ad un tosatore, bisogna anche dire un po’ sfortunato, che è stato possibile scoprire l’inganno. Con un po’ di fantasia è presumibile immaginare che il nostro personaggio venuto in possesso di questa moneta, notando che aveva circolato, proprio perchè consumata in modo omogeneo e già di peso leggermente calante, abbia ritenuto che, privandola di un po’ di bordo, la sua frode sarebbe potuta passare inosservata. Quindi, già immaginando il buon guadagno che ne avrebbe ricavato, armatosi di un paio di cesoie si deve essere messo all’opera.
Sempre con un po’ di fantasia possiamo immaginare la faccia che deve aver fatto quando si è accorto che la moneta era una specie di “panino imbottito”, uno strato di rame tra due di argento. Quando si è trovato in mano il pezzetto di bordo che aveva asportato alla moneta si deve essere reso conto amaramente che da frodatore era passato dalla parte del frodato, frodato anche doppiamente, perché a questo punto la moneta non era più spendibile e probabilmente anche un cambiatore, ridotta in questo modo, non gliela avrebbe accettata o gliela avrebbe valutata pochissimo, sicuramente molto al di sotto di quando l’aveva ricevuta in pagamento.
Il tosatore, da attore a vittima della frode
Il tosatore, possiamo immaginare, deve aver avuto un gesto di vera stizza concretizzatosi nello sfregiare con le sue cesoie lo stemma papale, forse un gesto di risentimento anche verso lo stesso pontefice Alessandro VI, che poteva aver autorizzato la zecca a quel tipo di operazione. Evidentemente, non avendo del tutto sbollito la rabbia, ha infierito, anche se per una sola volta, sul rovescio della moneta.

Dettagli dei segni di sfregio sul dritto e sul rovescio che mostrano l’anima di rame dell’esemplare
Per quanto riguarda la falsificazione di moneta in genere, nel cui ambito vanno compresi i tosatori, all’epoca vigevano leggi molto dure che prevedevano condanne molto severe, a volta anche crudeli, perché il falsario poteva essere condannato al taglio della mano o anche, se arrestato in flagrante attività, poteva essere costretto a bere il metallo liquido bollente che si trovava in quel momento nel crogiolo.
In casi particolari, si arrivava perfino alla condanna a morte, ciò che è capitato a Mastro Adamo, condannato al rogo perchè falsificò fiorini di Firenze, episodio ricordato anche da Dante nel canto XXX dell’Inferno della Divina Commedia.

Un doppio grosso (autentico) di papa Borgia, molto raro e in condizioni di elevata conservazione
Meglio falsificare moneta piccola…
Malgrado tutto, all’epoca, la falsificazione di moneta, soprattutto di quella minuta, doveva essere un’attività che permetteva un lauto guadagno e che quindi i falsari, sebbene corressero grossi rischi nel caso fossero scoperti, furono sicuramente molti più di quanto noi oggi possiamo immaginare. Bisogna anche tenere presente che a tale attività non si sottrassero neppure le zecche ufficiali, nonostante la loro attività fosse soggetta a svariati controlli, e il doppio grosso di Alessandro VI ne è un chiaro esempio.
Da questo curioso episodio si può dedurre che all’epoca chi riceveva in pagamento monete di differenti tipologie e provenienza, spesso era impossibilitato, nell’immediato, ad accertarsi della loro vera bontà. Era, quindi, costretto a fidarsi di quello che era impresso sulle loro facce che gli permetteva di individuare la zecca emittente, quella che (in teoria) avrebbe dovuto garantirne il corretto valore legale.





































