Lungo e complesso, il periodo della Riforma protestante e della Controriforma cattolica; quasi un secolo e mezzo di guerre cruente, riavvicinamenti, tragici lutti che cambiarono profondamente la civiltà e la cultura occidentali. A parte le motivazioni spirituali, che nelle popolazioni transalpine si tradussero molto presto in un desiderio sempre più forte di un contatto diretto con Dio, senza dover passare attraverso la mediazione una gerarchia ecclesiastica spesso corrotta e peccatrice, alimentava la Riforma protestante il fatto che i principi tedeschi vedevano sempre più nella Chiesa una specie di “esattore delle tasse”, che si impadroniva delle loro risorse, attentava alla loro indipendenza nominando i vescovi con giurisdizione anche civile, imponeva leggi ormai considerate obsolete.
Un doppio “casus belli”: la nuova basilica e le indulgenze
In questo clima di ostilità verso la curia ed il pontefice di Roma, la goccia che fece traboccare il vaso fu la ricostruzione della nuova basilica di San Pietro, di cui nel 1506 Giulio II fece gettare dal Bramante le fondamenta. L’immensa costruzione richiedeva enormi capitali e il successore di Giulio II, il papa Leone X, non seppe far di meglio che incrementare la vendita delle indulgenze, soprattutto con la bolla Sacrosanctis Salvatoris, nella quale dichiarava che era necessario ricostruire la basilica di San Pietro ormai gravemente rovinata, perché questo radicale intervento se da una parte lo esigeva la “maiestà del tempio”, dall’altra conveniva “al decoro ed alla dignità del Cristianesimo. Il celebre ritornello: “Cade il soldin nella cassetta, sale l’anima in ciel benedetta!” del domenicano Johann Tetzel, che nel gennaio del 1517 aveva cominciato la predicazione delle indulgenze proprio a Magonza, esprime perfettamente questa realtà.

Martin Lutero (1483-1546), padre della Riforma protestante che sconvolse l’Europa e il potere della Chiesa di Roma dalla prima parte del Cinquecento
La vendita delle indulgenze destò scandalo, specialmente negli ambienti che avevano in Erasmo da Rotterdam il loro alfiere; ma anche tra la gente più semplice, e perfino nella stessa curia romana! Ed il frate agostiniano Martin Lutero, che da giovane aveva soggiornato per qualche tempo a Roma, ma senza interessarsi per il momento delle vicende della nuova basilica di San Pietro, ora, dopo l’affissione delle sue 95 tesi al portale della cattedrale di Wittenberg, non esitò a scagliarsi contro gli abusi connessi con la predicazione del Tetzel.

Medaglia 1526 (argento, mm 41, g 30,65) risalente al 1550-1590 . Al D/ un personaggio sconosciuto interpretato come Martin Lutero, al R/ il monogramma di Albert Dürer, la data e la sigla DML interpretata come D[octor] M[artin] L[uther]
Lutero arrivò ad opporsi con tutte le sue forze alla vendita delle indulgenze, affermando tra l’altro che “se il papa sapesse in che modo i predicatori d’indulgenze riscuotono i denari, piuttosto ridurrebbe la basilica di San Pietro in cenere che vederla ricostruita con la pelle, la carne e le ossa delle sue pecorelle”.
A dar credito a Lutero ed a tutti coloro che si opponevano all’invio di denaro a Roma era la convinzione, alimentata tra l’altro dalla lentezza con cui procedeva la costruzione della basilica, che nella Roma di Leone X dominassero sperperi e disordini di ogni genere. Non solo; giravano pure voci, anche infondate, che i fondi incassati tramite la vendita delle indulgenze in realtà finivano nelle tasche della sorella del pontefice, Maddalena, mentre le pietre destinate al cantiere, durante la notte venivano trasportate presso il cantiere del palazzo del nipote di Leone X, Giulio de’ Medici, il futuro Clemente VII.

Il ritratto di Clemente VII Medici sulla rarissima medaglia che, nel 1529-1530, fu realizzata per sottolineare le difficoltà della Santa Sede dopo la Riforma protestante e il Sacco di Roma (Armand I, 141, 2; Toderi-Vannel 1404)
Nel gennaio del 1521, Leone X con la bolla Decet Romanum Pontificem scomunicò Lutero. Ma la valanga della Riforma protestante ormai si era staccata ed avrebbe trascinato via con sé l’unità dei cristiani e dell’Europa! Sembrò per un momento che l’elezione, nel 1522, di Adriano VI, uomo integerrimo, favorevole ad un rinnovamento ecclesiastico e per di più già precettore di Carlo V, fosse quasi una panacea per la Chiesa. Ma il suo regno durò appena un anno e non poté lasciare tracce significative.
Gli errori di Clemente VII e il ciclone dei Lanzi su Roma
Invece il suo successore, Giulio de’ Medici (Clemente VII) accentuò ancor di più la frattura con i fautori della Riforma protestante. Il nuovo papa, infatti, preso dalla situazione italiana e dal gioco di alleanze fra casate, preferì ignorare le motivazioni che stavano alla base del luteranesimo. Così non reagì ad esse e, se lo fece, lo fece in modo sbagliato, tanto che nel 1527 i Lanzichenecchi, eretici luterani, per ordine del cattolicissimo Carlo V, misero a ferro e fuoco Roma, mentre il papa assisteva impotente a quell’orrore, prigioniero in Castel Sant’Angelo.

Un magnifico giulio di Clemente VII con la scena della liberazione di san Pietro, allusiva alla fine del Sacco di Roma e al ritorno del pontefice a Roma (Muntoni 48, Berman 843, MIR 806/5)
Le tribolazioni di Clemente VII in quei tragici momenti, come pure quelle che ancora lo attendevano, sono adombrate su una medaglia realizzata da Francesco Ortensi, detto “del Prato”, tra il 1529 ed il 1530, quando, cioè, Roma ancora piangeva le sue ferite. Sul D/ l’artista pose il busto di Clemente VII con can capo nudo e piviale, circondato dalla leggenda CLEMENS VII PONTIF MAX; al R/ la raffigurazione di Gesù legato alla colonna, con i flagelli e la corona di spine ai suoi piedi, mentre tutt’intorno la leggenda dice: POST MVLTA PLVRIMA RESTANT, ossia “Dopo molte [sofferenze], ne rimangono ancora moltissime”.

Al rovescio della medaglia in bronzo, di circa 53 millimetri di diametro, il Cristo legato alla colonna: la legenda sottolinea le tribolazioni di Gesù e, per riflesso, quindici secoli dopo, della Chiesa stessa (Armand I, 141, 2; Toderi-Vannel 1404)
Secondo Giorgio Vasari (Vita di Baccio Bandinelli), l’Ortensi avrebbe eseguito questa medaglia per mostrare al papa, tramite lo scultore Baccio Bandinelli, le proprie capacità nel campo della medaglistica. Clemente VII si trovava a Bologna per incontrarsi con l’Imperatore Carlo V e “parve a Baccio d’andare a baciare i piedi a Sua Santità; e portò seco un quadro alto un braccio e largo uno e mezzo, d’un Cristo battuto alla colonna da due ignudi, il quale era di mezzo rilievo e molto ben lavorato. Donò questo quadro al papa, insieme con una medaglia del ritratto di Sua Santità, la quale aveva fatta fare a Francesco dal Prato suo amicissimo; il rovescio della quale medaglia era Cristo flagellato”.
In realtà, si tratta di una delle prime medaglie papali che abbiano affrontato i tragici eventi della storia della Chiesa causati, direttamente o indirettamente, dal turbine della Riforma protestante. Eventi che, mezzo secolo dopo, sarebbero stati ricordati anche da una rara moneta di Gregorio XIII Boncompagni la cui storia potete leggere cliccando qui.




































