di Luca Mezzaroba | Lungo tutto l’VIII secolo l’Impero bizantino conobbe un periodo di terribili lotte intestine di carattere religioso noto come “iconoclastia”: tale dottrina, le cui caratteristiche principali sono note solo grazie alle testimonianze dei suoi più accesi oppositori, condannava le raffigurazioni di carattere sacro e specialmente il culto che ad esse era dovuto, considerandolo idolatra.

La teoria iconoclasta dunque si scagliava soprattutto contro le icone e i monaci, che proprio delle immagini erano i gelosi custodi e produttori. Principale sostenitrice dell’iconoclastia fu la dinastia regnante in quegli anni a Costantinopoli: quella degli Isaurici.

Dal 717, infatti, sul trono imperiale sedeva Leone III l’Isaurico (in realtà nativo di Germanicea in Siria), un abile generale impadronitosi del potere con un colpo di stato e che aveva dimostrato più volte il suo valore nella difesa dell’impero contro gli Arabi. Proprio Leone III, nel 726, diede avvio alla sua grande rivoluzione religiosa emanando per la prima volta un editto ostile alle immagini e tentando di rimuovere l’icona di Cristo posta sopra la porta del palazzo imperiale.

Raffigurazioni di Gesù distrutte dagli iconoclasti (miniatura del Salterio Chludov, sec. IX, Mosca, Museo statale di storia)

Con questi atti iniziava dunque la disputa che avrebbe dilaniato lo Stato bizantino per più di settant’anni; Leone III tuttavia aveva già dato avvio, ben sei anni prima, ad un’altra rivoluzione, sicuramente meno clamorosa ma altrettanto decisiva per il suo valore politico e propagandistico, legata alla sua monetazione aurea.

Mentre infatti l’iconografia dei primi solidi di questo imperatore riprendeva chiaramente quella degli immediati predecessori e rappresentava, al dritto, il sovrano con abito e insegne del potere civile (clamide, mantello con fibula decorata, corona, globo crucigero e akakia) e, al rovescio, la classica croce posta su tre gradini, dopo il 720 Leone III decise di introdurre una diversa raffigurazione per il rovescio includendo il figlio Costantino associato al trono proprio in quell’anno.

Solido di Leone III (nel R/ Costantino V). Oro, gr. 4,41; mm. 19; h. 6

Tale modifica, di per sé, non rappresentava nulla di nuovo: già durante il VII secolo la precedente dinastia aveva fatto largo uso di questo espediente per legittimare la futura continuità dinastica; il fatto comunque che il prudente Leone III avesse reintrodotto questo uso indicava che egli era ben deciso a trasmettere il potere al giovanissimo erede (nato nel 718) con un’azione lenta e costante. Questa tesi sembra confermata da diversi dettagli presenti nella moneta, quali ad esempio il progressivo cambiamento della fisionomia di Costantino (caratterizzato nelle prime emissioni da tratti infantili e nelle ultime ormai del tutto adulto) e dalla presenza, al rovescio, di una M accanto al nome dell’erede, indicante il concetto di minor (in greco nèos) tipico per tutti i co-imperatori di nome Costantino. La vera e proprio rivoluzione, invece, era rappresentata dall’eliminazione della croce e di qualsiasi altro segno religioso (se si esclude il globo crucigero) all’interno della moneta.

Nonostante la grande prudenza e la decisa azione propagandistica di Leone III, la crisi iconoclasta rischiò seriamente di compromettere la successione di Costantino V: la ribellione del potente cognato Artavasde, che riuscì ad insediarsi a Costantinopoli per breve tempo lasciando tra l’altro interessanti testimonianze numismatiche, fu repressa con fatica ed estrema crudeltà dal legittimo sovrano.

Costantino V ordina la distruzione delle icone, in una miniatura della Cronaca di Costantino Manasse (sec. XIV)

Non è certo questa la sede per trattare il regno e la controversa figura di Costantino V: da un lato grande vincitore di Arabi e Bulgari e dall’altro fanatico sostenitore dell’iconoclastia e spietato persecutore degli iconoduli (sostenitori delle immagini) che si riferivano a lui chiamandolo spregiativamente Copronimo (in quanto aveva defecato nella vasca battesimale al momento del suo Battesimo) e che, ancora un secolo dopo, descrivevano i suoi atti e quelli “dei suoi simili, bestiali nei nomi” come “eresia empia, perversa, malvagia e rovinosa per l’anima del Copronimo folle e tre volte maledetto” (Vita di Santa Teodora, di anonimo del IX sec.); egli in realtà fu attivo anche in campo numismatico e proprio a lui si deve l’introduzione di quelle caratteristiche che rendono ancora oggi del tutto particolare la monetazione aurea della dinastia isaurica.

Solido di Costantino V (nel R/ Leone III). Oro, gr. 4,41; mm. 19; h. 6

Se infatti il dritto mantiene la consueta iconografia del sovrano regnante in abiti civili, è il rovescio a costituire una novità in quanto mostra il padre Leone III (defunto) vestito anch’egli in abiti civili mentre regge, come il figlio, una croce.

Tale innovazione non venne meno con la nascita del figlio di Costantino V, Leone IV, e anzi tale evento andò ad arricchire ulteriormente il campo della moneta. Dal 751 infatti il solido presenta al dritto i busti affiancati di Costantino V e Leone IV, entrambi con corona, clamide, mantello e fibula, mentre il rovescio mantiene il busto di Leone III che ora veste il tipico loros (una sorta di grande sciarpa decorata da pietre preziose) e regge la consueta croce. Nonostante il numero delle figure, l’attenzione per la gerarchia tipica del mondo bizantino è evidente in quanto sia Leone III (imperatore defunto) che Costantino V (sovrano regnante) hanno la barba, che invece è assente sul volto di Leone IV, definito appunto nèos nella legenda della moneta e caratterizzato ancora da tratti infantili.

Solido di Costantino V con, affiancato, Leone IV (nel R/ Leone III). Oro, gr. 4,40; mm. 20; h. 7

Non è ancora del tutto chiara la ragione di questo grande cambiamento nell’iconografia dei solidi; alcuni studiosi fatto risalire questa scelta all’influenza culturale che il mondo islamico esercitò su quello bizantino specialmente in riferimento al concetto di discendenza, molto forte nella cultura araba. Se così fosse, le scelte iconografiche di Costantino V andrebbero inevitabilmente legate a quelle della sua politica religiosa: il rifiuto delle immagini sostenuto dell’iconoclastia, e non a caso appoggiato dalle province orientali dell’impero, è ormai associato alla penetrazione della cultura islamica nella società bizantina di quel periodo e in particolare sulla famiglia isaurica, le cui origini siriane favorirono certamente tale contatto.

Solido di Leone IV con, affiancato, Costantino VI (nel R/ Leone III e Costantino V). Oro, gr. 4,43; mm. 20; h. 6

Quanto detto sembra confermato dall’iconografia e dalla legenda presenti sui solidi di Leone IV, asceso al trono alla morte del padre nel 775: se infatti il dritto mostra i busti del sovrano regnante (barbuto) e del figlio Costantino VI (nominato co-imperatore a soli cinque anni e pertanto privo di barba) entrambi con corona e ricchi abiti civili, è il rovescio a proporre un’ulteriore novità, rappresentando non solo il padre del sovrano regnante, Costantino V; ma anche il nonno, Leone III, entrambi barbuti (in quanto sovrani) e rivestiti del loros.

La genealogia della famiglia è poi ulteriormente sottolineata dalla lunga e complessa legenda che corre lungo il contorno del dritto e del rovescio, e che identifica con precisione le varie figure: al dritto quindi i due sovrani regnanti sono identificati come “Leone [IV] figlio e nipote, Costantino [VI] il giovane” mentre al rovescio i due imperatori defunti sono rispettivamente “Leone [III] il nonno e Costantino [V] il padre”.

L’improvvisa e sospetta scomparsa di Leone IV, morto a trent’anni, dopo soli cinque anni di regno, introduce sulla scena politica e numismatica la figura di Irene d’Atene, imperatrice vedova e madre del decenne Costantino VI. Anche in questo caso non possiamo soffermarci sulla figura di questa sovrana, una delle “grandi donne” di Bisanzio, ferocemente avversa all’iconoclastia e artefice di crimini orrendi, come il probabile avvelenamento del marito e il sicuro accecamento e assassinio del figlio, per poter infine ascendere al potere, da sola, come unica imperatrice; ancora una volta, comunque, la monetazione offre un prezioso aiuto per comprendere i vari passaggi di questa scalata al potere.

L’iconografia dei primi solidi di Costantino VI ancora minorenne (Tipo A) mantiene tutte le caratteristiche tipiche delle emissioni degli Isaurici, portando in tal modo il campo della moneta ad essere sovraffollato di personaggi: al dritto è rappresentato infatti il giovane Costantino VI, privo di barba, con i consueti abiti civili e la corona; al suo fianco è posta la madre Irene, rivestita del loros e con una tipica corona decorata da tre punte; sul rovescio i tre imperatori precedenti (Leone III, Costantino V e Leone IV) sono seduti e stretti uno accanto all’altro. Il fatto che Irene sia l’unica delle cinque figure a tenere in mano un globo (o una croce) e a portare il loros dimostra chiaramente i reali equilibri del potere, sottolineati poi dalla legenda, in cui il nome di Costantino, indicato come legittimo sovrano, appare solo al rovescio, oscurato dal nome dell’imperatrice Irene.

Solido di Costantino VI (tipo A) con, affiancata, la madre Irene (nel R/ Leone III, Costantino V e Leone IV). Oro, gr. 4,44; mm. 20,5; h. 5

Nonostante il mantenimento di elementi tipicamente “iconoclasti” nella moneta d’oro, la reggenza di Irene si rivelò tutt’altro che favorevole a tale pratica religiosa, che anzi arrivò a condannare pubblicamente durante il secondo Concilio di Nicea del 787.

Costantino VI presiede, nel 787, il Secondo Concilio di Nicea in una miniatura del Menologio di Basilio II, XI sec. (Biblioteca Apostolica Vaticana, Roma)

Tale politica tuttavia pose l’imperatrice in contrasto con il figlio, ormai divenuto maggiorenne e desideroso di liberarsi dell’ingombrante tutela materna, e con parte della corte di Costantinopoli: nel 790 Irene cadde quindi in disgrazia e Costantino VI fu quindi libero di governare. Questo periodo, segnalato dal semplice spostamento del nome del sovrano regnate sul dritto della moneta (Tipo B), si rivelò però breve.

Solido di Costantino VI (tipo B) con, affiancata, la madre Irene (nel R/ Leone III, Costantino V e Leone IV). Oro, gr. 4,45; mm. 19; h. 7

Costantino VI non seppe gestire con successo il suo vantaggio e dopo aver richiamato imprudentemente la madre a corte governò in un modo talmente disastroso da essere abbandonato da tutti i suoi sostenitori. Tutto questo è ben rappresentato dalla moneta, in cui il nome e il busto di Irene occupano il dritto, mentre il rovescio, scomparsi i precedenti sovrani, mostra Costantino VI da solo e addirittura privo di barba nonostante l’età adulta.

Splendido esemplare di solido di Irene (nel R/ Costantino VI). Oro, gr. 4,43, mm 20, h. 6

La situazione, ormai favorevole ad Irene, la spinse infine ad agire, facendo arrestare il figlio e ordinando il 15 agosto 797 che gli fossero cavati gli occhi nella stanza della Porphyra, dove lei stessa lo aveva partorito. Con la morte di Costantino VI, pochi giorni dopo l’accecamento, si concludeva la dinastia isaurica: con lei veniva meno, oltre all’iconoclastia, una delle più particolari esperienze iconografiche della monetazione bizantina.

Per saperne di più

P. Grierson, Bizantine coins, London-Berkeley 1982 | C. Morrison, Byzance et sa monnaie. IV-XV siècle, Lethielleux 2015 | G. Ravegnani, Imperatori di Bisanzio, Bologna 2008; G. Ravegnani, Introduzione alla storia bizantina, Bologna 2008 | L. Franco (a cura di), Cinque sante bizantine Storie di cortigiane, travestite, eremite, imperatrici, Milano 2017, pp. 105-142 | C. Diehl, Figure bizantine, Torino 2007.