di Luciano Giannoni | I Vangeli rappresentano per i credenti la Parola di Gesù ed il fondamento della dottrina religiosa, ma sono anche la narrazione storica della vita di Nostro Signore, dei suoi gesti ed anche delle piccole cose legate alla quotidianità. Chi ha avuto modo leggere i testi dei quattro evangelisti – specie se appassionato di numismatica – avrà notato che quando vi si parla di denaro, inteso come oggetto fisico, la terminologia è assai spesso generica (“moneta” o “denaro” o “monetina”), probabilmente quella che veniva utilizzata dal popolo ma che pur aveva, per chi ne parlava, delle connotazioni ben precise.

Per la descrizione dei vari episodi nei quali si fa cenno alle “monete” mi avvalso del testo evangelico e dell’iconografia figurativa tratta dalle opere dei grandi artisti che questi episodi hanno illustrato, oltre, ovviamente alla documentazione numismatica.

CAFARNAO, IL TRIBUTO PER IL TEMPIO | “…quelli che riscuotevano la tassa per il Tempio si avvicinarono a Pietro e gli dissero: «Il vostro Maestro non paga la tassa?» Rispose: «Sì». Mentre entrava in casa, Gesù lo prevenne dicendo: «Che cosa ti pare Simone, i re della terra da chi riscuotono le tasse e i tributi, dai propri figli o dagli estranei?», rispose: «Dagli estranei». E Gesù replicò: «Quindi i figli sono liberi. Ma, per evitare di scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala loro per me e per te.»” (Matteo 17, 24-27).

Sappiamo che il tributo dovuto al tempio corrispondeva al mezzo shequel, moneta equivalente alla didracma greca; poiché la moneta “pescata” da Pietro nella bocca del pesce serve a pagare la tassa di entrambi, non può che trattarsi di uno shequel di Tiro, moneta ampiamente diffusa in Palestina, dove non esisteva moneta propria in argento. E’ curioso osservare che secondo i precetti della religione ebraica sulle monete non doveva apparire alcuna figura o tanto meno divinità; tuttavia nel tesoro del tempio l’offerta prevalente era in sicli, monete che riportavano al dritto l’immagine di Ercole Melquart.

L’episodio è splendidamente narrato da Masaccio. In una raffigurazione che unisce le tre fasi della narrazione in un’unica scena, vediamo al centro Gesù e Pietro che parlano con i sacerdoti di Cafarnao, alla sinistra Pietro che pesca e a destra il pagamento del tributo.Da notare che le linee prospettiche della rappresentazione convergono nel volto del Cristo, vero centro fisico e ideale dell’affresco.

Masaccio, il Pagamento del tributo. Firenze, Santa Maria del Carmine, 1425 circa

L’OBOLO DI CESARE | “…mandarono informatori, che si fingessero persone oneste, per coglierlo in fallo nelle sue parole e poi consegnarlo all’autorità e al potere del governatore. Costoro lo interrogarono: «Maestro, sappiamo che parli e insegni con rettitudine e non guardi in faccia a nessuno, ma insegni secondo verità la via di Dio. È lecito che noi paghiamo il tributo a Cesare?». Conoscendo la loro malizia, disse: «Mostratemi un denaro: di chi è l’immagine e l’iscrizione?». Risposero: «Di Cesare». Ed egli disse: «Rendete dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». Così non poterono coglierlo in fallo davanti al popolo e, meravigliati della sua risposta, tacquero” (Luca 20, 20-26).

Si tratta di uno dei più noti episodi della vita di Gesù. L’intento di coloro che lo interrogano è chiaramente ambiguo e provocatorio: infatti gli ebrei odiavano il fatto di dover pagare un tributo a Roma ma al tempo stesso una risposta positiva avrebbe fatto passare Gesù, agli occhi dei presenti, come un filo-romano. Anche qui, come in altre parti dei Vangeli, si parla genericamente di “denaro”, tuttavia il testo ci aiuta perché, avendo la moneta al dritto l’immagine dell’imperatore (Augusto o Tiberio) ed escludendo che si tratti di un aureo, ci porta verso un denario romano.

Nel mondo anglo-sassone c’è un denario, in particolare, che viene associato a questo episodio tanto da essere comunemente denominato tribute penny ed è il denario con al dritto il volto di Tiberio e sul retro Livia divinizzata, seduta. Non si tratta però di un’attribuzione sicura. Ritrovamenti archeologici di tesoretti monetali testimoniano la presenza prevalente in Palestina di un altro tipo di denario, questa volta appartenente ad Augusto. Si tratta del denario con il volto di Augusto e, al rovescio, i due giovani nipoti Caio e Lucio Cesare.

Di seguito due pregevoli rappresentazioni seicentesche di questo stesso episodio dovute al pittore italiano Bernardo Strozzi, e, last but not the least, al grande Rubens.

Bernardo Strozzi, Il tributo della moneta, Firenze, Uffizi, prima metà del XVII secolo

Peter Paul Rubens, Il tributo a Cesare, San Francisco, Fine Arts Museum, 1612 circa

L’OBOLO DELLA VEDOVA |Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva…»” (Marco 12, 41-44).

In questo caso non vi sono ambiguità interpretative: il testo greco parla di lepton che corrisponde al prutot ebraico (pl. prutah). Si tratta delle più piccola moneta, in termini di valore, esistente al tempo. Piccola moneta che ritroveremo alla fine di questa piccola narrazione e che assumerà un valore tutto particolare. Ma ne parleremo in seguito. Non vi sono molte raffigurazioni di questo episodio; ho scelto un mosaico bizantino ravennate che nella sua staticità ieratica coglie bene la centralità della figura della vedova povera (cosa diversa dalla “povera vedova”) come elemento simbolico della predicazione del Cristo.

Mosaico bizantino ravennate raffigurante l’offerta della vedova

L’UNZIONE DI GESÙ | Sei giorni prima della Pasqua Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro,che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora prese un vaso di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché essa lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri li avete sempre con voi, ma non sempre avete me»” (Giovanni 12, 3-8).

Vi sono, in questo episodio, alcuni elementi piuttosto interessanti. Intanto i trecento denari di cui parla Giuda Iscariota (già, proprio lui!): se un denario era la paga giornaliera di un operaio, si tratterebbe indubbiamente di una cifra enorme, più o meno pari a 18-20 mila euro attuali! Pur essendo il nardo un profumo prezioso verrebbe da pensare che difficilmente poteva trovarsi nella casa di Lazzaro, che non era certo un ricco ebreo. Sarei piuttosto portato a supporre ad una voluta forzatura di Giuda, tesa a sottolineare quello che per lui era uno spreco inutile e costoso. Il fatto stesso che per il suo tradimento riscuoterà una cifra molto inferiore potrebbe confermare questa ipotesi.

Mi ha sempre colpito il fatto che qui compaia in Gesù una nota di toccante e malinconica umanità; sapendo che tra pochi giorni dovrà subire il tradimento di un suo discepolo, la pena atroce della flagellazione ed infine quella ancora più atroce della crocifissione, accetta questa delicata dimostrazione di riconoscenza e di affetto familiare (non dimentichiamoci che era l’ospite) in attesa della tragica fine che lo attende. Aspetto questo che viene mirabilmente colto da Vermeer, che ci rappresenta Gesù in un momento di pacata e serena intimità.

Johannes Vermeer, Cristo in Casa di Marta e Maria, Edimburgo, National Gallery of Scotland, 1656 circa

I TRENTA DENARI | Allora Giuda – colui che lo tradì – vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «A noi che importa, pensaci tu!». Egli allora, gettate le monete d’argento nel Tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. I capi dei sacerdoti, raccolte le monete dissero: «Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue». Tenuto consiglio, comprarono con esse il “campo del vasaio”, per la sepoltura degli stranieri” (Matteo 27, 3-8).

Le trenta monete non possono corrispondere ai denarii romani classici (in totale gr 105 circa di argento); la somma sarebbe indubbiamente troppo piccola per poterci acquistare un campo da adibire a cimitero. Più verosimile che si tratti di trenta sicli, pari a trenta tetradracme e quindi circa 420 grammi d’argento.

Qui illustriamo uno shequel (o siclo) di Tiro, già visto nell’episodio dell’obolo al Tempio, ed una equivalente tetradracma della zecca di Antiochia a nome di Augusto, moneta anch’essa circolante in Palestina, anche se meno frequentemente.

Per la descrizione dell’episodio ancora due quadri: il primo rappresenta l’antefatto, cioè l’arresto di Gesù nell’orto del Getsemani, mentre l’altro descrive il brano del Vangelo sopra citato. L’opera di Caravaggio è, come la maggioranza delle sue tele, fortemente drammatica. Nel buio, dall’armatura del soldato parte una lama di luce che porta lo sguardo verso il vero centro della scena: i due volti, uniti e quasi incorniciati dallo svolazzo del manto rosso.

Uno, quello di Gesù, nobile e composto, su cui leggiamo una profonda tristezza, che sembra accennare un lieve moto di distacco, come a volersi allontanare ed evitare l’oltraggio del tradimento; l’altro invece con una smorfia che vuol dimostrare affetto ma riesce affettata, ipocrita, falsa.

Caravaggio, Cattura di Cristo, Dublino, National Gallery of Ireland, 1602

Nel quadro di Rembrandt le figure fanno corona attorno al vero soggetto dell’immagine, illuminato come il primo attore della tragedia: il denaro. I volti e le pose dei sacerdoti di fronte e di spalle, Giuda di tre quarti con un moto contorto del corpo che rivela ed evidenzia quello dell’animo, tutto concorre a rendere la scena emotivamente coinvolgente.

Rembrandt, Giuda restituisce le trenta monete d’argento, coll. priv. 1629

MORTE E RESURREZIONE | “Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro e vide la pietra tolta dal sepolcro. Allora corse verso Simon Pietro e l’altro discepolo che Gesù amava e disse loro: “Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’abbiano messo”. Pietro e l’altro discepolo uscirono dunque e si avviarono al sepolcro. I due correvano assieme, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse primo al sepolcro; e, chinatosi, vide le fasce per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro, e vide le fasce per terra, e il sudario che era stato sul capo di Gesù, non per terra con le fasce, ma piegato in un luogo a parte” (Giovanni, 20, 1-7).

Ora non parliamo più – almeno apparentemente – di monete; l’oggetto dell’interesse si sposta sulle fasce (Matteo e Marco parlano di “lenzuolo”) che avevano avvolto il corpo di Gesù, fasce o lenzuolo oggi conosciuto come Sindone.

Veniamo alle monete. Nel 1977 alcuni studiosi individuarono qualcosa di simile a bottoni sul volto; due anni dopo un altro ricercatore individuò sull’occhio destro, in corrispondenza con uno dei “bottoni” le tracce di una scritta U CAI e la forma di quello che sembrava essere un lituo. Si trattava du una prutah emessa da Ponzio Pilato al nome di Tiberio (TIBERIOU CAISAROS). Successivamente il professor Pierluigi Baima Bollone individuava anche sul sopracciglio sinistro un’immagine corrispondente al simpulum presente su un’altra prutah di Pilato.

E’ da notare che entrambe le monetine, di cui sulla Sindone appare il dritto, portano al rovescio la data LIZ pari a 16 (16° anno di regno di Tiberio) corrispondente agli anni 30-31 d.C. Questa data non deve meravigliare poiché la vera data corretta della nascita di Cristo, e della morte, va decisamente arretrata di alcuni anni.

Infatti noi siamo abituati a collocare la sua vita tra l’anno 0 della nascita e l’anno 33 corrispondente alla morte ma in realtà oggi sappiamo che quando il monaco Dionigi il Piccolo nel VI secolo fece il calcolo per individuare l’anno del Natale, commise un errore. Attualmente, attraverso l’incrocio dei dati con il calcolo ab Urbe condita e con gli anni di governo degli imperatori, sappiamo che Erode muore attorno al 4-5 a.C. e che vi fu un primo censimento indetto da Augusto nell’8 a.C. (anche se riservato probabilmente ai soli Romani cives) ed un secondo per le Province, presumibilmente nel 6 a.C. Tutto questo porta a retrodatare la nascita di Cristo di almeno 5-6 anni.