Aquila e serpente si trovano in abbinamento con la figura di san Giovanni evangelista su una lira legata alla pestilenza degli anni ’30 del XVII secolo

 

di Roberto Ganganelli | Su una bella lira coniata dalla zecca di Modena – sia senza data che con millesimi dal 1630 al 1634 – Francesco I d’Este, VIII duca fa effigiare, in abbinamento al proprio ritratto con collare “alla spagnola” la figura di san Giovanni evangelista con ai suoi piedi un’aquila e con in mano un calice da cui esce un serpente. All’esergo IT (sigla dello zecchiere ebreo veneziano Joseffo Teseo).

serpente aquila

La lira modenese del 1631 illustrata nelle tavole di Arsenio Crespellani

TVTELA PRAESENS (“Valida protezione, da Orazio, Odi, 4, 13, 43) la legenda che circonda il santo e a proposito dei quali si legge ne Il linguaggio delle monete di Mario Traina: “Impronta e motto alludono alla pestilenza che affliggeva gli Stati estensi, contro la quale s’invocava l’intervento del santo.

Il serpente può essere simbolo del male e nella pestilenza lo identifica Ravegnani Morosini, ma è anche simbolo della forza vitale e della salute. Nella raffigurazione che lo vede uscire dal calice tenuto dal Battista dovrebbe raffigurare più la salute, invocata dal santo, piuttosto che la pestilenza. L’aquila è quella estense in attesa del miracolo”.

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Una lira di Francesco I d’Este del 1631: la data al dritto, le iniziali dello zecchiere al rovescio

In realtà i due animali, aquila e serpente, hanno legami con san Giovanni che vanno al di là delle interpretazioni – pur plausibili, e in parte corrette – formulate sia dal Ravegnani Morosini che da parte di Traina.

Nello scritto apocrifo degli Atti di Giovanni, attribuiti all’evangelista stesso, si narra che mentre egli predicava ad Efeso fu richiamato a Roma da Domiziano, che voleva mettere alla prova la potenza della sua fede cristiana. Una “provocazione” che Giovanni accettò, certo che Dio non lo avrebbe abbandonato: chiese perciò una coppa di veleno, la bevve e nulla accadde. Domiziano lo avrebbe così inviato in esilio a Patmos dove Giovanni avrebbe scritto il libro dell’Apocalisse.

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Una bella lira del 1632 con san Giovanni evangelista che, con al suo fianco l’aquila, regge un calice da cui fuoriesce un serpente

Secondo la Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, risalente al XIII secolo, l’episodio sarebbe avvenuto ad Efeso sotto l’impero di Nerva.  Il sacerdote del tempio di Diana, ostile al Cristianesimo, avrebbe porto a Giovanni una coppa di veleno dopo che due condannati erano morti bevendo dallo stesso calice.

La tradizione agiografica narra che il vino, una volta tracciato dall’evangelista segno della croce, si sarebbe tramutato in serpente, impedendogli di essere bevuto. L’ambivalenza dell’animale è del resto nota: il veleno del morso del serpente, in sé, uccide ma se opportunamente trasformato si trasforma in antidoto.

Da questo episodio ecco il modello che ritrae l’evangelista con calice e serpente e che troviamo ad esempio nella basilica di San Magno a Legnano dove è conservata una tavola del Giampietrino, allievo di Leonardo, che mostra il santo con questi simboli.

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L’aquila con il libro aperto, simbolo classico dell’evangelista Giovanni

Per quanto riguarda l’aquila, invece, oltre che simbolo degli Estensi non va scordato che essa è prima di tutto l’animale che identifica l’evangelista Giovanni, un aspetto non sottolineato né da Ravegnani Morosini né da Traina e che completa il quadro di questa moneta, battuta su coni di Angelo Maiolari “improntatore stimato raro”.

Un ennesimo caso in cui alle monete si affidano messaggi di devozione e richieste di aiuto alla divinità nei momenti difficili. Sì, perché la peste a Modena, nei primi anni ’30 del XVII secolo, ebbe come dappertutto esiti devastanti: ben il 70% della popolazione rimase contagiato e circa il 40% degli abitanti morì.

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Una delle pezzature in oro coniate a Modena con la Madonna della Ghiara, alla quale fu attribuita la fine della pestilenza iniziata nel 1630

Lo stesso Francesco I d’Este, asceso al trono nel 1629, dovette cercare rifugiò sulle colline di Reggio Emilia, dove il morbo era meno virulento, e tutta la sua famiglia fu risparmiata. Il duca attribuì lo scampato pericolo, per sé e per Modena, alla Madonna della Ghiara, e nacque così una devozione che mantennero tutti gli Estensi e che è testimoniata da tante monete. Ma questa è un’altra pagina del grande libro della numismatica…