Le monete e loro iconografie a figura intera come elementi funzionali alla legittimazione della successione al trono di Roma

 

nota della redazione | Mentre l’Accademia italiana di studi numismatici sta lavorando sul bando della nuova edizione del Premio “Pro Mario Traina” riservato a giovani ricercatori numismatici, con piacere pubblichiamo una sintesi della tesi con cui di Debora Dipietro, nell’ultima edizione, si è meritata il secondo posto fra i partecipanti.

Argomento della tesi è L’iconografia dell’imperatore divinizzato a figura intera nella monetazione della prima età imperiale (relatrice la professoressa Anna Lina Morelli); una ricerca che rappresenta un ulteriore chiarimento, esemplare per rigore e per ampiezza delle fonti, sulla figura del divus in età imperiale e, quindi, con la trasmissione del titolo, sulle modalità di creare una discendenza dinastica.

Debora Dipietro, nata a Modica (RG) nel 1992, dopo la maturità classica ha conseguito la laurea triennale in Lettere classiche summa cum laude presso l’Università di Catania e sotto la guida del professor Giuseppe Guzzetta ha discusso una tesi in Numismatica dal titolo Marte nelle monete romane imperiali. L’interesse verso la disciplina ha poi ulteriore sviluppo nel percorso degli studi in Archeologia svolti presso l’Università di Bologna, dove nel 2019 ha discusso la tesi magistrale oggetto di questa sintesi Durante gli anni di studio a Bologna, Debora Dipietro ha frequentato la Summer School on Ancient Greek and Roman Numismatics presso l’Hellenic Research Foundation di Atene. Attualmente lavora come archeologa e frequenta la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’Università di Bologna.

monetazioneFig. 1 | A sinistra l’archeologa e numismatica Debora Dipietro, a destra un frammento delle Res Gestae di Augusto rinvenute ad Ancyra, oggi Ankara

di Debora Dipietro | Il fenomeno dell’apoteosi rappresenta certamente, in età alto imperiale, un tema di grande importanza. Il delicato e complesso passaggio dalla Repubblica al Principato vede infatti la radicale riorganizzazione del sistema politico romano e degli equilibri interni alla società: la supremazia di un solo uomo, superiore a chiunque altro per auctoritas ma,come affermato dallo stesso Augusto nelle sue Res Gestae [1], (Fig. 1) formalmente dotato di un potere pari a quello dei colleghi magistrati, ha reso necessaria l’elaborazione di un sistema mediante il quale giustificare la superiorità del princeps e, soprattutto, dare stabilità al nuovo ordine, un sistema i cui perni vanno riconosciuti nell’istituto della consecratio [2] e nella divinizzazione degli imperatori defunti.

La raccolta delle emissioni di consacrazione dei divi battute a Roma tra la morte di Augusto, nel 14 d.C., e la morte di Domiziano, nel 96 d.C.,costituisce un caso esemplare di elaborazione e diffusione di precise ideologie legate al delicato tema della successione: la divinizzazione del princeps e la sua celebrazione attraverso il tipo monetale consentivano infatti all’imperatore entrante di rafforzare la propria posizione facendo ricorso al prestigio del predecessore, presentandosi così come un divi filius.

La necessità di ribadire di volta in volta la legittimità della successione appare, dunque, come un elemento caratteristico della monetazione del primo Impero, costituitosi in seguito agli stravolgimenti delle guerre civili della fine del I secolo a.C. e nuovamente gettato nel caos all’indomani della morte di Nerone nel 68 d.C.

I tipi delle monete di consacrazione insistono sui meriti del divus, esaltandone le virtù e stabilendo riferimenti agli ideali sottesi al principato. La restaurazione della pace dopo i disordini delle guerre civili, le vittorie militari e l’istituzione del culto imperiale sono, in particolare, i temi ai quali i tipi dell’imperatore divinizzato a figura intera fanno riferimento e la cui espressione è affidata agli attributi che appaiono in coppia nelle mani del divo.

Così, se la legenda intende semplicemente identificare il princeps raffigurato, definendolo divus, il tipo si fa carico di una valenza semantica più vasta, finalizzata alla comunicazione di messaggi vari e stratificati.

Fig. 2 | Sesterzio di restituzione di Tito (79-81 d.C.) per il divo Augusto, raffigurato sul trono, con scettro e corona radiata (ex asta Heidelberger Münzhandlung Herbert Grün e.K. 59, 15.05.2012, lotto 206). RIC 184

Negli elementi fissi della raffigurazione sono stati riconosciuti gli strumenti iconografici attraverso i quali definire lo status divino dell’imperatore: il trono, lo scettro lungo e la corona radiata (Fig. 2) sono i riferimenti più espliciti all’iconografia delle divinità. Connotando le rappresentazioni degli dèi fin dalle emissioni di epoca repubblicana, essi esprimono un chiaro e diretto paragone tra questi e il divus.

Il trono, il cui valore quale simbolo di regalità divina è ben noto nelle fonti [3], si configura come un seggio generalmente con schienale e braccioli, talvolta dotato di accenni di decorazione alle gambe e accompagnato da un poggiapiedi, teso a simboleggiare la posizione preminente dell’occupante [4].

Tipico attributo divino è anche lo scettro lungo, indicato in un passo del secondo libro dell’Iliade come un’insegna regale concessa ai governanti dietro specifico volere di Zeus [5] e, dunque, da intendere come simbolo esplicito da una parte del favore divino goduto dal princeps in vita, dall’altra della nuova condizione assunta dal divus a seguito dell’apoteosi.

Terzo elemento fisso dello schema iconico dell’imperatore divinizzato a figura intera è poi la corona radiata. Essa è l’attributo di Ἥλιος βασιλεὺς καὶ ἡγεμὼντοῦσύμπαντος, una divinità di origine orientale giunta a Roma in epoca repubblicana, più precisamente nel periodo della seconda guerra punica, quando divenne possibile trapiantare culti stranieri intra pomerium [6]. In quanto connessa alla figura di Helios, divinità adottata dal pantheon romano con il nome di Sol dominus imperii Romani [7], la corona radiata diventa simbolo di aeternitas e del continuo rinnovarsi della felicitas regni [8].

Parimenti, la qualifica di divus, esplicata nelle legende monetali, individua la nuova condizione del princeps, divenuto una divinità e, come tale, definito nel linguaggio ufficiale. L’apoteosi comporta infatti un cambiamento di condizione, un’elevazione dallo stato umano a quello divino e, di conseguenza, l’adozione di un linguaggio iconografico ed epigrafico diverso da quello tradizionalmente impiegato per la caratterizzazione dell’imperatore.

monetazioneFig. 3 | Dupondio del divo Augusto coniato sotto Caligola (37-41 d.C.) con al rovescio Augusto sulla sella curulis e con ramo d’ulivo (ex asta Triskeles Auctions 26, 07.12.2018, lotto 615), RIC 56

Agli attributi divini raffigurati nelle emissioni di consacrazione ne vanno associati altri di natura diversa e, per così dire, più “terreni”. Tra questi rientrano certamente la sella curulis [9] e lo scettro aquilifero o scipio [10]. Il primo attributo, nella monetazione imperiale, compare in scene di tipo civico e militare in cui l’imperatore è raffigurato nell’esercizio delle funzioni pubbliche, dinnanzi al nemico assoggettato oppure in qualità di pontifex maximus [11]. Ciò sembra suggerire che la sella curulis (Fig. 3) fosse strettamente legata alla carica ricoperta dall’imperatore in vita e al ius da egli detenuto [12].

Parimenti, lo scipio è insegna del potere militare e, come si evince su una bella emissione di denari battuta dalla zecca di Colonia Patricia (Fig. 4) nel 18 a.C. [13], esso rientra tra i paramenti del trionfatore insieme alla toga picta e alla corona d’alloro. Difatti, esso caratterizza la figura del vincitore nel giorno del trionfo [14] secondo un uso affermatosi in epoca repubblicana e perpetuato in epoca alto imperiale. Non stupisce allora che, ancora alla fine del III secolo d.C., questa tipologia di scettro venga considerata, insieme alla sella curulis, insegna specifica del consolato[15].

Fig. 4 | Denario augusteo di zecca ispanica (Colonia Patricia?) risalente al 18 a.C. circa con al dritto i simboli dello scettro aquilifero, della toga picta, della tunica palmata e della corona d’alloro (ex asta Roma Numismatics Limited 23, 24.03.2022, lotto 814), BMCRE 397

Gli elementi ideologici fondanti di questa ideologia dell’apoteosi sono espressi fin dalla prima emissione di consacrazione, ossia i sesterzi battuti da Tiberio nel 22-23 d.C. per il divus Augustus pater [16] (Fig. 5).

Lo schema iconico qui raffigurato, usato come modello per le emissioni celebrative dei successivi divi, mostra Augusto divinizzato assiso in trono con gli attributi della sua condizione divina, ossia lo scettro lungo, la corona radiata e il trono stesso, ai quali si associa il ramo, simbolo tradizionale di Pax [17], ma anche elemento connotativo della figura dell’imperatore quale pacificus dux.

Nell’ambito della nostra analisi, il ramo rientra in quella categoria di attributi che abbiamo definito variabili, in riferimento alla connotazione delle iconografie a figura intera dell’imperatore divinizzato e, dunque, funzionali alla definizione di valenze semantiche specifiche, correlate alla celebrazione di valori e tematiche fondanti dell’ideologia del Principato e alla promozione degli aspetti connessi con la continuità e con il consolidamento del potere imperiale tramite l’enfatizzazione delle dinamiche relative alla successione. Oltre al ramo, simbolo della pax deorum restaurata in vita dal princeps, gli altri attributi variabili che ricorrono sulle emissioni di consacrazione della prima età imperiale sono la patera e la Vittoria.

monetazioneFig. 5 | Sesterzio di Tiberio per Augusto divinizzato, zecca di Roma, 22-23 d.C. (RIC2 I 49). Fonte: American Numismatic Society, nr. 1932.12.16

Per quanto riguarda la coppia di elementi connotativi scettro-patera, gli aurei e i denari battuti da Nerone del 55 d.C. (Fig. 6) costituiscono una summa dei valori simbolici assegnati a tali attributi. Essi recano infatti sul rovescio, contraddistinto epigraficamente dalla legenda AGRIPP AVG DIVI CLAVD NERONIS CAES MATER EX S C, una quadriga di elefanti (tensa) verso sinistra, sulla quale sono poste le statue del divo Augusto (in secondo piano), radiato e togato, seduto su un trono, con scettro lungo nella sinistra e patera nella destra, e, in primo piano, la figura del divo Claudio, radiato e togato, seduto su un trono e con uno scipionella destra [18].

Con la raffigurazione dei divi suoi antenati, Nerone esplicita e giustifica la successione richiamandosi da una parte alla figura di Augusto, la cui divinizzazione e il culto sono simboleggiati dalla patera, strumento sacrificale usato nella pratica della libazione [19], che costituisce un forte richiamo al concetto di pietas, e dall’altra a Claudio, il diretto predecessore da cui il princeps ha ottenuto il pieno comando politico e militare simboleggiato dallo scipio.

Fig. 6 | Aureo di Nerone, zecca di Roma, 55 d.C.(RIC2 I 6). Fonte: American Numismatic Society, nr. 1967.153.219

Per quanto riguarda l’individuazione delle tematiche promosse attraverso le emissioni di consacrazione, con riferimento particolare all’esame delle tipologie monetali a figura intera, la monetazione dei Flavi, oltre ai temi della pax e del culto imperiale, appare intenta a celebrare anche l’aspetto del trionfo. In questo senso, la coppia di attributi scettro e Vittoria, tipica dell’iconografia del divo Vespasiano (Fig. 7), risulta infatti indicativa del carattere trionfale che connota il culto dei divi di questa dinastia.

Tale coppia di elementi connotativi non è mai attestata, in epoca alto imperiale, nelle raffigurazioni degli imperatori viventi, mentre ricorre nelle iconografie di divinità connesse alla sfera bellica e, in particolare, nelle rappresentazioni monetali di Giove [20], Minerva [21] e Roma in armi [22]. L’imperatore, divenuto anch’egli un divus dopo l’apoteosi, è allora assimilato agli dèi combattenti e vittoriosi in quanto dispensatore di vittorie. In linea generale, con la monetazione di consacrazione di Vespasiano si ripropongono, in sostanza, le basi ideologiche del governo augusteo, in cui la figura del princeps tende a coincidere con quella del restauratore della pace e dell’uomo scelto dalle divinità.

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Fig. 7 | Sesterzio di Tito per Vespasiano divinizzato, zecca di Roma, 80-81 d.C. (RIC II2, 1, 257). Fonte: American Numismatic Society, nr. 1941.131.755

Le emissioni per i divi giulio-claudi e flavi mostrano dunque la raffinatezza e la complessità di un’ideologia imperiale attenta a legittimare il potere supremo del princeps, un potere senza precedenti e messo in pericolo dalla mancanza di forti antecedenti. L’apoteosi dell’imperatore funge pertanto da strumento fondamentale per consolidare le basi ideologiche e la struttura del Principato. Il successore dell’imperatore divinizzato è il divi filius, erede del prestigio acquisito dal precedente imperatore, come dimostra in maniera particolare il caso di Nerone.

La moneta è il mezzo di diffusione di questa complessa ideologia e, attraverso la selezione di precisi attributi, enfatizza la condizione divina acquisita dal princepsin seguito all’apoteosi, sottolineandone la caratterizzazione come imperatore pacifero e vittorioso. Nella prima età imperiale i temi della legittimità del potere e della successione svolgono, dunque, un ruolo cruciale e la moneta, in quanto medium ufficiale e dalladiffusione capillare, è investita del compito di farsi allo stesso tempo depositaria e “portavoce” dell’ideologia imperiale.

 

Riferimenti bibliografici

  • Alföldi 1970 = A. Alföldi, Die monarchische Repräsentation im römischen Kaiserreiche, Darmstadt 1970.
  • Belloni 1985 = G. G. Belloni, Espressioni iconografiche Eirene e Pax, in M. Sordi (a cura di), La pace nel mondo antico, Milano 1985, pp. 127-145.
  • Bonamente 1991 = Il canone dei divi e la Historia Augusta, in G. Bonamente, N. Duval (a cura di), Historiae Augustae. Colloquium Parisinum, Macerata 1991, pp. 59-82.
  • Bonamente 1994 = G. Bonamente, Il senato e l’apoteosi degli imperatori. Da Augusto a Teodosio il Grande, in K. Rosen (Hrsg.), Macht und Kulturim Rom der Kaiserzeit, Bonn 1994, pp. 137-164.
  • Bonamente 2002 = G. Bonamente, Il ruolo del senato nella divinizzazione degli imperatori, in J. M. Carrié, R. Lizzi Testa (éd.), Humana sapit. Études d’antiquité tardive offertes à Lellia Cracco Ruggini, Turnhout 2002, pp. 359-381.
  • Calzecchi Onesti 1950 = Omero, Iliade, trad. di R. Calzecchi Onesti, a cura di C. Paverse, Torino 1950.
  • Hijmans 2004 = S. Hijmans, Sol and Luna in the Carmen Saeculare: Aniconographic Perspective, in M. Zimmerman, R. Van Der Paardt (eds.), Metamorphic Reflections: Essays Presented to Ben Hijmansathis 75th Birthday, Leuven 2004, pp. 201-221.
  • Lassandro, Micuno 2000 = Panegirici latini, a cura di D. Lassandro, G. Micunco, Torino 2000.
  • Puglisi 2012 = M. Puglisi, La semantica del trono II. L’età romana:dalla Repubblica al Tardo Impero, in R. Pera (a cura di), Il significato delle immagini. Numismatica, arte, filologia, storia. Atti del secondo incontro internazionale di studio del Lexicon Iconographicum Numismaticae(Genova, 10-12 novembre 2005), Roma 2012, pp. 109-129.
  • Schäfer 1988 = T. Schäfer, Sella curulis und fascesals Paradigma, in M. Hofter (ed.), Kaiser Augustus und die verlorene Republik: Eine Ausstellungim Martin-Gropius-Bau, Berlin, 7. Juni-14. August 1988, Mainz Am Rhein 1988, pp. 427-440.
  • Tortorella 2011 = S. Tortorella, Divi e dive del passato: l’apoteosi imperiale, in E. La Rocca, C. Parisi Presicce (a cura di), Ritratti. Le tante facce del potere, Roma 2011, pp. 303-313.
  • Wissowa 1912 = G. Wissowa, Religion und Kultusder Römer, Munchen 1912 (II ed.; rist. anast., 1971).

Note al testo

  • [1] R. gest. Divi Aug. 34.
  • [2] La bibliografia sul tema della consecratio imperiale è molto estesa. A titolo esemplificativo, si vedano G. Bonamente 1991; Bonamente 1994;  Bonamente 2002; Tortorella 2011.
  • [3] Isid., Orig. 20, 11, 10; Serv., Aen. 2, 506; Ov. Fast. 6, 353; Verg., Aen. 10, 116-117; ivi, 11, 301.
  • [4] Puglisi 2012, p. 111.
  • [5] Hom., Il. 2, 204-206: εἷςκοίρανος ἔστω, εἷς βασιλεύς, ᾧ δῶκεΚρόνου πάϊςἀγκυλομήτεωσκῆπτρόν τ᾽ ἠδὲθέμιστας, ἵνάσφισι βουλεύῃσι, “uno sia il capo, uno il re, cui diede il figlio di Crono, pensiero complesso, e scettro e leggi, ché agli altri provveda”, traduzione di Calzecchi Onesti 1950, p. 51.
  • [6] Wissowa 1912, p. 315.
  • [7] Alföldi 1970, p. 225.
  • [8] Hijmans 2004, pp. 217-218.
  • [9] La sella curulis rientra tra quelle che Floro (Epit. 1, 5) definisce omnia denique decora et insignia, quibus imperii dignitaseminet.
  • [10] Nato come insegna di regalità (D. H., Ant. Rom. 3, 61, 1), lo scipio diventa nel tempo insegna caratteristica del triumphator.
  • [11] Liberalitas (Nerone): RIC2 I, p. 159, n. 100, p. 161, nn. 151-155; p. 175, n. 394; p. 177, n. 434-435; p. 180, nn. 501-504; p. 183, n. 576; Resa del nemico (Augusto): RIC2 I, p. 52, nn. 162a-165b; p.55, nn. 200-201b; Pontifexmaximus (Vespasiano): RIC2 II, p. 98, nn. 545-546; p. 99, nn. 553-554; p. 107, nn. 683, 685; p. 109, n. 702.
  • [12] Schäfer 1988, p. 429.
  • [13] RIC2 I (Augusto), p. 48, nn. 96-101.
  • [14] RIC2 I, p. 93, nn. 1-4 (Tiberio); RIC2 I, p. 131, n. 122 (Claudio); RIC2 II, p. 140, n. 1127 (Vespasiano).
  • [15] A tal proposito è interessante un passo del Panegirico di Massimiano e Diocleziano: “Oserei dire, se gli dèi me lo concedono, che neppure Giove muta tanto rapidamente l’aspetto del cielo quanto con facilità tu, o imperatore, hai messo via la toga pretesta e indossato la corazza, hai riposto lo scettro e afferrato la lancia, sei passato dal tribunale al campo di battaglia, dalla sedia curule al cavallo e poi, di nuovo, dal campo di battaglia sei tornato in trionfo”, traduzione di Lassandro, Micunco 2000, pp. 81-83.
  • [16] Tiberio emette i sesterzi del 22-23 d.C. in concomitanza con la dedica di una statua di culto del divo Augusto nei pressi del teatro di Marcello e che probabilmente funge da modello per la figura dell’imperatore divinizzato sul tipo monetale. Per questa stessa statua è possibile stabilire una connessione con il simulacro di Giove raffigurato su una serie di denari battuti in Gallia durante le guerre civili del 68-69 d.C., recanti sul rovescio la statua di Giove Capitolino entro un tempio distilo e legenda I O MAX CAPITOLINVS (cfr. RIC2 I, p. 214, n. 128a).
  • [17] Insieme con lo scettro, il ramo appare per la prima volta sul rovescio di un denario del 128 a.C., dove è contraddistinto dalla rappresentazione di una dea su biga verso destrae dalla legenda ROMA, mentre sul diritto compare la testa elmata di Roma verso destra e il simbolo di valore del nominale, ossia X (RRC, p. 287, n. 262/1). La divinità femminile raffigurata, identificata da Crawford con Pax “if the branchheld by the goddess in the biga could be securelyidentifiedas olive”, è da intendere come una rappresentazione attiva di Pax “che irrompe in biga, con una evidente impostazione prossima al fasto trionfale che sottintende più la vittoria sul nemico che non l’aprire le porte alla condizione stessa di pace” (Belloni 1985, pp. 99-100).
  • [18] RIC I2 p. 150, nn. 6-7. Sul diritto sono raffigurati i busti verso destra di Nerone, con capo scoperto e drappeggio, e di Agrippina Minore, anch’essa a caso scoperto e drappeggiata, con legenda NERO CLAVD DIVI F CAES AVG GERM IMP TR P COS.
  • [19] Nella monetazione alto imperiale la patera compare generalmente in scene di carattere sacrificale come attributo delle entità in onore delle quali si sacrifica, siano esse divinità o personificazioni. Ad esempio, cfr. per Cerere RIC2 I,p. 275, n. 131; p. 276, n. 155; p. 277, n. 166 (Vitellio); RIC2 II, 1, p. 328, n. 836 (Domiziano); per Felicitas ,RIC2 I, p. 207, n. 41, (periodo delle guerre civili); p. 246, nn. 273-274; p. 249, nn. 361-362 (Galba).
  • [20] RIC2I, p. 271, n. 68; p. 272, nn. 74-75, 92-93 (Vitellio); RIC2 II, 1, p. 284, n. 275; p. 289,nn. 352-353; p. 292, n. 398; p. 297, nn. 464-465; p. 301, nn. 526-527; p. 310, nn. 633-635; p. 320, n. 751; p. 324, n. 794 (Domiziano).
  • [21] RIC2 II,1, p. 269, nn. 60-63; p. 289, n. 348 (Domiziano).
  • [22] RIC2 I, p. 237, nn. 87-88; p. 241, nn. 160-162; p. 242, nn. 194-196, 200-204; p. 243, n. 229; p. 253, n. 451 (Galba).