Varato nel 1727, l’ultimo bucintoro non sopravvisse ai Francesi, epigone di una tradizione di imbarcazioni di rappresentanza nata a Venezia nel XIV secolo

 

di Antonio Castellani | Oggi lo chiameremmo “panfilo reale”, ma il paragone non è calzante perché il bucintoro, la nave di rappresentanza dei dogi di Venezia, non era un’imbarcazione destinata alle lunghe traversate quanto a mostrare, specialmente in Laguna e dintorni, il prestigio della Serenissima in occasione di feste e cerimonie ufficiali.

Le origini del bucintoro veneziano nel XIV secolo

In uso già dal XIV secolo, sebbene in forma di una sorta di chiatta a fondo piatto rimorchiata da altre imbarcazioni, il bucintoro venne demolito e ricostruito più volte, secondo le tecnologie cantieristiche e il gusto dei tempi diventando una tipica galea a remi.

L’imbarcazione aveva la sua base di armamento all’Arsenale di Venezia, dapprima in un bacino, come attestato già nel XVI secolo, e in seguito in uno scalo coperto, la “Casa del Bucintoro”, era ospitato all’asciutto e privo degli addobbi.

Modello dell'ultimo bucitoro veneziano conservato all'Arsenale di Venezia
Modello dell’ultimo bucitoro veneziano conservato all’Arsenale di Venezia

Prima di essere utilizzato il Bucintoro veniva calafato, per ripristinarne l’impermeabilità, e restaurato perché risplendesse in tutto il suo fasto. Ai 42 remi erano addetti non dei galeotti, come nelle imbarcazioni militari o commerciali, bensì 168 operai dell’Arsenale, per i quali questo servizio costituiva un privilegio.

L’ultimo bucintoro e il doge Alvise III Mocenigo

L’ultimo bucintoro della storia venne commissionato dal Senato nel 1719 e consegnato nel 1727. La maestosa imbarcazione sopravvisse sino alla caduta della Repubblica e all’arrivo dei Francesi nel 1797. Fu poi oggetto delle spoliazioni napoleoniche e venne distrutto il 9 gennaio 1798, in spregio verso la ex Serenissima e per ricavarne l’oro delle decorazioni, bruciate sull’isola di San Giorgio Maggiore.

bucintoroIl triste destino dell’ultima nave dei dogi – costata ben 18.000 ducati – si concluse con la trasformazione dello scafo in cannoniera e poi in prigione galleggiante. Pochi frammenti sono conservati nel Museo Correr e nell’Arsenale, dove si trova inoltre un modello in scala di questo scintillante, ultimo simbolo del potere dogale.

L’osella del 1727, istantanea di una pagina di storia

Settant’anni prima il varo di quell’ultimo bucintoro aveva rappresentato un tale evento per Venezia da far decidere al doge Alvise III Mocenigo di immortalare la scena nell’osella in oro e in argento del suo VI anno di dogato.

Al rovescio, la maestosa imbarcazione procede circondata da gondole sotto il sole raggiante, il vessillo di Venezia che sventola, attorno il motto NON EST INVEN[tio] SIMILIS ILLI (“Non è stato inventato nulla simili a quello”) in riferimento, per l’appunto, al bucintoro e al fatto che, per lusso e bellezza, non esisteva imbarcazione ad esso paragonabile.

bucintoroDella rarissima versione in oro di questa rarissima osella, valore 4 zecchini, con al dritto il doge inginocchiato che riceve il vessillo da san Marco, un magnifico esemplare andrà in asta a Montecarlo il prossimo 15 ottobre nell’asta Gadoury 2022, al lotto 676. Base d’asta 15.000 euro per una delle oselle più affascinanti dell’intera serie veneziana.