di Roberto Ganganelli | Correva l’anno 1692 quando l’incisore Giovanni Martino Hamerani (1646-1705), il più famoso esponente della dinastia di artisti del bulino al servizio dei romani pontefici venne chiamato a modellare i conii per una piastra per l’anno secondo di pontificato di papa Innocenzo XII Pignatelli, eletto il 12 luglio dell’anno precedente e che avrebbe seduto sul soglio di Pietro fino al 27 settembre dell’anno 1700.

La piastra con san Michele datata anno II – 1692

Era cosa urgente: il papa, infatti era in fibrillazione per le trattative di pace per la Guerra della Lega di Augusta, coalizione dell’Impero, della Spagna, dell’Olanda, della Svezia e di altri Stati minori tedeschi, stretta nel 1686 contro la Francia di Luigi XIV; trattative inutili, visto che la guerra che ne seguì fu detta nel 1689 – per l’adesione alla Lega della Gran Bretagna e di altri Stati – Guerra della Grande Alleanza e terminò solo nel 1697 con il Trattato di Ryswick (alla cui stesura il papa, pur fervente sostenitore della Francia, non venne nemmeno invitato).

La piastra con san Michele datata anno II – 1693

Tuttavia il buon Pignatelli, preoccupato per la situazione bellica già il 12 novembre 1691 aveva indetto un Giubileo straordinario per invocare l’aiuto divino sui popoli coinvolti nel conflitto. Gli effetti non furono però confortanti e durante tutto il suo pontificato l’Europa fu di fatto funestata dalle guerre.

Imperterrito, Innocenzo XII proclamò allora, l’8 settembre 1693, un nuovo Giubileo straordinario e un altro il 4 dicembre 1695 per invocare la pace tra i monarchi cristiani.

Il celeberrimo dipinto di Guido Reni con l’arcangelo Michele che sconfigge il demonio

“In aiuto della Francia” – e forse per ingraziarsi un tiepido Luigi XIV – chiamò anche, attraverso il potere di propaganda della monetazione, l’arcangelo Michele il cui culto venuto dall’Oriente, si era diffuso  in tutto l’Occidente attraverso le aree meridionali di influenza bizantina. La fortuna del santo è legata in particolare ai Longobardi del Ducato di Benevento (i quali attribuirono all’intervento dell’arcangelo la vittoria riportata sui Bizantini presso Manfredonia nel 663) e ai Carolingi, tanto da farlo diventare il protettore della Francia.

La sua figura discende dai testi biblici dove il suo nome Mi Ka’el significa “Chi ama Dio”. L’arcangelo guerriero Michele è considerato il capo supremo degli angeli rimasti fedeli a Dio, scacciando dal cielo gli angeli ribelli: questa sua funzione di angelo vendicatore continua nella tradizione cristiana dove Michele difende il popolo di Dio contro i nemici della fede. Viene raffigurato armato, spesso nell’atto di trafiggere il drago che rappresenta il male.

La versione del san Michele in moneta firmata Giovanni Martino Hamerani

Per la moneta, che al dritto porta il suo ritratto firmato HAMERANVS, il papa sceglie un’epigrafe tratta dalla Lettera ai Romani (16, 20) di san Paolo che in latino recita DEVS PACIS CONTERET SATANAM e che si può tradurre in “Il Dio della pace calpesterà Satana”. La moneta scelta per questa invocazione (in realtà, uno slogan filo francese a tutti gli effetti) è una piastra, il massimo modulo in argento che viene prodotta per tutto l’anno secondo di pontificato, quindi sia con millesimo 1692 che 1693.

Il buon Giovanni Martino Hamerani, abile ad ispirarsi – come molti incisori – ai capolavori d’arte presenti nell’urbe, non ci pensa due volte a far ricorso al bellissimo San Michele Arcangelo che schiaccia il diavolo dipinto da Guido Reni nel 1635 e collocato nella Chiesa di Santa Maria della Concezione in Via Veneto. Quadro sul quale grava, peraltro, un curioso aneddoto: pare infatti che il pittore disegnò Lucifero con le fattezze dell’allora cardinal Giovan Battista Pamphili che sarebbe divenuto poi papa col nome di Innocenzo X (1644-1655).

Il volto dipinto da Guido Reni e quello bulinato dall’Hamerani

Il Pamphili era infati in forte disaccordo con la famiglia Barberini. E proprio Antonio Barberini, cardinale col, titolo di Sant’Onofrio e fratello del pontefice Urbano VIII – come riporta lo storico Carlo Cesare Malvasia – aveva commissionato l’opera. Un vero e proprio esempio di “diffamazione a mezzo quadro”, diremmo oggi.

Dettaglio dell’armatura, del fiocco che la decora e del “cingulum”

 

Ma torniamo alle analogie e differenze fra il dipinto e la piastra (Muntoni III, 16 e 16a, p. 51 e tav. 120) dovute anche all’aneddoto appena narrato. Pur nella lievemente diversa postura, il san Michele dell’Hamerani mutua da quello di Guido Reni moltissimi elementi ad iniziare dalla fisionomia del viso e dall’acconciatura con i lunghi, fluenti capelli spartiti nel mezzo del capo.

Identico modello di calzature, perfino nei decori, per le due versioni dell’arcangelo

Impossibile, invece, rendere simile la posizione delle ali, parzialmente “ripiegate” nel tondello per far spazio alla legenda di bordo; assai più semplice riprodurre l’armatura con busto forse in cuoio rigido, modellato sul corpo, il cingulum attorno ai fianchi, e perfino i calzari con i relativi ornamenti.

Il diavolo viene rigettato fra le fiamme ed è chiaro che ogni possibile somiglianza con papa Pamphili viene eliminata da pochi colpi di bulino che rendono effettivamente mostruose le fattezze del demonio la cui natura è ribadita in moneta dalle corna, dagli artigli delle mani e dei piedi e dalle ali, non piumate come nel quadro ma piuttosto coperte di scaglie – al pari della coda lunga e ritorta – a voler comunicare in modo enfatico l’aspetto mostruoso della creatura.

Il demonio con le fattezze del cardinale Pamphili nel quadro di Guido Reni e con una fisionomia molto più classica (con tanto di corna) sulla piastra di papa Pignatelli

Altre due differenze interessanti: se nel dipinto l’arcangelo trattiene con una catena che stringe nella mano destra il demonio, impedendone i movimenti, nella moneta la mano destra sorregge un nastro di stoffa dall’evidente scopo decorativo e che si prolunga fin sopra il capo del san Michele per ricadergli sul fianco destro.

Tralasciando l’armetta di monsignor Maffeo Farsetti, governatore in carica della zecca pontificia, che ovviamente non appare nel capolavoro di Guido Reni ma che Hamerani deve, in qualche modo, “incastrare” nella composizione della piastra (chissà se il Farsetti sarà stato contento di ritrovarsi effigiato così vicino alla bocca dell’Inferno?) un’ultima differenza tra quadro e moneta ci colpisce e merita un approfondimento.

Se nel dipinto, capolavoro del Seicento romano, infatti, l’arcangelo Michele brandisce una sottile e leggera spada (in altre opere di soggetto simile una lancia corta oppure una croce), nella moneta l’arma è sostituita da un fascio di tre lunghi, evidenti fulmini provenienti dal cielo. Tre saette che potrebbero evocare e simboleggiare – ma è soltanto un’ipotesi di chi scrive, non suffragata da alcun documento – l’auspicio di un’azione completa della Santissima Trinità, in tutta la sua infinita potenza, a favore di quella Francia del Re Sole che papa Innocenzo tanto ammirava, per la risoluzione del conflitto in corso e la sconfitta del Male.