di Roberto Ganganelli | Narra il mito che un giorno Atena, volendo riprodurre il lamento delle Gorgoni quando Perseo decapitò la sorella Medusa, inventò uno strumento a fiato, l’aulòs, un flauto a doppia canna. Qualche tempo dopo, al termine di un banchetto degli dei, la dea per compiacere Zeus e gli altri convitati prese lo strumento ed iniziò a suonare.

Il profilo di Apollo sul dritto del denario dell’82 a.C. coniato a Roma da L. Marcius Censorinius

La musica era piacevole, ma Era e Afrodite scoppiarono a ridere, prendendosi gioco di lei. Offesa, Atena fuggì dall’Olimpo, fermandosi nei pressi di un lago; qui riprese a suonare ma, vedendo il proprio volto riflesso nell’acqua capì il motivo dell’ilarità delle due dee: soffiando nelle canne del flauto, infatti, il suo viso si arrossava e si deformava.

Adirata, Atena gettò via lo strumento musicale maledicendo chiunque l’avesse raccolto. L’aulòs fu trovato da Marsia, un satiro che, esercitandosi, divenne abilissimo nel suonarlo. La fama acquisita fra gli uomini divenne tale che, un giorno, il satiro osò lanciare una sfida ad Apollo, dio della musica, certo di poterlo battere. Il dio accettò e chiamò le Muse a giudicare la contesa.

Il satiro Marsia al rovescio, mentre il dio delle arti gli appare dall’alto

In un primo momento la giuria rimase colpita dalle melodie di Marsia; Apollo quindi – temendo una sconfitta – iniziò a suonare la sua lira e a cantare al tempo stesso, sfidando il rivale a fare altrettanto: chiaramente, la natura del doppio flauto del satiro non glielo avrebbe mai permesso, e così la vittoria fu assegnata al dio.

Come punizione per aver osato sfidare una divinità, Apollo sottopose Marsia ad una tortura atroce (legato ad un albero, il satiro fu scorticato vivo), narrata magistralmente da Ovidio e trasformata in un capolavoro della pittura, secoli e secoli dopo, dal pennello di Tiziano.

Nell’anno 82 a.C. a Roma, a nome di L. Marcius Censorinus – la cui gens, la Marcia, si gloriava di discendere proprio dall’abilissimo e sfortunato satiro – venne coniato un denario in argento con al dritto una testa di Apollo laureata, rivolta a destra (talvolta corredata da simboli di controllo, come un rarissimo granchio). Il rovescio, invece, ci mostra il satiro seminudo, in cammino verso sinistra, lo sguardo e il braccio destro protesi verso l’alto mentre, con il braccio sinistro, sorregge – secondo le classiche descrizioni numismatiche – “un otre in pelle pieno di vino”; nel campo, in verticale a sinistra, L. CENSOR e a destra una colonna sormontata da una statuetta di Vittoria.

“Il supplizio di Marsia”, dipinto di Francesco Rosa (1635/1640-1710) oggi ai Musei Civici di Padova

Sono da notare, nella lettura di questa interessante moneta, due elementi. In primo luogo, il braccio e lo sguardo di Marsia sollevati: un atteggiamento che evoca magistralmente il gesto greco dell’aposkopein, da ricollegare all’epifania della divinità (Apollo, in questo caso, che si appresta ad accettare la sfida del satiro) e dunque all’inizio dell’episodio focale del mito, la competizione musicale.

Allo stesso modo, come elemento conclusivo, la colonna con Vittoria potrebbe evocare il tributo alla divinità vincitrice, oppure – alcuni studiosi indicano Atena come soggetto della statua – colei da cui il mito, con l’aulòs maledetto, ha origine.

C’è poi quel cosiddetto “otre da vino”, quella pelle che in realtà, approfondendo le fonti classiche, potrebbe essere niente meno che la pelle stessa di Marsia, simbolo della tragica conclusione della sua esistenza. La pelle del satiro venne appesa dallo stesso Apollo, precisa Nonnus (Dyonisiaca, 1. 41) ad un albero a gonfiarsi con le raffiche di vento. Lo stesso autore (ibidem, 19. 317) ricorda poi come la brezza vi entrava, gonfiandola in una forma simile a quella di Marsia, “come se il pastore non riuscisse a tacere” e riacquistando la sua melodia.

Un altro esemplare del denario coniato, probabilmente, alla fine delle Guerre Sociali. Questo è rarissimo per il granchio posto al dritto, dietro la nuca di Apollo

Fu così che Apollo, impietosito (o forse infastidito dal redivivo concorrente?) lo rese il fiume che porta il suo nome. Secondo altre versioni del mito, invece, furono i satiri, le ninfe e i fauni, accorsi per piangere un ultima volta l’amato compagno, che videro dalle loro stesse lacrime nascere un fiume, affluente del Meandro in Anatolia, che da allora prese il nome dello sfortunato Marsia.

Dettaglio di statua classica raffigurante Marsia con un otre da vino: secondo gli studiosi, tale attributo è da leggere in modo diretto simbolo della esuberante forza vitale dei Satiri, legata alla natura e paragonabile ad una fonte

Tornando al nostro denario alcuni studiosi – nel collocarlo storicamente nel turbinoso I secolo a.C. – sottolineano come la figura di Apollo possa essere stata usata quale simbolo di armonia e quella di Marsia come simbolo di libertà. Siamo infatti nell’82 a.C., nella fase conclusiva delle Guerre Sociali. Caio Mario è morto nell’86 a.C. e i suoi seguaci sono stati sconfitti; armonia e libertà sono i due pilastri dietro cui Silla vuol nascondere, anche grazie alle monete, le proprie vere intenzioni: dare il via alle proscrizioni degli avversari politici; assumere il titolo di dittatore a vita; ristabilire il regime oligarchico. E sottolineare – con quella colonna al rovescio – il valore della sua innegabile vittoria.