Dall’Unità del 1861 ai primi tentativi di conquista dell’Urbe | Garibaldi, Vittorio Emanuele II e lo scontro per Roma con Pio IX e le potenze straniere

 

di Leonardo Mezzaroba | 150 anni orsono, nel 1870, Roma veniva annessa allo Stato italiano e si concretavano finalmente le condizioni perché la città capitolina diventasse la capitale d’Italia. Tale risultato era stato ottenuto al termine di un lungo processo che aveva conosciuto la fase più complessa nel decennio precedente, dopo la proclamazione del Regno d’Italia. In questa sede cercheremo di offrirne una testimonianza alla luce delle medaglie che vennero prodotte per commemorare tali vicende.

Fin dal dicembre del 1861, i ‘Comitati di provvedimento per Roma e Venezia’, avevano ricominciato a far sentire la propria voce costituendo un ‘Comitato centrale’ divenuto, nel marzo 1862, ‘Associazione Emancipatrice Italiana’ presieduta da Garibaldi, considerato l’unico personaggio in grado di risolvere una situazione tanto aggrovigliata. Tale speranza fu espressa in modo molto efficace dalla medaglia emessa in quello stesso anno dalla Società Artistica Nazionale (fig. 1); in essa l’iconografia e la legenda risultano estremamente eloquenti: ai piedi di Garibaldi, Roma e Venezia invocano ‘anche’ per loro ‘la stella di Marsala’.

Fig. 1. 1862. Medaglia emessa dalla Società Artistica Nazionale a favore di Roma e Venezia e inneggiante alla ‘ stella di Marsala’ (MB, mm 51,5)

Va detto però che Garibaldi non fece mai mistero di avere molto più a cuore la questione romana rispetto a quella veneta, tanto da progettare, nel luglio del 1862, una spedizione che, al grido di ‘O Roma, o morte!’, partendo proprio da Marsala, puntasse alla città eterna. Pressato da Napoleone III, Vittorio Emanuele II dovette intervenire, intercettando le milizie garibaldine presso Sant’Eufemia d’Aspromonte; come è noto le conseguenze furono drammatiche: ci furono morti da entrambe le parti e lo stesso Garibaldi fu ferito.

L’emozione tra i patrioti fu enorme ed è ben testimoniata da medaglie che esaltarono il coraggio di Garibaldi e la bravura dei chirurghi che riuscirono a estrarre il proiettile rimasto conficcato nel malleolo del Generale. In Italia, ad esempio, i ‘volontari d’Aspromonte’ si fecero promotori di una medaglia che, al dritto, proponeva il busto di Garibaldi e il motto ‘Roma o morte’, mentre al rovescio manifestava la loro riconoscenza al chirurgo Zannetti (fig. 2).

Fig. 2. 1862. Medaglia offerta dai volontari d’Aspromonte (Fratelli Gori, AE, mm. 43)

Anche le comunità italiane all’estero si attivarono per testimoniare la loro vicinanza a Garibaldi e la gratitudine ai medici che avevano portato a termine con successo l’intervento. Lo prova la medaglia commissionata dagli Italiani residenti in Perù all’incisore Luigi Seregni, che la eseguì nella Zecca di Milano (fig. 3).

Fig. 3. 1862. Omaggio degli Italiani del Perù a Garibaldi ferito e ai medici che curarono il Generale ferito sull’Aspromonte (L. Seregni, AE, mm 60)

Nel contempo però nello Stato pontificio si ironizzava sul fatto che il motto garibaldino andava ora modificato in ‘Morte e non Roma!’; quanto poi al IV Battaglione del 5º Reggimento fanteria ‘Aosta’, gli fu conferita la medaglia di bronzo al valor militare.

In realtà le vicende d’Aspromonte non furono così indolori per lo Stato italiano: il capo del governo, Urbano Rattazzi, travolto dalle critiche, fu costretto a dare le dimissioni il 29 novembre 1862. Il fatto è che, pur con grande prudenza, il governo italiano non aveva messo da parte l’idea di ‘liberare’ Roma e di farne la naturale capitale del Regno.

È molto significativo che in una medaglia datata ancora 1862, opera di Francesco e Giovanni Vagnetti (fig. 4), vengano raffigurati Vittorio Emanuele II e una allegorica Italia personificata nell’atto di stringersi la mano auspicando che ‘Cessino le straniere usurpazioni nel suolo nostro’; sul rovescio è riportato un passo di un non meglio precisato discorso del re che precisa la determinazione a compiere ‘in concordia d’armi e di senno’ il percorso risorgimentale.

Fig. 4. 1862. Medaglia che sottolinea la determinazione del sovrano a portare a termine il processo risorgimentale (F. e G. Vagnetti, AE, mm 70)

Il problema naturalmente era quello di allentare la presenza militare francese nello Stato Pontificio e questo sembrò verificarsi quando, con la ‘Convenzione di Parigi’ (15 settembre 1864), Napoleone III si impegnò a ritirare gradualmente le sue truppe da Roma, purché lo Stato italiano si fosse impegnato a non aggredire lo Stato Pontificio e a trasferire la propria capitale da Torino in un’altra città, che mai sarebbe dovuta essere Roma.

Così, il 3 febbraio 1865, Firenze diventava la nuova capitale italiana. Qui, il 18 novembre di quello stesso anno, Vittorio Emanuele II inaugurava la prima sessione della IX Legislatura con un discorso culminato nell’esortazione agli Italiani perché si preparassero a future eroiche imprese ‘pel compimento delle sorti d’Italia’. Questa frase, riportata in una medaglia realizzata dall’incisore Luigi Gori presso la zecca di Firenze, andò a rafforzare le speranze di un’imminente azione militare per la ‘liberazione’ del Veneto e di Roma (fig. 5).

Fig. 5. 1865. Apertura a Firenze della IX Legislatura (L. Gori, AE, mm 51)

In realtà la questione romana venne per il momento messa da parte perché iniziava a profilarsi una soluzione per l’annessione del Veneto, che ebbe il suo compimento un anno dopo, il 4 novembre 1866. Ma alla fin fine tale avvenimento rinfocolò, nel movimento patriottico, la speranza che potesse essere risolto anche il problema di Roma e del Lazio.

A tale riguardo è significativo che, in una medaglia di questo stesso anno, opera di Paul Thermignon, Garibaldi, accorso per portare il suo aiuto nella guerra contro l’Austria, venisse raffigurato nell’atto di ricevere una sciabola dalla consueta Italia personificata e turrita che gli indicava con la mano destra la città di Roma, rappresentata sullo sfondo dalla Piazza del Campidoglio; come se non bastasse, in esergo era riportato il motto ‘Roma o morte’.

Fig. 6. 1866. Garibaldi invocato dall’Italia (P. Thermignon, AE, mm 47,3)

Così, mentre il governo italiano, vincolato dalla ‘Convenzione di settembre’ e umiliato dall’esito della guerra, entrava in una grave crisi che lo costringeva a indire nuove elezioni (marzo 1867), Garibaldi dava vita a una vasta attività di propaganda finalizzata a creare, dentro e fuori lo Stato Pontificio, le condizioni necessarie a dare la spallata finale al governo temporale della Chiesa. Del resto difficilmente si sarebbe potuto trovare un momento più adatto a un’invasione dei territori pontifici dato che le truppe francesi se ne erano andate da Roma nel dicembre precedente; a sorvegliare la situazione in città era rimasto soltanto un gruppo di mercenari.

Per il successo della sua azione Garibaldi aveva bisogno che l’azione partisse dall’interno della città capitolina; subito dopo, da varie direzioni, avrebbero fatto irruzione in città le colonne dei volontari confluite nel Lazio, magari con l’appoggio del Regno d’Italia. Così, quando, a giugno, il ‘Comitato nazionale romano’ comunicò a Garibaldi di essere pronto a insorgere, il Generale incoraggiò i suoi a intraprendere quella che sarebbe passata alla storia come la ‘Campagna dell’Agro Romano’.

In realtà, apparve ben presto evidente che non vi erano le condizioni perché l’azione potesse aver successo e mentre il governo italiano si affrettava a far arrestare Garibaldi (24 settembre), imprigionandolo dapprima ad Alessandria e poi relegandolo a Caprera, Napoleone III raccoglieva a Tolone un forte contingente militare da inviare nello Stato Pontificio.

Nelle settimane successive la situazione precipitò: il 22 ottobre, l’insurrezione scoppiata a Roma fallì subito e portò solo all’inutile sacrificio di molti patrioti (tra cui i fratelli Enrico e Giovanni Cairoli) nello scontro di Villa Glori.

Nel frattempo Garibaldi era rocambolescamente riuscito a fuggire da Caprera e a portarsi in territorio pontificio dove si era messo a capo delle colonne di volontari che stavano trovando un’imprevista resistenza da parte dei mercenari francesi della ‘Legione d’Antibes’ e delle guardie svizzere. Giunto davanti a Roma (30 ottobre 1867) Garibaldi si rese conto che non vi era alcuna speranza che la popolazione insorgesse e senza un appoggio interno, ogni attacco era impossibile. Egli dunque dovette ritirarsi verso Monterotondo, ma nel frattempo contro di lui si stavano dirigendo le truppe pontificie cui si era unito il contingente francese (sbarcato a Civitavecchia il 29 ottobre).

Lo scontro si svolse a Mentana e si risolse in una grave sconfitta per i volontari di Garibaldi, anche perché i francesi poterono contare sui moderni fucili ‘Chassepot’ che consentivano un tiro rapido e a lunga gittata, tanto che il generale francese de Failly, nel comunicare a Napoleone III la vittoria, volle precisare cinicamente ‘Nos fusils Chassepot ont fait merveilles’.

Non tutta l’opinione pubblica francese festeggiò l’avvenimento: da un lato i cattolici non potevano perdonare a Napoleone III di essere stato la causa di tale scontro avendo lasciato indifeso il pontefice, dall’altro i liberali criticarono aspramente la brutalità dell’intervento militare e l’atteggiamento illiberale dimostrato. Istruttive a questo riguardo due medaglie con legende in francese: in una, datata 1867, dedicata a Pio IX, è raffigurata, al rovescio, una scena concitata con il papa che, novello Cesare, è minacciato da due traditori (verosimilmente Vittorio Emanuele II e Napoleone III) armati di coltello, mentre vicino appare Garibaldi rivestito di un lungo mantello e armato di una scure (fig. 7).

Fig. 7. 1867. Medaglia di denuncia del ‘tradimento’ perpetrato contro Pio IX (AE, mm 33×28)

Nell’altra, Napoleone III è rappresentato in modo satirico con un gran cappello napoleonico ed ampi stivali, seduto su un ammasso di teschi (fig. 8).

Fig. 8. 1868. Medaglia satirica contro Napoleone dopo lo scontro di Mentana (AE, mm 26)

Nello Stato Pontificio invece la sanguinosa sconfitta dei volontari venne salutata con grande sollievo e soddisfazione. Il 14 novembre Pio IX istituiva la decorazione nota come ‘Croce di Mentana’ (coniata in argento e nichel) destinata ai militari pontifici che si erano particolarmente distinti nel ricacciare oltre i confini le milizie di Garibaldi. Era munita di un nastro bianco e azzurro su cui potevano essere applicate delle barrette metalliche con i nomi delle battaglie cui il decorato aveva partecipato.

Fig. 9. 1867. La cosiddetta Croce di Mentana (AR, g 12,40, mm 48,5×41,4)

Un’altra decorazione fu istituita dal pontefice per premiare i volontari (soprattutto stranieri) che avevano affiancato l’esercito regolare svizzero.

Fig. 10. 1867. La medaglia assegnata dal papa ai volontari che avevano combattuto nella battaglia di Mentana (AE, mm 45×31,5)

Ai propri caduti, lo Stato Pontificio riservò l’onore di un monumento eretto nel cimitero romano del Verano nel 1869, su progetto di Virginio Vespignani, e celebrato in una medaglia opera di Giuseppe Bianchi (fig. 11).

Fig. 11. 1869. Il monumento per i caduti dell’esercito pontificio a Mentana, eretto al cimitero del Verano (AR, g 32,92, mm 43,5)

Dei morti garibaldini, invece, ci si sarebbe ricordati molto più tardi; così solo nel 1880 sarebbe stato inaugurato a Milano un monumento loro dedicato, riportato anche in medaglia (fig. 12).

Fig. 12. 1880. Monumento eretto a Milano per i ‘martiri’ di Mentana (AE argentato, mm 29)

É appena il caso di ricordare, per concludere questa prima parte del nostro ‘percorso in medaglia’ verso Roma capitale, che il contingente garibaldino venne sciolto e il Generale, dopo aver trascorso alcuni giorni in carcere, si ritirò a Caprera.

Per saperne di più

R. Mondini, Spigolando tra medaglie e date (1848 – 1870-71), Livorno 1913.

A. Modesti, M. Traina, Le medaglie e le monete che hanno fatto l’Italia (1846-1871), Roma 2011.

Ringraziamenti e crediti

Le immagini provengono dall’archivio dello studioso Adolfo Modesti, che ha acconsentito con la consueta cortesia a metterle a disposizione dell’autore. Si ringrazia Filippo De Stefano per la collaborazione nel reperimento delle immagini stesse.