di Roberto Ganganelli | Poetico, vibrante e solenne, ilmotto in forma di endecasillabo che appare sul famoso scudo (o medaglia) battuto a Roma a nome della I Repubblica Romana del 1798-1799 è noto a tutti i i numismatici: “Giorno che vale di tanti anni il pianto”.

Una coniazione controversa, a proposito della quale Mario Traina, ne Il linguaggio delle monete, scrive: “È una delle medaglie, in quattro versioni (una in argento mancante nel Corpus è riportata da Bruni, 2005, p. 232, n. 75), coniate da Tommaso Mercandetti per ricordare il primo anniversario della Repubblica Romana (15 febbraio 1798 o 27 piovoso anno VI, secondo il calendario giacobino). Considerate talora monete o medaglie monetiformi, come le chiama Serafini, non hanno alcun rapporto per il peso con le monete allora in circolazione. Della medaglia con l’indicazione AN. VII esistono esemplari in oro e rame definiti dal Corpus come ‘prove’; Bruni (op. cit., pp. 231-233, nn. 74/76), riporta anche esemplari in piombo e ritiene, come già aveva indicato Scerni (1992, pp. 32/-35, n. 29), che questi esemplari (Corpus. n. 13) siano stati riconiati in epoca moderna con i conii originali; per Bruni è ‘ufficiale’ solo la medaglia in argento Corpus n. 26 senza l’indicazione dell’anno VII”.

Eccezionale esemplare in argento della medaglia (per alcuni scudo) che celebra l’istituzione della Prima Repubblica Romana nel 1798

Lo scudo (o medaglia) in oggetto ha un diametro medio di mm 43-44; al D/ figura un’ara rettangolare con berretto frigio fra due pugnali in rilievo con drappo pendente. Sopra l’ara vi è un fascio orizzontale con scure a sinistra su cui poggia un’aquila ad ali spiegate in serto di rami di quercia. Il capo dell’aquila è volto a sinistra. Dietro all’ara due bandiere decussate, su quella di destra si legge REPUBBLICA ROMANA, su quella di sinistra R (per ROMA) in corona d’alloro; al R/ GIORNO CHE VALE DI TANTI ANNI IL PIANTO, nel campo LIBERTA’ |  ROMANA | XXVII (oppure 27) | PIOVOSO | AN VII; sotto tra due stellette TM (sigla di Tommaso Mercandetti, incisore dei conii).

“Altare patrio” realizzato nel bel mezzo di Piazza San Pietro per celebrare la festa della Federazione il 20 marzo del 1798

Si è a lungo discusso se questi esemplari siano delle medaglie o delle monete. Che di medaglia si tratti è abbastanza palese, basta infatti leggere quanto riportato sulla Gazzetta di Roma n. 34 del 18 Piovoso A. VII (mercoledì 6 febbraio 1799): “Per risvegliare lo spirito nazionale dei buoni patrioti, negli uomini liberi e nei veri repubblicani sarà distribuita una medaglia in argento con l’impronta da una parte di una aquila e con l’iscrizione REPVBLICA ROMANA a dall’altra l’epigrafe, GIORNO CHE VALE DI TANTI ANNI IL PIANTO, marcandosi nell’esergo la giornata del 27 Piovoso”. Così recita il proclama di Antonio Franceschi, ministro dell’Interno, con il quale si invitava la popolazione alla celebrazione di una festa al Foro Romano. Le medaglie furono distribuite ad “un fanciullo, ad un giovane ed ad un vecchio, vestiti in costume degli antichi romani, non che a ventiquattro donne vestite di bianco e ad altrettanti giovani, coronati di alloro, estratti a sorte tra i figli dei patrioti”. Quindi, cinquantuno esemplari furono certamente coniati ai quali, evidentemente, se ne aggiunsero altri dei quali non rimane cronaca esplicita.

Frammento di ritratto di Clemente XI Albani, vero destinatario dell’aulico verso citato sulla medaglia giacobina

Tornando alla legenda, che Mario Traina indica come “endecasillabo non identificato”, grazie a nuove ricerche bibliografichew si è potuta attribuire, a queste parole, una precisa paternità. Si tratta, infatti, niente meno, che del verso finale di un sonetto di Francesco Gaspari, poeta minore romano, che dedica il componimento niente meno che alle imprese e alla gloria di papa Clemente XI Albani, al raggiungimento del quindicesimo anno di pontificato.

Ecco il testo: “Tre lustri ah sian pur cento e mille, / Almo nocchier ch alla gran nave imperi, / Nè a lei spirar mai vidi aure tranquille, / Nè sorger di men che crucciosi e neri. / Mugghiare il suol tremar cittadi e ville / Vidi e togliersi morte armenti interi, / E seminando belliche faville / Su i nostri campi errar duci e guerrieri. / Poi vidi l’Asia uscir del suo soggiorno / Qual non la vide in armi Ida nè Xanto, / Guatando Europa e minacciando intorno. / Ma vinta cadde e tua fu l’opra e l’vanto. / O per noi lieto avventuroso giorno, / Giorno che vale di tanti anni il pianto?”.