Quel Duomo di Orvieto terremotato… e fin troppo ricostruito!

Una raffinatissima incisione di Giuseppe Girometti per celebrare i restauri seguiti al terremoto del 1832. Usi ed abusi successivi del conio e la nuova versione di Francesco Bianchi

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Quel Duomo di Orvieto terremotato

di Giancarlo Alteri | “Io stavo in piedi avanti der cammino / posanno la marmitta sur fornello / quanno sento uno scrocchio ar tavolino, / e dà du’ o tre tocchetti er campanello! / M’arivorto, e te vedo er credenzino, / tu ttu ttu ttù, tremaje lo sportello. / Arzo l’occhi ar solaro, e ppare infino / fa de questo la gabbi de l’ucello”. Così il grande poeta dialettale Giuseppe Gioacchino Belli descriveva la sensazione di un popolano romano nel sentire gli effetti del terremoto che sconvolse l’Umbria ai primi del 1832: la prima scossa si ebbe venerdì 13 gennaio; ma lo sciame sismico seguitò ancora per parecchio tempo.

La splendida facciata del Duomo di Orvieto, danneggiata dal sisma del 1832 e riportata all'originario splendore di marmi e mosaici
La splendida facciata del Duomo di Orvieto, danneggiata dal sisma del 1832 e riportata all’originario splendore di marmi e mosaici

Tra gli effetti del sisma, ci fu anche quello di danneggiare in modo più o meno grave il Duomo di Orvieto, tanto che gli splendidi mosaici che ne adornavano la facciata vennero giù come una pioggia di pietruzze multicolori. Papa Gregorio XVI, che si apprestava a festeggiare il primo anniversario dell’elezione (avvenuta il 2 febbraio 1831), e che aveva molte gatte da pelare, riguardanti sia il bilancio dello Stato sia la generale situazione politica, pianse a lungo alla notizia del disastro. Accertatisi che le vittime, tutto sommato, erano non molte, presi i primi provvedimenti d’emergenza a favore delle popolazioni e dei senzatetto, costretti all’addiaccio nel gelido inverno, trascorsero parecchi mesi prima che si stanziassero i fondi per provvedere ai restauri del Duomo d’Orvieto.

E furono fondi cospicui, perché il monumento lo meritava, non solo per la sua bellezza artistica, ma pure per la sua importanza religiosa. Infatti, il Duomo era sorto per ospitare il “corporale di Bolsena”. Nell’estate del 1263, infatti, nella cittadina lacustre laziale, un prete boemo aveva dubitato della transustanziazione dell’Ostia mentre stava celebrando la Messa: allora si era verificato il miracolo! Dalla particola erano sgorgate gocce di sangue che avevano macchiato sia i paramenti del sacerdote sia il pavimento della chiesa. Ma siccome quest’ultimo era “intrasportabile”, papa Urbano IV aveva voluto che sulla rupe tufacea di Orvieto, a pochi chilometri da Bolsena, dove era avvenuto il miracolo, sorgesse un tempio destinato ad accogliere quei paramenti macchiati dal Preziosissimo Sangue, testimonianza tangibile del Corpus Domini, di cui 1264 era stata istituita, quindi, la festa canonica.

Xilografia ottocentesca raffigurante la facciata del Duomo
Xilografia ottocentesca raffigurante la facciata del Duomo

Tuttavia occorsero parecchi anni prima che papa Niccolò IV (1288–1292) desse l’avvio ai lavori di costruzione dell’edificio sacro, lavori che cominciarono nel 1290, quando Niccolò IV, appunto, provvide personalmente a benedire la prima pietra. Il Duomo fu “inaugurato” nel 1310, anche se poté considerarsi veramente completato soltanto nel Seicento inoltrato.

Progettato, forse, da Arnolfo da Cambio e proseguito da Lorenzo Maitani, il Duomo d’Orvieto è un assoluto capolavoro dell’arte gotica italiana. Decorato all’esterno con sculture e splendidi mosaici, racchiude anche all’interno opere d’arte di grande bellezza. In realtà, i mosaici esterni ebbero a subire radicali restauri nel Seicento e nel Settecento, rispettando però sempre l’impianto originale.

Ma i fondi stanziati da Gregorio XVI nel 1832 furono destinati ad altri scopi, data la pessima situazione dell’erario pontificio, e solamente nel 1836 i restauri e la sistemazione dei danni provocati dal terremoto ebbero un finanziamento mirato. Tanto più che il segretario di Stato, cardinale Luigi Lambruschini, diventato “cardinale protettore di Orvieto”, fece pressioni affinché si provvedesse alle riparazioni, tracciandone pure le linee guida: da un lato si sarebbe provveduto al consolidamento delle opere murarie e dall’altro al restauro dei mosaici e delle sculture della facciata.

In realtà, i lavori, affidati a vari architetti, proseguivano con molta lentezza, tanto che Gregorio XVI, visitando la città il 29 settembre 1841, nel corso del suo viaggio apostolico nelle provincie dello Stato Pontificio, compiuto dal 30 agosto al 5 ottobre 1841, si inquietò non poco con il delegato di Orvieto, monsignor Paolo Durio, perché i lavori di restauro del Duomo erano praticamente fermi. Forse saranno state le parole del pontefice, forse l’intervento diretto del Lambruschini, fatto sta che nel gennaio del 1842 si montarono i ponteggi per procedere alla ricomposizione dei musaici distrutti, affidata al prestigioso “Studio del mosaico” in Vaticano. Stavolta, grazie anche al fatto che Gregorio XVI aveva fatto pervenire ben 32.000 libbre di smalti, acquistati con il proprio patrimonio privato, l’opera di restauro proseguì alacremente, tanto che già nell’ottobre del 1842 monsignor Durio affidò a Giuseppe Girometti, incisore camerale, la fattura di una medaglia che lo stesso restauro celebrasse.

La medaglia originale in bronzo, diametro mm 60, realizzata da Giuseppe Girometti nel 1842
La medaglia originale in bronzo, diametro mm 60, realizzata da Giuseppe Girometti nel 1842

Ed il Girometti realizzò un vero e proprio capolavoro. Premesso che egli, dotato di grandissima abilità tecnica, soleva incidere direttamente il conio in negativo, riuscì a rappresentare magistralmente la stupenda facciata del Duomo, evidenziandone non solo gli elementi architettonici principali, ma perfino le sculture e le rappresentazioni musive, che si possono vedere sulla medaglia con l’ausilio di una lente di potenza adeguata. Il conio, ordinato all’incisore dalla municipalità orvietana (e tuttora conservato nel Museo dell’Opera del Duomo d’Orvieto) risultò talmente bello che Francesco Mazio, Direttore della zecca di Roma, ne chiese al Girometti una copia onde conservarlo nella raccolta dei conii esistente nel Gabinetto numismatico della stessa zecca.

Entusiastici i commenti dei contemporanei all’apparizione di questa medaglia: “Ammiriamo l’intelligenza della prospettiva e l’effetto dei rilievi diversi perfino nelle sculture tutte e nei mosaici” e ancora “Il Cav. Girometti [incise] una gran medaglia, la quale con insquisito lavoro e mirabile prospettiva effigiò la stupenda mole della facciata” sono alcuni giudizi apparsi sulla stampa dell’epoca.

Per il rovescio, invece, l’artista si limitò ad incidere una semplice iscrizione gratulatoria che ricordasse insieme il cardinale Lambruschini e monsignor Durio, quali artefici maggiori dei restauri della facciata: ALOISIO | LAMBRVSCHINIO | VIR EMIN PATRONO | PAVLO DVRIO | ANTIST PRAEF | VRBEVET.

Il Duomo del Girometti abbinato, nel 1865, con una iscrizione inneggiante alla "via ferrata toscana"
Il Duomo del Girometti abbinato, nel 1865, con una iscrizione inneggiante alla “via ferrata toscana”

Il conio del dritto con la facciata sarà riutilizzato, senza che la Santa Sede ne fosse informata e ne desse, quindi, l’autorizzazione, nel 1865 in una medaglia celebrante la Ferrovia toscana, quando però Orvieto faceva ormai parte del Regno d’Italia; poi per il VII centenario della posa della prima pietra (1890), come pure per il Congresso eucaristico diocesano (1896). Però, quando si trattò di celebrare i nuovi restauri del Duomo nel 1891, ad opera del nuovo Regno d’Italia, la Santa Sede negò alla Regia Zecca italiana l’utilizzo del conio; così Francesco Bianchi fu costretto a ricopiarlo, cioè a farne un altro molto simile all’originale del Girometti (ma questa è un’altra storia).

Un altro abuso del conio di dritto del Girometti, usato per una medaglia con al rovescio lo stemma comunale opera del Bianchi
Un altro abuso del conio di dritto del Girometti, usato per una medaglia con al rovescio lo stemma comunale opera del Bianchi

Il conio originale, infatti, è stato sempre proprietà esclusiva dell’Opera del Duomo, che lo ha prestato soltanto per medaglie ordinate dal Vaticano o da Enti ecclesiastici, dopo la brutta figura fatta nel 1865, per la quale aveva subito i rimbrotti del cardinale Antonelli, segretario di Stato di Pio IX. Nel 1891 fu stipulato un accordo fra un sostituto alla Segreteria di Stato e l’allora facente funzioni di direttore della Regia Zecca, il cavalier Boccapaduli, in base al quale tutti i coni della cosiddetta “Serie pontificia” non si sarebbero potuti usare da parte della Zecca di Roma senza l’autorizzazione della Santa Sede: ecco perché non fu possibile riutilizzarlo nel 1891 e si dovette ricorrere a quello inciso ex novo dal Bianchi

Uno dei motivi, poi, per cui Mazio e i suoi successori non usarono quel conio come rovescio per altre medaglie fu perché non c’era alcun dritto di Gregorio XVI adattabile al suo diametro; d’altronde, la leggenda intorno alla raffigurazione della facciata: GREGORIVS XVI P M FRONTEM REPARAVIT = MDCCCXLII faceva esplicito riferimento a Gregorio XVI Cappellari; era, quindi, impossibile accoppiarlo al dritto di un altro papa!