Furono un trionfo, per gli atleti azzurri e per il regime, i X Giochi estivi dell’era moderna: così, fra sport e propaganda, nacque una medaglia di assoluta rarità

 

di Livio Toschi | Il 1932, decennale del fascismo, fu un anno magico per lo sport italiano. In campo agonistico l’Italia ottenne un grandissimo successo all’Olimpiade di Los Angeles (30 luglio – 14 agosto) e pochi mesi dopo (il 4 novembre) s’inaugurarono stupendi impianti al Foro Mussolini: l’Accademia di Educazione fisica, lo Stadio dei Marmi e lo Stadio dei Cipressi. Inoltre, la FIFA ci assegnò il Mondiale di Calcio 1934 e l’Italia puntava anche a organizzare l’Olimpiade del 1940.

Nello sport, insomma, l’Italia riscuoteva grande consenso a livello internazionale. Basti un solo, autorevole esempio: il presidente del CIO, conte Henri de Baillet-Latour, venne a Roma nel settembre 1933 per visitare gli impianti sportivi dell’Urbe, restandone affascinato. Nella sessione del CIO, tenuta ad Atene l’anno seguente, tessé l’elogio dello sport fascista (Il Littoriale, 17 maggio 1934) equalche mese dopo, esaltando le organizzazioni sportive del regime, dichiarò con enfasi: “Roma è magnifica. Mussolini l’ha trasformata, ne ha fatto davvero la sintesi dell’opera colossale che solo un Uomo della tempra dei Cesari poteva costruire” (Il Littoriale, 17 ottobre 1934).

A sinistra il manifesto dei Giochi Olimpici di Los Angeles 1932 e a destra lo stadio Memorial Coliseum inaugurato nel 1923 (architetti John e Donald Parkinson); nel 1932 fu ampliato per contenere 105.000 spettatori

Secondo lo storico americano David Wallechinsky le nazioni presenti a Los Angeles furono 37 e 1.328 gli atleti (di cui 127 donne). Il numero di concorrenti era il più basso registrato dopo il 1904, ma bisogna considerare l’enorme distanza dall’Europa e le difficoltà del viaggio. Gli italiani, per esempio, partiti da Napoli il 2 luglio, navigarono dieci giorni per raggiungere New York sul piroscafo Conte Biancamano; poi dovettero attraversare in treno gli Stati Uniti dall’Atlantico al Pacifico, arrivando a Los Angeles il 17 luglio.

Clamoroso successo sotto il sole rovente della California per la squadra italiana, che vinse 12 medaglie d’oro, 12 d’argento e 12 di bronzo, seconda solo agli USA. Il ginnasta riminese Romeo Neri conquistò tre medaglie d’oro, ma la vittoria più celebrata fu quella di Luigi Beccali nei 1500 metri a conclusione di un’entusiasmante rimonta. Va sottolineato che, tra gli allenatori dei nostri atleti, figuravano nientemeno che Alberto Braglia (ginnastica), Nedo Nadi (scherma) e Giovanni Raicevich (lotta): nomi leggendari.

La medaglia per i vincitori ai Giochi di Los Angeles 1932, di Giuseppe Cassioli, mm 55

Durante la cerimonia inaugurale nello stadio Memorial Coliseum non mancarono gli elogi alla nostra eleganza: con giacca azzurra, camicia azzurra, calzoni bianchi, cravatta azzurra, cinta azzurra bordata con i colori nazionali, calzini bianchi, scarpe bianche e una “busta” color paglia come copricapo, alla cerimonia di apertura gli atleti italiani, definiti i “Mussolini’s boys”, sfilarono marziali dietro il portabandiera Ugo Frigerio tra l’entusiasmo dei nostri tantissimi connazionali e l’ammirazione di tutto il pubblico. Unanime, la stampa statunitense commentò: “Gli italiani, eleganti, allegri e disciplinati, sono i degni rappresentanti di una nazione davvero grande e hanno rapito il cuore della folla”.

Furono giorni intensi ed emozionanti, anche per la vicinanza di Hollywood: tra gli spettatori delle gare era facile incontrare “stelle” come Charlie Chaplin, Gary Cooper, Douglas Fairbanks, Harold Lloyd, Claudette Colbert. Fairbanks, rinomato dongiovanni, entrando allo stadio mentre si disputava la finale dei 100 metri femminili, esclamò: “Anche qui, quando arrivo io, le donne corrono”.

A sinistra il medaglione di Hugo Ballin, con l’immagine di Columbia, mentre viene issato sull’ingresso del Memorial Coliseum; a destra il simbolo della rappresentativa azzurra

Al termine dei Giochi il mondo del cinema spalancò le porte allo sconosciuto schermidore australiano Errol Flynn, che divenne l’eroe di innumerevoli film di avventura, e al nuotatore Clarence “Buster” Crabbe, medaglia d’oro nei 400 metri stile libero, che raccolse l’eredità di Johnny Weissmuller nei panni di Tarzan (interpretò anche Flash Gordon).

In quell’atmosfera incantata accadde un po’ di tutto: il lanciatore di peso Clément Duhour, intervistato alla radio, dimenticò di partecipare alla gara; un altro francese, il marciatore Henri Quintric, venne “rapito” da una bionda quarantenne e visse un’avventura da sogno nella sua magnifica villa, da cui lo strapparono in lacrime al momento del ritorno in patria.

La medaglia in bronzo per i partecipanti, opera dello scultore Julio Kilenyi, mm 69

Lo stemma dei Giochi, opera di Martin Jacob Jackson di Newburg, era costituito dallo scudo americano “stars and stripes” davanti al quale un ramo di olivo s’intrecciava con i cinque cerchi e con un nastro che riportava il motto latino delle Olimpiadi moderne, dettato da padre Henri Didon: “Citius, altius, fortius”.

Il diploma venne disegnato da Harry MuirKurtzworth di Detroit, Art Curator del Los Angeles Museum, che nell’idearlo s’ispirò ai vasi dell’antica Grecia. Il diploma era bordato su tre lati dall’ulivo sacro a Zeus, con il quale s’intrecciavano le corone per i vincitori di Olimpia; la fascia inferiore mostrava una “greca” interrotta dai 5 cerchi e dagli stemmi degli USA, della California, della contea e della città di Los Angeles. Al centro del diploma appariva il prospetto interno del portico d’ingresso dello stadio, sopra e sotto il quale erano illustrate – a mo’ di fregio – scene di sport e di guerra nell’antichità. Ai lati spiccavano le figure della dea Atena e di Columbia, personificazione degli Stati Uniti.

A sinistra il logo di Los Angeles 1932 disegnato da Martin Jacob Jackson e a destra il diploma riservato ai vincitori disegnato da Harry MuirKurtzworth

A Hugo Ballin di New York, pittore di murales e scenografo (lavorò anche nel cinema), si deve l’enorme medaglione innalzato sopra l’arcata mediana del portico del Coliseum. Vi era dipinta l’immagine frontale di Columbia assisa in trono, decorata con i simboli olimpici.

La medaglia per i primi tre classificati era la stessa modellata da Giuseppe Cassioli nel 1928 (mm 55), cui venne cambiata solo la scritta sul recto. La medaglia in bronzo per i partecipanti (mm 69) fu opera di Julio Kilenyi, nato in Ungheria ma residente a New York, autore anche del poster ufficiale. Nel recto della medaglia era raffigurato un atleta e sulla bandiera da lui impugnata si leggeva XTH OLYMPIAD 1932. Nel verso due figure femminili sostenevano lo scudo degli USA con una mano; con l’altra mano la prima figura reggeva un ramo di ulivo, la seconda uno scudo più piccolo con i simboli dello stato della California e della città di Los Angeles. Con questa medaglia Kilenyi partecipò anche al Concorso d’Arte.

Da sinistra: i distintivi di identificazione di atleti, giudici, personale tecnico; Shield of the Athletes, medaglione in gesso di Tait MacKenzie, cm 152,vincitore del 3° premio nella sezione Medaglie al Concorso d’Arte; uno dei tanti pin di produzione privata legati ai Giochi

La mostra delle opere partecipanti al Concorso del 1932 (il primo risaliva al 1912) ebbe luogo dal 30 luglio al 31 agosto al Los Angeles Museum of History, Science and Art, situato nell’Olympic Park. La vittoria nella sezione Medaglie e Rilievi andò al polacco Josef Klukowski per l’opera Sport sculpture, il secondo premio allo statunitense Frederic William MacMonnies per Lindbergh’s Medal, il terzo al canadese Robert Tait MacKenzie, professore all’Università di Filadelfia, per Shield of the Athletes, un medaglione in gesso del diametro di 152 cm, al quale aveva lavorato per quattro anni.

Il 1° settembre 1932 furono grandi i festeggiamenti in patria per gli “eroi” di Los Angeles non appena sbarcarono a Napoli dalla motonave Saturnia. Il duce, che li aveva salutati e spronati alla partenza, nominandoli suoi “ambasciatori sportivi”, accolse i “Mussolini’s boys” nella Sala delle Battaglie a Palazzo Venezia, entusiasta per lo splendido risultato: il miglior regalo per celebrare il decennale della Marcia su Roma.

Per premiare gli atleti italiani reduci dal trionfo olimpico il sottosegretario agli Interni e presidente del CONI (nonché della FIGC), Leandro Arpinati, istituì un premio di elevato valore simbolico: la Medaglia d’Acciaio, “composta della materia che foggia la spada, l’ancora, l’aratro; salda e tenace come dev’essere il carattere del campione”. Nel recto della medaglia (mm 50), dello spessore di quasi mezzo centimetro, campeggiava l’immancabile profilo del duce e intorno, in una fascia circolare delimitata da bordini, caratteri romani a rilievo e dorati componevano la scritta BENITO MUSSOLINI | DUCE. Nel verso fu inciso al centro il nome di ciascun atleta, la gara cui aveva partecipato e la sua classifica; nella fascia circolare si leggeva: X OLIMPIADE | LOS ANGELES | 1932-X | C.O.N.I. Un’immagine della medaglia venne pubblicata il 3 ottobre sulla Gazzetta dello Sport.

A sinistra, il progetto dello stadio di Roma per il Mondiale di calcio 1934, dell’architetto Giulio Ulisse Arata; a destra Leandro Arpinati (1892-1945). Podestà di Bologna, nel 1927 vi fece costruire uno stadio (il Littoriale), il primo sorto in Italia per iniziativa pubblica

La medaglia fu consegnata ai 107 atleti reduci dall’Olimpiade, che sfilarono indossando la stessa divisa di Los Angeles durante una manifestazione che si tenne il 2 ottobre 1932 all’Arena di Milano, presente il principe di Piemonte (Umberto di Savoia), presidente onorario del CONI. Toccò a Luigi Beccali l’onore di ricevere dall’erede al trono la prima medaglia.

Arpinati aveva appena pronunciato un retorico discorso: “Camerati, io sono sicuro che voi avete intuito l’alto significato di questa cerimonia ed il valore incomparabile di queste medaglie. Valore simbolico, che richiama la vittoriosa potenza dei vostri muscoli, la saldezza della vostra volontà e della vostra fede. Graditele; le accompagnano l’ammirazione ed il plauso di tutti gli italiani”. Il CONI decise che da quel momento la Medaglia d’Acciaio sarebbe stata la massima onorificenza sportiva, da assegnare soltanto agli olimpionici. Il premio ebbe però vita breve.

E’ di estrema rarità coniata con parziale placcatura dorata, la Medaglia d’Acciaio conferita agli italiani atelti reduci da Los Angeles 1932 (mm 50)

In seguito alle pesanti accuse di “antifascista” mosse ad Arpinati da Achille Starace, segretario del partito, Mussolini finì per appoggiare quest’ultimo, che il 5 maggio 1933 assunse la carica di presidente del CONI al posto del dimissionario Arpinati. Starace, invidioso del suo carisma, si affrettò a far piazza pulita di tutti i progetti di Arpinati, tra cui quello del grande stadio romano per i Mondiali di calcio: di forma circolare, dominato da una Torre di Maratona alta 100 metri, aveva un diametro di 370 metri e una capienza di 150.000 spettatori. Non si parlò più, ovviamente, nemmeno della Medaglia d’Acciaio, fortemente voluta da Arpinati.

Starace cercò addirittura di cancellarne il ricordo, creando nuovi premi in oro, argento e bronzo. Il 4 ottobre 1933, un anno dopo la grande manifestazione all’Arena di Milano, annunciò infatti al Consiglio del CONI l’istituzione delle Medaglie al Valore atletico e delle Stelle al Merito sportivo, queste ultime destinate ai dirigenti.

Medaglie d’al Valore Atletico, mm 34, con nastrino. Le prime medaglie, nelle quali il duce aveva l’elmetto, furono assegnate il 29 ottobre 1934

Le norme per l’assegnazione dei riconoscimenti e le loro caratteristiche furono precisate con il Foglio d’Ordini del 20 dicembre seguente e, perseguitato da Starace con l’accusa di “atteggiamento palesemente contrario alle direttive e all’unità del regime”, Arpinati (potentissimo gerarca fino a pochi mesi primavenne fu arrestato e condannato al confino nell’isola di Lipari. Sic transit…