Le personificazioni dei corsi d’acqua dall’antichità a oggi, tante figure di fiumi che popolano monete, medaglie e stemmi araldici nobiliari e civici

 

di Maurizio C. A. Gorra | La vita dell’uomo si sviluppa come la vita di una civiltà: nell’infanzia entrambe tendono a riflettersi nel mondo del quale fanno parte, ed ai cui aspetti più importanti danno volto e nome.

In epoca antica, le civiltà personificarono soprattutto gli elementi basilari del creato, aria, fuoco, terra e acqua. E, in relazione a quest’ultima, la cultura occidentale ha prediletto dare sembianze umane alla componente più utile allo scorrere e al progredire della civiltà: il fiume.

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In alto Roma, Palazzo senatorio (Piazza del Campidoglio), sulla sinistra della facciata, la personificazione del Nilo; in basso Ravenna, Battistero degli Ariani: mosaico (V-VI sec.) raffigurante il Battesimo nel Giordano. Sulla sinistra, il fiume è raffigurato in forme umane

Divinizzati e utilizzati, temuti e sfruttati, dominanti e non dominati, i fiumi vennero personificati dall’arte classica in forma di uomini gravi, un po’ acquatici e un po’ silvestri, e distesi sul terreno: proprio come ogni corso d’acqua si adagia fra rive verdeggianti.

Coperti e coronati di frasche, con un remo o una canna palustre a mo’ di scettro, e poggiati su una brocca da cui sgorga copioso il vitale liquido: eccellente geroglifico della propria sorgente e del dono che, per loro tramite, si dispensa all’umanità. Queste entità pagane passarono all’arte cristiana per raffigurare i fiumi dei testi sacri: uno fra i primi esempi è il mosaico ravennate nel Battistero degli Ariani, su cui compare il Giordano.

Da allora una personificazione è stata data sia ai fiumi più conosciuti, sia ad altri meno famosi; per ognuno c’era un posto nell’arte. Qui da noi, in epoca classica il fiume-persona per antonomasia fu il Tevere: connesso con la fondazione di Roma, rivestì per la città il ruolo fondamentale che è simboleggiato nel mito di Romolo e Remo abbandonati sulla sua riva.

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Parigi, Museo del Louvre: statua di epoca adrianea con personificazione del Tevere (da Roma, area del Tempio di Iside)

Virgilio lo descriveva come un vecchio canuto, giacente su sponde verdeggianti e dotato di corna, dettaglio frequente nelle personificazioni fluviali d’area greca (ma forse dovuto a un’erronea interpretazione delle disordinate verzure che ne cingono il capo).

Questo Tevere umanizzato compare soprattutto nella scultura e su moneta, e l’opera d’arte forse più famosa che lo rappresenta è una colossale statua in marmo bianco d’epoca adrianea, ora al Louvre, ritrovata nel Rinascimento vicino a Santa Maria sopra Minerva nell’area dell’antico tempio di Iside, dove faceva coppia con una personificazione del Nilo oggi conservata in Vaticano.

Il fiume di Roma asseconda qui l’iconografia tradizionale: barbuto, vigoroso, coronato d’erbe acquatiche, ricoperto da un panno, dotato di una cornucopia e di un remo per alludere alla prosperità della natura e dei commerci che esso favorisce, accompagnato dalla lupa coi gemelli; è il prototipo delle repliche più o meno semplificate passate sui rovesci delle monete.

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Sesterzio dell’epoca di Antonino Pio (138-161 d.C.) con al rovescio la personificazione del Tevere

Di queste ultime, fra le tante che si possono citare, se ne hanno di Vespasiano (dove la personificazione di Roma, assisa sui sette colli, accompagna quella del fiume), Domiziano, Traiano (che fece raffigurare anche il Danubio, il grande corso d’acqua lungo cui si svolsero significativi episodi della Guerra dacica, e sul quale edificò un sontuoso ponte).

A ancora l’imperatore Adriano (che portò su moneta anche l’immagine umanizzata del Nilo assieme a elementi tipici dell’Egitto: sfinge, coccodrillo, ippopotamo e pigmei), Antonino Pio (il quale a volte abbinò al Tevere una prua e altri attributi navali per sottolineare la navigabilità del fiume, e lo coniò talora mentre stringe la mano al Nilo).

Nella mentalità antica era labile il confine tra personalizzazione e divinizzazione, concetti spesso reciprocamente intercambiabili: fra tutti i fiumi, il Nilo fu tra i primi a essere venerato in virtù dell’alto concetto che la mentalità egizia aveva del sacro, ma anche per l’incredibile fertilità della sua valle apportata dalle ricorrenti inondazioni.

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Medaglia coniata (mm 71) per il cardinale Francesco Maria de’ Medici, con personificazione di Firenze che indica all’Arno lo stemma mediceo

Secoli dopo, l’umanesimo avrebbe riscoperto la classicità, immettendola nei capolavori del rinascimento e nella successiva diffusione del neoclassico. Tra i frutti più cospicui di queste epoche, spicca la Fontana dei Fiumi a piazza Navona, che personifica i quattro fiumi maggiori dei continenti noti all’epoca: Danubio, Gange, Nilo, Rio della Plata; e la meno nota Fontana di Orione a Messina, d’epoca michelangiolesca, dove sono scolpiti Nilo, Tevere, Ebro e Camaro.

Ma non vanno certo dimenticati i tanti esempi di arte del conio, fra cui la medaglia senza data realizzata in bronzo da Carlo Citerni per il cardinale Francesco Maria de’ Medici (1660-1711), che al rovescio vede Firenze mostrare lo stemma mediceo al fiume Arno, circondati dalla legenda TOT MVNDORVM CAPAX.

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Medaglia fusa (mm 80) per Anna Maria Luisa de’ Medici, opera dell’incisore Antonio Selvi, con al rovescio le personificazioni dell’Arno e del Reno

Questa tematica era in voga nella famiglia, dato che il granduca Cosimo III (1670-1723) fece riprodurre un panorama di Firenze con il fiume che l’attraversa, e la sua personificazione in primo piano affiancata da uno stemma, accompagnati dalla scritta FLORET VT PHOENIX.

Più tardi l’usanza venne ripresa dalla mentalità figurativa napoleonica che tanto contribuì alla diffusione dei classici, e fin da quando l’Europa veniva ancora flagellata dalla guerra, e il Bonaparte era soltanto un geniale generale.

Medaglia del 1797 per la vittoria napoleonica sul Tagliamento: in esergo, sotto la personificazione del fiume, PASSAGE DU TAGLIAMENTO e PRISE DE TRIESTE

Lo dimostra la medaglia coniata dopo la vittoriosa battaglia del Tagliamento del 16 marzo 1797, dove il fiume friulano appare grave e vigoroso in nudità eroica, accompagnato solo dalla brocca che versa acqua, mentre con gesto plateale allontana dalla riva gli austriaci in rotta e favorisce l’avanzata rivoluzionaria.

La diffusione delle personificazioni fece sì che ne beneficiassero anche fiumi di importanza locale: per conferma torniamo in Toscana e chiediamo aiuto all’araldica civica moderna. Il primo stemma a dimostrarlo è quello della provincia di Arezzo, con i fiumi Arno e Tevere in quanto i loro tratti iniziali (e fino al 1923 anche le sorgenti) ricadono nel territorio provinciale.

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A sinistra lo stemma dell’ex Comune di Porta a Borgo (Pt): contiene la figura dell’Ombrone, mentre lo “scaccato di rosso e d’argento” è il tradizionale emblema di Pistoia; a destra, lo stemma del Comune di Vecchiano (Pi): paese è disteso lungo il Serchio, la cui personificazione occupa lo stemma civico

Il solo Arno è presente anche nello stemma di Stia, il comune dove nasce; mentre in quello di Porta a Borgo, comune suburbano di Pistoia assorbito nel 1877 dal capoluogo, troviamo l’Ombrone; e a Vecchiano, in provincia di Pisa, il Serchio.