Coniato nel 1346-1347, fu ideato per far concorrenza al grosso guelfo | Ma nell’iconografia del mezzanino si nascondono altri significati…

 

Stemma di Andrea Dandolo (1306-1354), 54° doge della Serenissima dal 1343 alla sua morte
Stemma di Andrea Dandolo (1306-1354), 54° doge della Serenissima dal 1343 alla sua morte

di Roberto Ganganelli | A Venezia, nel mezzanino d’argento battuto sotto il doge Andrea Dandolo nel 1346-1347, contrariamente al tipo già battuto dal doge Francesco Dandolo tra il 1331 e il 1332, si nota un particolare curioso: san Marco porge al doge un cero acceso.

Non si conosce il decreto di emissione di questo mezzanino ma, grazie a Marin Sanudo, sappiamo che venne data alla nuova moneta del valore di 16 piccoli la stessa finezza del grosso, ossia 965 millesimi, e un peso di 15,5 grani veneti (g 0,802) con un valore intrinseco pari a 3/8 di quello del grosso e in grado, quindi, di competere con il grosso guelfo battuto in quegli stessi anni a Firenze.

Il mezzanino si presentava di buona e regolare fattura, inciso e coniato con grande cura e con una perfezione di forma del tutto sconosciuta fino allora; le figurazioni sono originali, garbate e felicemente composte nel campo; anche dal punto di vista estetico e nonostante le piccole dimensioni la moneta non poteva riuscire meno gradita dell’altrettanto bello ed elegante grosso di Firenze.

Grosso guelfo di Firenze coniato nel 1376: di buon argento, di fine fattura, fu una delle monete medievali italiane più fortunatee  contrapposta, per secoli, a quella di Venezia
Grosso guelfo di Firenze coniato nel 1376: di buon argento, di fine fattura, fu una delle monete medievali italiane più fortunatee contrapposta, per secoli, a quella di Venezia

Inoltre a scongiurare il rischio, in quel tempo molto comune, della tosatura, venne posto un cerchio lungo il contorno mentre per la prima volta agli antichi punti o segni, che fungevano da marchio di zecca, si sostituirono le iniziali dei massari, consentendoci di risalire agli anni di battitura: nel campo tra san Marco e il doge appare, infatti, la lettera o un monogramma, iniziale del massaro dell’argento.

Al dritto san Marco nimbato, in piedi verso destra, porge un cero acceso al doge, vestito con un lungo manto ornato di pelliccia, con il capo coperto dal corno ducale, la “zoja” tempestata di perle e pietre preziose usata per le grandi solennità; intorno AN DADVL’ (o ANDADVL’) DVX (DVX è sopra il cero). Dietro il Santo si legge S M VENE.

Al rovescio la Resurrezione con una scena in movimento, in uno spazio tridimensionale: Gesù Cristo di fronte, ripreso dall’alto in prospettiva, il capo con un nimbo a croce, sorge dal sepolcro con il piede destro piantato sul suolo, il sinistro ancora nel sepolcro, la gamba destra fuori, nella mano sinistra una croce e nella destra il vessillo trionfale sventolante.

Un’immagine – quella del Risorto – che, secondo gli studiosi, venne ripresa probabilmente da un mosaico del XIII secolo esistente sulla facciata della Basilica marciana, oggi scomparso. Sul sepolcro si vedono 4 croci scolpite; intorno, XPS RES VRESIT (CHRISTVS RESVREXIT).

Nei precedenti mezzanini di Francesco Dandolo, invece, il doge appariva da solo con uno stendardo con la croce tra le mani, mentre al rovescio c’era il busto frontale, ancora bizantineggiante, di san Marco benedicente e con nella mano sinistra il Vangelo.

Il mezzanino di Francesco Dandolo con la sola figura del doge con stendardo sul dritto e con il mezzo busto, di stile ancora arcaico, di san Marco benedicente sul rovescio
Il mezzanino di Francesco Dandolo con la sola figura del doge con stendardo sul dritto e con il mezzo busto, di stile ancora arcaico, di san Marco benedicente sul rovescio

Era naturale che le impronte del nuovo mezzanino venissero cambiate per non confondere questa moneta con i vecchi mezzanini di Francesco Dandolo, dato che questi corrispondevano solo a metà del grosso. Ma che significato ha quel cero acceso?

Venezia in quell’anno non attraversava certo un periodo di pace; una rivolta appena sedata a Zara aveva posto in conflitto la Serenissima con l’Ungheria mentre i rapporti con Genoa preludevano chiaramente a un nuovo conflitto.

In realtà, quella scena del cero acceso offerto dal santo al doge è ricca di molteplici significati. Allude senza dubbio al cero bianco offerto, insieme ad un anello d’oro, nel 1177 al doge Ziani da papa Alessandro III in segno di gratitudine per la mediazione offerta da Venezia nella riconciliazione tra i due capi rivali della Cristianità latina, papa Alessandro III e il Barbarossa, come si legge nella Chronica di Andrea Dandolo. Un fatto che assurse a mito e simbolo della grandezza di Venezia e riempì di orgoglio i Veneziani.

Inoltre, il cero offerto dal santo, protettore della Repubblica, al doge è anche un simbolo dell’autorità riconosciuta al doge nella sua veste di protettore delle reliquie di san Marco e della Chiesa veneziana.

D’altra parte la fiamma, simbolo delle cose dello spirito, evoca la divinità del Cristo mentre la cera, che si consuma, richiama la sua umanità. Come si poteva sintetizzare meglio la doppia natura del Redentore raffigurato in gloria sulrovescio della moneta?