Collezionismo e commercio legale di monete, elementi di tutela dei beni numismatici: il Ministero deve comprenderlo per non correre rischi peggiori

 

di Roberto Ganganelli | Passato qualche tempo dagli Stati generali della numismatica che si sono svolti a Roma, alla Biblioteca del Senato il 17 febbraio, proseguono i contatti fra istituzioni e mondo del collezionismo per restituire a quest’ultimo quel riconoscimento pieno e coerente che merita nel nostro paese e che è essenziale per integrare la tutela dei beni numismatici operata dallo Stato.

A proposito di quest’ultimo, tuttavia, sorgono in chi scrive – e non soltanto – alcune riflessioni, certamente amare, probabilmente scomode, ma basate su dati di fatto.

Milioni di monete nei magazzini dei musei italiani, quale destino?

La prima riguarda il numero di monete di proprietà pubblica che non è stimabile, anzi non è affatto noto ma che, di certo, è nell’ordine dei milioni di esemplari. Di questi, solo una piccola parte è compiutamente schedata e pubblicata, una quantità risibile è esposta al pubblico mentre il resto è “custodito” nei depositi di musei e soprintendenze, non sempre nelle condizioni di sicurezza e ambientali adeguate a questo tipo di reperti, spesso delicatissimi per loro natura.

Di monete rinvenute in siti archeologici e sottratte alla stessa custodia del Ministero, che pure grazie ai suoi archeologi le aveva riportate alla luce, ne conosciamo più di un esempio: basti citare il tesoro di solidi bizantini di San Mamiliano, saccheggiato nel 2019, o quello dei 3039 denari romani repubblicani da Foligno dei quali solo poche decine – perché inviati a restaurare in laboratorio – si sono salvati dai “soliti ignoti”.

Collezionisti e commercianti numismatici, attori di tutela

La seconda riflessione riguarda l’atteggiamento del Ministero della Cultura – o meglio, di una “cordata” di suoi funzionari – i quali, spalleggiati da alcuni politici, vedono nel collezionismo e nel commercio di monete una sorta di associazione a delinquere volta alla spoliazione del patrimonio italiano.

Agli uni e agli altri ricordiamo che il possesso e il commercio di monete, esercitati nel rispetto delle leggi della Repubblica Italiana, sono un diritto che discende dalla stessa Costituzione, quella stessa carta fondamentale dalla quale discende il dovere dei funzionati di tutelare i beni culturali.

Pretese di vincolo sulle collezioni private, sequestri, censimenti a tappeto di quanto conservato dagli appassionati – e acquisito alla luce del sole e a termini di legge – non possono essere gli elementi base delle azioni di tutela, come non servono gli “osservatori” o i “tavoli ministeriali” se questi parlano con una voce unica, che peraltro non è quella del diritto, ma soltanto di alcuni archeologi dello Stato.

Amari ricordi di un giornalista numismatico

Ricordo ancora quando, direttore del mensile cartaceo Cronaca numismatica, qualche tempo dopo l’entrata in vigore del Codice Urbani riportai la vicenda di un appassionato di monete romane che, dopo aver subito il sequestro di circa duemila monete, se le vide restituire dopo anni e infiniti travasi di bile e spese legali perché – alleluia! – era stato accertato che non vi erano fra esse né esemplari di provenienza illecita né di pregio tale da ritenere giustificabili vincoli di “bene culturale”.

Ebbene, quel collezionista – sollevato per la sentenza di totale proscioglimento, ma anche profondamente amareggiato – mi disse che avrebbe messo all’asta all’estero (cosa che poi fece) la sua raccolta; raccolta che, invece, sognava di continuare ad arricchire e di donare, un giorno, alla sua città. Mi chiesi allora, come mi domando ora: lo Stato ha compreso in quanti e quali modi si può o meno fare tutela?

Cancellare la numismatica, un errore da non fare

Da queste considerazioni ne scaturisce una ancor più preoccupante: se il Ministero della Cultura non deciderà – come noi tutti auspichiamo – di rendere organico e funzionale il dialogo con i collezionisti numismatici, le associazioni e gli operatori commerciali professionali, allora corre un rischio ben peggiore, quello di diventare suo malgrado complice dei tombaroli e dei mercanti illegali.

In che modo? Semplice, perché messi alla gogna negozi di numismatica, case d’asta e collezionisti – considerati moralmente, se non penalmente, come un coacervo di “ricettatori”, “rei” e “mandanti” di uno schema malavitoso – allora saranno i cercatori clandestini, i furbetti del metal detector e i privati senza scrupoli ad avere campo libero e a diventare i padroni del patrimonio numismatico. Con il Ministero come complice.