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Come funzionava il servizio postale nello Stato Pontificio? E quanto rendeva al papa e agli appaltatori la gestione di lettere, pacchi e corrieri?

 

di Roberto Ganganelli | Jean Léon Marie Delumeau (Nantes, 18 giugno 1923 – Brest, 13 gennaio 2020) è stato uno dei maggiori storici e saggisti francese, professore di Storia moderna presso l’Università di Rennes (dal 1955 al 1970), quindi alla Sorbona (dal 1970 al 1975) e in seguito al Collège de France. Membro dell’École française di Roma, nel 1985 ricevette la Medaglia d’Oro della Città di Roma, per i suoi studi sulla vita socio-religiosa dello Stato Pontificio e della capitale.

Tra questi vi è il saggio Vita economica e sociale di Roma nel Cinquecento, pubblicato in Italia da G. C. Sansoni Editore di Firenze nel 1979 che, nello stile proprio dell’autore, ci conduce nella brulicante capitale della Cristianità come in un romanzo, ma senza mai derogare alla fedeltà dei dati storici e a una loro rigorosa interpretazione.

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A sinistra, lo storico francese Jean Delumeau; a destra un’edizione francese del suo saggio dedicato alla vita economica e sociale di Roma nel XVI secolo

Con occhio attento agli aspetti economici, inoltre, Delumeau si avvale spesso di citazioni documentarie che riguardano monete, prezzi all’ingrosso e al dettaglio di merci nonchè tariffe di servizi e in questo approfondimento scopriremo una serie di informazioni interessanti legate al servizio postale di corrieri ordinari e straordinari che collegavano Roma al resto d’Italia e d’Europa.

Nel XVI secolo l’Urbe è infatti il centro postale più attivo della penisola e, aggiunge l’autore “forse d’Europa”. I papi, per la loro funzione di suprema guida spirituale della Cristianità, ci tengono infatti a essere informati su quanto accade sia negli Stati Pontifici che al di fuori di essi. Ancona e Bologna hanno collegamenti regolari con la capitale che, attraverso Napoli, Genova, Milano e Venezia si connette con Francia e Spagna, con il Nord Europa, con il Levante.

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Corriere a piedi e corriere a cavallo: due modi per far viaggiare, non senza costi o rischi, lettere e dispacci lungo le principali direttrici stradali

Tempi di percorrenza dei corrieri (e delle informazioni che viaggiano con essi)? Alcuni esempi: da Roma a Parigi 20 giorni, 25/30 per Londra via Lione e Parigi, 12/15 per Vienna via Trento. Certo, i corrieri “straordinari” con dispacci importanti e dietro lauto pagamento possono far segnare autentici record, come le poco più di 40 ore delle staffette speciali che i banchieri Fugger usano per collegarsi con Venezia (tempo medio di percorrenza, circa quattro giorni). Del resto, quelle sul denaro sono informazioni strategiche…

E, anche allora, le informazioni provocano perfino degli effetti negativi, addirittura catastrofici, come quando un corriere giunto a Roma il 9 ottobre 1594 reca la notizia che alla fiera di Piacenza sono state rifiutate tratte del Banco Altoviti di Firenze per 60.000 scudi. È il fallimento della storica casa fiorentina.

Ma quali sono i costi dei corrieri nella Roma del XVI secolo? “Per gli ‘straordinari’ non si può parlare di tariffa – scrive Delumeau -. Ogni viaggio ha particolari esigenze. Per Roma-Venezia, nel 1512, costa 25 ducati d’oro larghi, cioè l’equivalente di 922,45 grammi d’argento. Fino; […] per la Polonia, verso il 1556-66, l’equivalente di 10.109 grammi di argento fino (pare per andata e ritorno)”.

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Servono 25 ducati d’oro, come questo coniato a Bologna da Giulio II, per far viaggiare un corriere straordinario da Roma a Venezia nel 1512: una tariffa che solo banchieri e grandi mercanti possono affrontare

I cavalli, del resto, costano: nel 1590, per ogni “posta” ossia tratto fra una stazione e l’altra, si pagano 5 giuli (g 14,70 di argento fino) e le “poste” sono distanti tra loro, mediamente, appena 12-15 chilometri. “Ecco perché – commenta lo storico francese – tanta gente viaggiava a piedi lungo le strade del XVI secolo: 5 giulii, nel 1590, sono il salario di tre o quattro giorni di un operaio”.

E per quanto riguarda le tariffe postali? Il costo per il porto di lettere e pacchi via corriere regolare è abbastanza abbordabile: da Bologna a Roma, nel 1590, una lettera sotto i 28 grammi di peso paga un baiocco (g 0,30 di argento fino) mentre il “sovrappeso” rispetto alla tariffa base si paga 4 baiocchi ogni 28 grammi (ossia per ogni oncia). Un pacco si paga 8 baiocchi per libbra romana di peso (g 339). Più elevate, come ovvio, le tariffe internazionali: per spedire una lettera di meno di un’oncia di peso da Roma a Madrid servono 25 baiocchi (g 7,35 di argento fino), pari al prezzo di 10-12 chili di pane.

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Cinque giuli d’argento, come questo di papa Gregorio XIII, sono la tariffa di noleggio di un cavallo tra una “posta” e l’altra: un costo fisso che ogni corriere deve per forza sostenere

Più di una volta ci troviamo di fronte ai tentativi dei papi di accaparrarsi il monopolio postale, fonte di cospicui introiti: nel 1579 ai maestri di posta di Spagna e Francia da Roma viene ordinato di non inviare più corrieri e staffette straordinarie tranne che per comunicazioni dei rispettivi sovrani. Poco dopo, Gregorio XIII abolisce i maestri di zecca di Genova e Venezia e Sisto V tenta di creare un monopolio postale a Roma, ma si scontra con le superpotenze spagnola e francese.

L’amministratore delle poste papali è chiamato “corriere maggiore” ed è di fatto un imprenditore che, dietro un canone annuo versato alla Camera apostolica, gestisce la rete. Con l’intensificarsi delle relazioni postali, dunque, il posto diventa sempre più ambito e, ci ricorda Jean Delumeau, “Fra il 1575 e il 1580, il canone accettato da Vincenzo Butio è di 5000 scudi-moneta all’anno. Nel 1585, il savoiardo Vincenzo Scaramuccia rileva la carica per 8000 scudi”.

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Basta un baiocco, come questo coniato a Fano da Sisto V con la Santa Casa di Loreto al rovescio, per far viaggiare una lettera di meno di un’oncia di peso negli Stati della Chiesa

Nel 1587, tuttavia, il papa “alza la posta” e chiede allo Scaramuccia 10.500 scudi all’anno che questi accetta senza battere ciglio. Come del resto il suo successore, tal Castracane di Fano, che accetta promettendo di versare ben 14.000 scudi “aurei d’oro” oltre a una sorta di tariffa di inizio appalto di 4000 scudi ulteriori.

Scaramuccia ritorna alla carica nel 1590 – a riprova di quanto la gestione delle poste pontificie fosse redditizia – offrendo 2000 scudi in più all’anno, ma alla fine Castracane di Fano mantiene il suo incarico con un canone annuo aumentato a 15.000 scudi. E in questa lotta fra appaltatori, scrive Delumeau, “si riconosce la mano brutale di Sisto V”.

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Decisionista, riformatore e per certi aspetti spreguidicato, Sisto V innalza di migliaia di scudi l’appalto annuale delle poste nello Stato Pontificio, un lucroso business per tutti

Giunti all’anno 1600, terminato quel XVI secolo cui lo storico francese, dedica il suo saggio, sappiamo il maestro di posta Aurelio Ridolfi arriva a pagare alla Camera apostolica un canone annuo di ben 18.000 scudi.

Le tariffe postali di cui abbiamo dato alcuni esempi, tuttavia, in quel decennio sono rimaste invariate e se un appaltatore può sopportare un tale esborso significa che – complice anche l’annessione del Ducato di Ferrara – gli ultimi anni del Cinquecento hanno portato a un’autentica esplosione nel volume delle comunicazioni scritte e dei movimenti di merci nello Stato Pontificio.