Dalla BABELE preunitaria alle prime LEGGI MONETARIE del Regno d’Italia

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La lira carolingia, le lire di conto e quelle reali, la lira italiana | Una carrellata alla scoperta dei decreti sulla monetazione | La divisa del Regno e quelle preunitarie

 

a cura della redazione | L’introduzione dell’euro si pensava che potesse creare problemi alla gente, ma la nuova moneta ha preso piede senza creare difficoltà sostituendo la lira, la peseta, il franco, il marco, lo scellino e le altre divise.

Se pensiamo a simili cambiamenti di valuta dei tempi passati possiamo immaginare quali difficoltà possano aver comportato, sia nei tempi antichi che più recenti, simili “rivoluzioni”.

Dopo la caduta dell’Impero romano, ad esempio, quando già la circolazione monetaria aveva avuto un percorso difficile con l’emissione di monete provenienti da varie zecche romane, sempre più piccole e di scarso valore intrinseco, altre venivano utilizzate in vari e molteplici modi  come, ad esempio, la spezzatura delle monete di bronzo come il sesterzio e l’asse per ricavarne “spiccioli”.

La nascita della lira con Carlo Magno

Passato il periodo bizantino e quello barbarico, per mettere ordine nella circolazione delle monete in Italia Carlo Magno verso la fine dell’VIII secolo (779 o 781-794) ideò e mise in corso un nuovo sistema monetario duodecimale monometallico, basato sulla lira o libra d’argento come unità di conto valevole circa 409 grammi di argento (moneta tagliata a 20 soldi o 240 denari, pesanti circa g 1,7 di argento, all’inizio solo quest’ultimo nominale circolante).

Per alcuni secoli dopo la caduta dell’Impero romano, circolarono anche i solidi bizantini, nominali d’oro con i relativi sottomultipli, semisse e soprattutto tremisse, utilizzati fino alla fine dell’Impero d’Oriente.

Consegnando perciò una libra o lira d’argento, le zecche dovevano restituire 240 denari. Da qui nacque la storia monetaria della lira che sarebbe durata fino all’inizio del III millennio interessando, come unità di misura monetaria, quasi tutto l’occidente cristiano: dalla Manica alla corte di Aquisgrana, a parte dell’Italia fino a Roma dove erano in uso due sistemi, l’oro bizantino (solido o soldo) assieme all’argento (la lira) carolingio, senza contare l’area monetaria araba.

Inflazione, svalutazione, passaggio al sistema decimale

La lira rappresenterà i valori di 20 soldi o 240 denari fino a verso la fine della Rivoluzione francese, quando venne abbandonato il sistema duodecimale per introdurre il nuovo sistema decimale utilizzato poi in quasi tutta Europa, salvo che in Gran Bretagna che resterà legata al sistema antico fino agli anni Settanta del XX secolo.

Se durante il primo secolo della monetazione carolingia non vi furono innovazioni rilevanti, nel X secolo si notano già i primi cambiamenti del valore della lira; il denaro mantenne grosso modo il suo valore nel peso, ma subì una riduzione nel titolo d’argento. In seguito, sia il titolo che il peso diminuirono inesorabilmente a causa della svalutazione.

Questo slittamento del peso e del titolo non coinvolse la lira di conto che rimase al valore di 240 denari, mentre il peso dell’argento corrispondente diminuiva notevolmente e la lira valeva circa 330 gr al titolo di 830. Col passare dei secoli il valore della lira diminuì continuamente più o meno per motivi diversi tra cui la svalutazione. Ma quello che creava confusioni e difficoltà doveva essere la differenza di valore della lira tra le varie zecche dell’Italia.

I valori della lira di due città come Verona e Pavia, tra il XII e XIII secolo, sono i seguenti: la prima passa da 72 a 27 grammi di argento; la seconda passa da 240 a 96 grammi. Le aree della lira imperiale di Milano, della lira veneta, astigiana, genovese e fiorentina, sono libere tutte di comportarsi in modo autonomo.

Le prime “vere” lire nascono nel Rinascimento

Con un salto di alcuni secoli possiamo mostrare la svalutazione subita confrontando il valore della lira di Venezia e Milano.

Con il doge Niccolò Tron (1471-1474) nasce a Venezia la prima lira d’argento effettiva, che pesa 6,5 grammi d’argento con un intrinseco del 948 per mille, molto distante dalla lira di Carlo Magno che, di grammi di metallo prezioso, ne valeva ben 409.

A Milano, nello stesso periodo durante il ducato di Galeazzo Maria Sforza, nel 1474 venne coniata una moneta dal fino di 962 e del peso di g 9,8 di argento, la lira di Milano chiamata poi testone. In queste condizioni era difficile – per i numerosi governi dell’Italia – poter confrontare il valore delle rispettive monete, e questo avveniva in molti altri casi.

Problemi assai simili a quelli creati dalla nuova monetazione carolingia di verificarono anche nella monetazione italiana dopo il Risorgimento e la nascita del Regno d’Italia, in quanto a quel momento funzionavano numerosissime zecche dei Governi dell’Italia intera, con nominali molto diversi tra loro, con metalli a titoli diversi che creavano, soprattutto alle persone analfabete e meno colte, disagi.

Una sfida per il Regno d’Italia, l’unificazione della moneta

In questa fase il governo di Vittorio Emanuele II emanò numerosi decreti e leggi con tabelle di ragguaglio che davano il valore delle vecchie monete nei confronti della lira italiana. Ne segnaliamo alcuni tra i più importanti.

Regio decreto n. 123 del 17 luglio 1861, “circa il corso legale della lira italiana de’ suoi multipli e summultipli, e circa il corso ed il ragguaglio delle monete battute dai cessati Governi delle varie Provincie d’Italia:

Articolo 1 – La Lira italiana e i suoi multipli e summultipli hanno corso legale in tutte le Provincie del Regno d’Italia. Le monete decimali d’oro sono ammesse al corso legale, secondo i varii atti legislativi citati

Articolo 2 – Le monete battute dai cessati Governi continueranno temporaneamente ad avere corso legale nelle rispettive Provincie. Il corso delle suddette monete ed il loro ragguaglio alla lira italiana è regolato e stabilito coll’annessa tariffa, ecc…”

Dello stesso decreto seguono poi altri due articoli e la tariffa di ragguaglio in valuta decimale italiana delle varie monete in corso. Le monete riguardavano quasi tutto il territorio italiano, da nord al Meridione.

Province di Sicilia e di Napoli con, ad esempio: piastra o pezzo da 12 carlini napoletani o 12 tarì siciliani, valore di 5 lire, 10 cent.

Province della Romagna, dell’Umbria e delle Marche con monete in oro e argento, ad esempio: scudo a titolo 900/.. pesante g 26,898 di argento, valore di 5 lire, 32 cent.

Province di Toscana con monete di argento (un esempio): il francescone o pezzo da paoli 10, dal titolo di 916/.. pesante g 26,972, valore di 5 lire e 60 cent.

Province di Modena, monete d’argento e di eroso-misto (due esempi): lo scudo di Francesco III in argento, a titolo di 861/.. pesante g 28,968, valore di lire 5, 54 cent.; lira di Modena del valore di lire 1, 30 centesimi.

Province di Parma con monete in oro, argento ed eroso-misto, (un esempio): il ducato in argento al titolo di 902/.. pesante g 25,704, valore di 5 lire, 15 cent.; altro esempio di eroso-misto, il pezzo da 20 soldi di Parma, valore di lire 1,20 cent.

Province di Lombardia con monete in argento ed eroso–misto, ad esempio: il fiorino di nuova valuta austriaca, a titolo 900/.. e pesante g 12,345, valore lire 2,46 cent.; altro esempio di eroso-misto, i 10 centesimi di fiorino, valore 24 cent.; la lira austriaca o svanzica di nuovo conio, valore 86 cent.

Province Sarde con monete in oro, argento ed eroso-misto, esempio: il quadruplo di Genova dal titolo di 909,5/.. pesante g 25,214, valore di 79 lire, 45 cent.; altro esempio, lo scudo vecchio di Piemonte in argento al titolo di 904/.. pesante g 35,164, valore 7 lire,10 cent.

Questo fondamentale decreto, dunque, praticamente “percorre” tutta l’Italia, e riguarda tutti gli Stati che fino a quel momento avevano avuto una propria moneta.

Le leggi monetarie del Regno nella seconda metà dell’800

Dell’8 dicembre 1861, il Regio Decreto n. 368 che approva il tipo da utilizzare per l’impronta delle monete d’oro e d’argento, e ne ordina il deposito alla Direzione generale degli Archivi del Regno. Decreto che oltre ai tipi delle monete sia d’oro che d’argento, ci indica anche le dimensioni delle stesse.

Del 12 dicembre 1861, il Regio Decreto, n. 370, che determina le ritenenze da farsi dalle zecche dello Stato per la fabbricazione delle monete e per l’affinazione e partizione dei metalli; segue la tariffa delle ritenenze in vigore dal 1 gennaio 1862.

Legge n. 506 del 23 marzo 1862 che ammette al corso legale in tutto il Regno la moneta decimale in oro.

Legge n. 570 del 21 aprile 1862, con la quale si stabilisce il corso degli spezzati di svanzica, ossia della lira austriaca.

Questa legge ed altre simili ordinano che le monete austriache (pezzi di metà e un quarto di svanzica, vecchie e nuove), nelle Provincie Lombarde non potranno essere usate nei pagamenti che in una proporzione massima del 2% fino al 10 gennaio 1863.

Dall’11 gennaio 1863 in avanti, le stesse monete e quelle circolate nell’ex Ducato di Modena non potranno entrare che nei pagamenti inferiori a lire cinque italiane; il terzo articolo dà i valori italiani al pezzo di metà e di un quarto di lira austriaca o svanzica di vecchio conio, che saranno rispettivamente di 40 e 20 centesimi. Un altro sistema per favorire l’uso e, soprattutto, l’estinzione della vecchia moneta austriaca che aveva circolato anche nell’ex Ducato di Modena.

Legge del 6 agosto 1862 che autorizza la fabbricazione e l’emissione di monete di bronzo da 10 e 5 centesimi, pesanti rispettivamente 10 e 5 grammi, ecc… Qui illustrato un esemplare da 10 centesimi “satirico” in cui, sul capo del re, è stata bulinata in tutti i dettagli niente meno che una tiara da papa.

Legge n. 788 del 24 agosto 1862, sull’unificazione del sistema monetario: troviamo così le caratteristiche tecniche (pezzo, peso e tolleranza) di tutte le monete emesse, a cominciare dalle 100, 50, 20, 10 e 5 lire d’oro, dalle 5, 2 , 1 lira e i 50 e 20 centesimi in argento fino ai pezzi da centesimi 10, 5, 2, 1 di bronzo.

Seguono altri articoli che parlano del titolo dei metalli utilizzati, delle impronte delle monete e del diametro, delle tolleranze, dell’utilizzo della moneta di bronzo solo come compimento delle frazioni di lira.

Altri articoli dettagliano la possibilità di mettere in corso monete straniere o parlano delle monete tosate, bucate o deteriorate fino al punto di rifonderle perché impossibili da usare essendo illeggibili e fuori peso legale.

Evidentemente, il programma di ritiro delle monete di rame e il cambio con le nuove monete di bronzo dovette essere prolungato, infatti il Regio Decreto n. 834 del 21 settembre 1862 parla di proroga del ritiro delle monete fino al 31 ottobre 1862. Ma ancora qualche cosa non dovette funzionare nel migliore dei modi dato che il Regio Decreto n. 986 del 16 novembre 1862 stabiliva che la data da apporsi alle monete divisionarie d’argento – da emettersi in esecuzione della Legge 24 agosto 1862 sopra descritta – che dovevano essere datate 1862, avrebbero portato invece la data 1863.

Il Regio Decreto n. 1176 del 12 marzo 1863, stabilisce l’epoca di cessazione dal corso legale nelle Provincie Parmensi, dei talleri, dei mezzi talleri e dei pezzi da 20 carantani, ad iniziare dal 16 aprile 1863.

Un altro strumento legislativo simile, il Regio Decreto N. 1553 del 29 novembre 1863, ordina la cessazione del corso legale ed il ritiro delle monete di rame di conio toscano.

Il Regio Decreto n. 1621 del 27 dicembre 1863 stabilisce un termine per il ritiramento e cambio delle monete di rame di conio sardo, dal 29 febbraio 1864 e surrogate con monete di bronzo da uno, due, cinque e dieci centesimi, inoltre dà il ragguaglio alle monete sopra scritte, secondo le vecchie tariffe del 1826 e 1842.

Interessante il Regio decreto n. 1168 del 11 marzo 1963 stabilisce invece per cinque anni il cambio fra lira sterlina e lira italiana, fissato a 25,30 lire italiane per ogni lira sterlina.

Il Regio Decreto n. 1392 del 2 agosto 1863, stabilisce, infine, le caratteristiche delle impronte da coniare sulle monete divisionarie d’argento che “porteranno sul rovescio, in luogo dell’attuale impronta, nel mezzo l’indicazione del rispettivo valore fra due rami d’alloro, e in alto la legenda REGNO D’ITALIA” con tutti i rispettivi diametri dei tondelli. Spariscono i tipi Valore.

Come si vede, perciò, anche il cambio della monetazione di Vittorio Emanuele II non fu né rapido né facile e dovette essere spesso dilazionato e sottostare a diversi decreti e leggi che prolungarono, di volta in volta, la data finale del cambio monetario nella nuova Italia unita fino, addirittura, all’inizio del Novecento.