Della massima rarità, riappare sul mercato una moneta di Mirandola di Gianfrancesco Pico che riporta sigle e legende criptiche e controverse

 

di Roberto Ganganelli | Torna all’asta da Cambi&Crippa in novembre (leggi qui la presentazione della vendita) una delle massime rarità del Rinascimento italiano. E non si tratta di un prestigioso nominale con ritratto, né di una moneta in oro bensì di un esemplare che, almeno all’apparenza, non colpisce certo per il suo aspetto.

Parliamo del mezzo testone in argento di Gianfrancesco II Pico (1499-1533) coniato dalla zecca di Mirandola e che è classificato dal CNI al numero 38 del repertorio di questa officina monetaria (erroneamente, come testone) e dal MIR zecche emiliane al numero 479 (lotto 241 dell’asta Cambi&Crippa).

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Gianfrancesco Pico in un ritratto del XVII secolo, sullo sfondo il castello di Mirandola

Della massima rarità, la moneta pesa g 3,74 e ha un diametro di mm 26,94; l’esemplare presenta una lieve mancanza di metallo sul bordo e la conservazione è appena B/Mb per una stima che, in ogni caso, è indicata dagli estensori del catalogo pari a 3000/3500 euro.

Al dritto, il mezzo testone presenta un’aquila bicipite all’inizio della legenda MI RANDV L AE DOMINVS C C in sei righe entro perlinato. Al rovescio è raffigurato un libro leggermente aperto, con scritto in copertina OM NIN O, fa intravedere sulla prima pagina in basso le lettere B KA. Ai lati le lettere C I e A.

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Il dritto del rarissimo mezzo testone con l’indicazione del feudo di Mirandola

Moneta criptica, per non dire misteriosa, dunque, innanzi tutto per quel OMNINO che compare sul rovescio e che si presta a varie interpretazioni. Letteralmente “del tutto” o “totalmente”, OMNINO sarebbe da intendere un riferimento alla vasta e poliedrica opera letteraria e di erudizione prodotta dal celebre filosofo Giovanni Pico della Mirandola, simboleggiata nel libro, alla universalità dei suoi interessi e alla sua brama di sapere, come starebbe ad indicare la stessa impronta su altre monete

Wilmo Cappi ipotizza invece che la coniazione delle monete con OMNINO abbia avuto un intento celebrativo, per ricordare l’edizione delle prime due opere di Gianfrancesco, a sua volta erudito, stampate a Mirandola nel 1519 e 1520: De veris calamitatum causis nostrorum temporum e Examen vanitatis doctrinae gentium.

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Il rovescio misterioso della moneta di Gianfrancesco II Pico con il libro e OMNINO

Ma OMNINO può essere inteso come l’insieme di varie lettere e monogrammi, per esempio: OB MEMORIAM NOMINIS IOHANNIS NEPOS OBTUNDIT, “Il nipote ha battuto alla memoria del nome di Giovanni” (Gianfrancesco II Pico era nipote di Giovanni). E ancora, OMNINO come inizio di una famosa frase di Cicerone (Dei doveri, 1, 66): “Omnino animus fortis et magnus duabus rebus maxime cernitur” (L’animo forte e grande si riconosce soprattutto da due cose”).

Ancora più oscure risultano le lettere ai lati del libro e quelle della pagina interna. Una interpretazione plausibile delle lettere B K A è stata offerta da Lorenzo Bellesia: leggendole dal basso verso l’alto (KAB) si ottengono le prime tre lettere della parola ebraica kabbalah, che indica “il sapere tramandato”: i misteri divini sarebbero stati rivelati da un gruppo di angeli agli uomini; la Cabala quindi sarebbe la chiave per penetrare i misteri divini e leggere l’Antico Testamento (il libro rappresentato, dunque, sarebbe la Bibbia).

Le lettere CIA, sempre secondo Bellesia, potrebbero essere state collocate per indicare CONCEPIT IOANNES AVVS, a indicare l’avo di Gianfrancesco, Giovanni Pico, e la sua interpretazione cabalistica della Bibbia.

Un raro bagattino in rame di Gianfrancesco II Pico con al rovescio OMNINO

A questi misteri il mezzo testone in asta Cambi&Crippa aggiunge un ulteriore elemento di fascinazione, essendo proveniente dall’asta Santamaria che venne battuta a Roma il 28 gennaio del lontano 1954; faceva parte della collezione del conte Alessandro Magnaguti (Parte VI, Monete delle Signorie Italiane, lotto n. 268) e già allora la sua eccezionale rarità era sottolineata con la citazione di soli due altri esemplari conosciuti: uno conservato al Museo di Brescia e uno al Museo di Vienna.

Il “re numismatico”, invece, non ebbe mai in collezione il mezzo testone “dei misteri” di Gianfrancesco II Pico e per illustrare questo mezzo testone, nel 1926, nel suo IX volume del Corpus Nummorum Italicorum. Emilia (1a parte) si dovette accontentare di un disegno tratto da un articolo sulle monete mirandolesi firmato da Giorgio Ciani nella Rivista Italiana di Numismatica del 1895.