di Roberto Ganganelli | Era il gennaio del 1956 quando per la prima volta, in un’asta della ditta Ratto, veniva posto in vendita, al lotto n. 608, un progetto per moneta da 5 lire datato 1940-XVIII, coniato in nichel (ma dichiarato in catalogo come “acmonital”), dal diametro di mm 33,2 e dal peso di g 12,7. Al dritto, nel campo, il busto a sinistra di re Vittorio Emanuele III in uniforme ed elmato, con iscrizione nel giro VITT . EM . III | RE . E . IMP; in basso il nome dell’autore, G. ROMAGNOLI. Al rovescio, nel campo, lo stemma sabaudo coronato affiancato da un grande fascio littorio; in giro, in secondo piano,  I T A | L I A, ai lati il valore L. | 5, la data 1940 | XVIII e in basso il segno di zecca R. Contorno liscio. L’esemplare passò di mano, all’epoca, per 90 mila lire, pari a circa 1.400 euro di oggi.

Il progetto da 5 lire passato in astsa Bolaffi nel 2017 e proveniente dalla vendita Ratto del 1956

In seguito, con le stesse impronte sarebbero stati censiti anche esemplari in alluminio (diametro solito, g 4,0 di peso) ed effettivamente in acmonital (diametro solito, peso sconosciuto) come pure delle lamine unifaci quadrangolari in argento e in piombo, tutte censite – assieme all’esemplare dell’asta Ratto – da Domenico Luppino alle pagine 365-367 della sua opera Prove progetti e rarità numismatiche della monetazione italiana. I. Casa Savoia. 1713-1946 (Eupremio Montenegro Editore, Torino 2012). Lo stesso autore, a pagina 346, riporta come presso il Magazzino Materiale creatore della Zecca di Roma, la Guardia di Finanza nel 2001 abbia individuato i due punzoni riproduttori predisposti, con i medesimi soggetti, per un pezzo da 10 lire del quale non si conoscono esemplari. Allo stesso modo, non è nota la dimensione che tale moneta avrebbe dovuto avere, né il tipo di ghiera.

Cartolina fotografica di Vittorio Emanuele III in uniforme ed elmetto con le insegne di primo maresciallo dell’Impero

Le informazioni qui sintetizzate, tuttavia, ci pongono di fronte ad un fatto evidente: alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia, o subito dopo, tesaurizzate dalla popolazione le 5 lire in argento dei tipi Aquilotto e Maternità, al pari delle 10 lire in argento Biga e Italia su prora, la Regia Zecca si pose il problema di introdurre due tagli metallici che completassero la serie Impero ridotta ormai ai due nominali da 5 e 10 centesimi in bronzital e ai 20, 50 centesimi, 1 e 2 lire in acmonital.

Per il dritto si scelse un busto volto a sinistra del re, in uniforme e con in capo l’elmetto M33 d’ordinanza; lo stesso busto, anche nei dettagli, che Giuseppe Romagnoli aveva modellato per la monetazione dell’Albania Italiana e, nello specifico, per i 2 lek e per la moneta da 0,50 lek (per il pezzo da 1 lek e per quello da 0,20 il busto è a destra e sagomato diversamente nel taglio in basso). Inedita invece, ma esteticamente non così felice, o all’altezza del miglior Romagnoli, la composizione di quel grande fascio littorio con lo stemma sabaudo al rovescio.

Quale metallo impiegare, tuttavia? Fuori questione l’argento, ma anche il nichel e l’alluminio, vista la loro importanza nell’industria bellica. Restava l’acmonital, quel tipo di acciaio inox composto o da ferro all’82% e da cromo al 18% (c.d. acmonital ferromagnetico) oppure dal 72% di ferro, dal 18% di cromo e dal 10% di nichel (c.d. acmonital non ferromagnetico).

Monete da 2 e 1 lek in acmonital per l’Albania, anno 1939-XVIII, opera di Giuseppe Romagnoli

La produzione di serie, tuttavia, non venne mai avviata e gli italiani si trovarono per le mani, dal 1940, il biglietto di Stato da 5 lire tipo Impero che andò ad affiancare quello da 10 lire stampato già dal 1935 e gli altri da 1 e 2 lire emessi a partire dal 1939.

Per motivare la mancata coniazione delle 5 e 10 lire Fascio, alcuni autori parlano dell’impossibilità di imprimere su un tondello ampio, di lega ad elevata durezza come l’acmonital o il nichel, tutti i dettagli dell’impronta; altri riportano, su testimonianza di ex operai della Regia Zecca ma senza documentazione di sorta, che i coni si sarebbero deformati dopo pochi colpi, mostrando come una produzione su larga scala sarebbe stata per lo meno difficoltosa.

Coppia di lamine in argento con le impronte del 5 lire Fascio 1940-XVIII

In effetti, un’analisi comparata dei rilievi dell’esemplare in nichel ex asta Ratto, passato in vendita Bolaffi nel 2017 (asta 30, lotto 1944) e di due coppie di lamine, una in  argento e l’altra in piombo (ex asta Nomisma 48 del 2013, lotti 1639-1640), ci rivela alcuni dettagli interessanti che avvalorano una spiegazione del genere.

Dall’esemplare in nichel, al dritto, mancano particolari importanti: il fregio da primo maresciallo dell’Impero sull’elmetto del sovrano; lo stesso fregio a forma di aquila sabauda coronata ad ali spiegate, su fascio; la stelletta sul bavero dell’uniforme (importantissima, non dimentichiamolo, nella mostreggiatura militare italiana in quanto simbolo primario di appartenenza alle Forze armate del nostro paese); i dettagli del collare dell’Annunziata, del tutto evanescenti. Particolari che, invece, soprattutto nella lamina in piombo appaiono più distinguibili. Al rovescio, invece, a far le spese di un’insufficiente pressione di conio sono la parte più rilevata del fascio e quella della corona sabauda.

Dalle lamine in piombo appaiono più evidenti alcuni dettagli del modellato

Per concludere, qualche personale riflessione su quello che sarebbe stato il senso propagandistico delle due monete da 5 e 10 lire di questo tipo, se immesse in circolazione più o meno in concomitanza con il debutto dell’Italia mussoliniana nella Seconda guerra mondiale.

Gli italiani avrebbero percepito innanzi tutto, dopo un quarto di secolo dallo scoppio della Grande guerra, il ritorno di un’immagine ancora viva nella memoria collettiva, quella del “re soldato”. Un Vittorio Emanuele, tuttavia, ben diverso sia da quello delle trincee del Carso e del Piave sia da quello effigiato con in testa l’elmetto Adrian sulle 20 lire del 1928, celebranti il decennale della vittoria e già evidentemente “fascistizzate”.

Berretto con la doppia greca e l’aquila sabauda coronata, insegne del grado creato appositamente per il re e per il duce

Un sovrano “al passo coi tempi” nell’uniforme ma ormai invecchiato, quello dei progetti da 5 e 10 lire del 1940, tanto da apparire una sorta di “fantoccio” rispetto a quel fascismo che, nel conflitto imminente, cercava la definitiva consacrazione e che, invece, avrebbe condotto l’Italia alla tragedia e il regime stesso, oltre che la monarchia, verso un triste tramonto.

Accennavamo alla marziale, ma non certo artistica composizione del rovescio, opera – anche questa – di Romagnoli che pure, per la serie Impero, aveva ricevuto plauso autografo dal duce sui bozzetti delle  50 e 100 lire oro e che aveva modellato tutti i tagli in circolazione dal 1936. Un soggetto probabilmente imposto per ragioni di propaganda, volto a ribadire nel suo scarno simbolismo l’ormai prevalente ruolo del governo di Mussolini rispetto alla Corona, ridotta ad una istituzione di secondo piano.

Non ci è dato sapere se il sovrano ebbe mai modo di visionare le 5 e 10 lire Fascio; sta di fatto che nella serie che il direttore della Regia Zecca Ermanno Rizzo fece approntare nel 1940, a guerra appena iniziata, per il 40° di ascesa al trono di Vittorio Emanuele III, le 5 e 10 lire sono ancora quelle, ben più preziose ed eleganti, create nel 1936 ed ancora previste dalla legge. L’ennesima, e purtroppo effimera rivincita numismatica del re…