Nata nel 1855 e chiusa con l’Unità d’Italia, non emise mai banconote in proprio, ma fece sovrastampare quelle della Banca dello Stato Pontificio

 

di Renzo Bruni | Nei territori legatizi di Bologna, Ferrara, Ravenna e Forlì, prima dell’Unità d’Italia, si ebbe un solo esempio di banca d’emissione, quello della “Banca Pontificia per le quattro Legazioni”. Quest’esperienza fu di difficile attuazione, di breve durata e costantemente priva d’ogni principio di buona e corretta amministrazione e, pertanto, rappresenta un esempio che, ritengo, meriti di essere segnalato.

La lunga genesi di un effimero istituto bancario

La prima iniziativa venne tentata, sin dal 1846, da un ristretto gruppo di grandi proprietari fondiari, quasi tutti nobili e figure eminenti della vita politica bolognese, amministratori del comune e della provincia. Nell’autunno di quello stesso anno, infatti, Luigi Pizzardi, Marco Minghetti, Luigi Tanari e Gabriello Rossi si recarono a Roma ed esposero al Papa le difficili condizioni economiche e sociali di Bologna e della sua provincia avanzando tra l’altro un “progetto di una Banca Fondiaria ipotecaria per riordinare la condizione economica e sociale dello Stato Pontificio”.

La Bologna di metà XIX secolo è una città ancora fiorente e la nascita della Banca Pontificia per le Quattro Legazioni rappresenta un tentativo di rendere più vitale ed efficiente la circolazione dei capitali
La Bologna di metà XIX secolo è una città ancora fiorente e la nascita della Banca Pontificia per le Quattro Legazioni rappresenta un tentativo di rendere più vitale ed efficiente la circolazione dei capitali

Rimasto inevaso questo progetto, agli inizi del 1847, il Pizzardi, “penetrato dal grande vantaggio che (avrebbe offerto) alle Legazioni l’istituzione di una banca di sconto in Bologna sotto la direzione di una società anonima, e per soddisfare i bisogni commerciali ed agricoli di quelle zone, […] far fiorire l’industria, promuovere una più estesa negoziazione, impedire l’usura”, ripropose la costituzione di una banca autonoma, dichiarandosi, unitamente ad altri nobili bolognesi, disposto ad istituire una “banca del tipo dei Laffitte in Francia, e a pagare quindi interessi per i biglietti al portatore emessi, purché essa fosse senza controlleria per parte del pubblico, e solo [si confidasse] nell’opinione di sicurezza ispirata dai ricchi che sono a capo e sostegno di quella istituzione”.

Moneta da uno scudo in argento coniata dalla zecca pontificia di Roma nel 1853
Moneta da uno scudo in argento coniata dalla zecca pontificia di Roma nel 1853

Contemporaneamente, simili iniziative erano sostenute e sollecitate anche attraverso la stampa locale con innumerevoli interventi, anche a firma di personaggi importanti come l’Audinot ed il Berti-Pichat. Questi interventi mettevano, tra l’altro, in evidenza una grave situazione monetaria caratterizzata in particolare dalla mancanza di numerario.

Giugno 1848, Banca Romana “sbarca” a Bologna

Evidentemente impaurita da questi tentativi d’autonomia dei bolognesi, la direzione della Banca Romana, nel giugno del 1848, decise la riapertura della succursale bolognese, e forte del privilegio, ottenuto dal governo, di poter impedire la costituzione di qualsiasi altra banca emittente nello Stato pontificio, negò al Pizzardi ogni permesso.

Sul trono di Pietro, dal 1846 siede Giovanni Maria Mastai Ferretti, col nome di Pio IX: sarà l'ultimo "papa re" della storia e vedrà il potere temporale sgretolarsi a seguito del Risorgimento e dell'Unità italiana
Sul trono di Pietro, dal 1846 siede Giovanni Maria Mastai Ferretti, col nome di Pio IX: sarà l’ultimo “papa re” della storia e vedrà il potere temporale sgretolarsi a seguito del Risorgimento e dell’Unità italiana

La gestione fu affidata ad un direttore mandato dalla capitale e gli impiegati erano tutti bolognesi. Purtroppo, a partire dal 1850, la succursale bolognese abbandonò ogni principio di buona e corretta amministrazione.
In quei mesi, non avendo potuto formare una banca locale, il Pizzardi, il Marsili e l’Amorini Bolognini, acquistarono la maggioranza delle azioni della succursale e s’impossessarono della sua amministrazione e del suo denaro e, approfittando della debolezza del governo e del suo cronico bisogno di denaro, riuscirono a scongiurare ogni tentativo di controllo sulle operazioni effettuate e sulla situazione in genere della banca.

Dopo altre iniziative naufragate, nel 1855, in una decina di soci raccolsero un capitale di 200.000 scudi e proposero l’acquisto in blocco di tutta la succursale bolognese della Banca dello Stato Pontificio, giustificando questa iniziativa con il fatto che, a seguito di una cattiva gestione, la succursale bolognese correva il rischio di venire nuovamente soppressa.

Probabilmente, però, le vere motivazioni erano diverse. Infatti, a questi promotori, la condizione di proprietari, amministratori e clienti della succursale non era sufficiente in quanto non potevano godere di una piena libertà di azione, non potevano ottenere i finanziamenti dell’importanza voluta per la ristrettezza dei mezzi che la centrale aveva riservato alle legazioni emiliane, e, l’aspetto più importante, non potevano dare corso all’emissione di carta moneta e, quindi, non potevano moltiplicare, attraverso di essa, i segni monetari.

La notificazione con cui viene autorizzata la nascita della Banca Pontificia per le Quattro Legazioni, istituto di credito e di emissione
La notificazione con cui viene autorizzata la nascita della Banca Pontificia per le Quattro Legazioni, istituto di credito e di emissione

Nasce la Banca Pontificia per le Quattro Legazioni

Questa nuova iniziativa, nel marzo del 1855, venne esaminata dalla assemblea generale degli azionisti della Banca di sconto dello Stato pontificio, e, l’11 maggio seguente, venne approvata, “anche perché le Legazioni non potevano subire quelle restrizioni nello sconto che le critiche circostanze della Banca Pontificia [allora] comandavano”.

Il successivo 28 giugno una notificazione del Ministro delle finanze sancì che “la succursale di Bologna […] a partire dal 1 luglio prossimo venturo rimane distaccata dalla Banca centrale di Roma ed è autorizzata a costituirsi con capitali propri col nome di Banca Pontificia per le quattro Legazioni”.

Un rarissimo certificato azionario del valore di cento scudi romani relativo alla nuova banca sorta nel capoluogo emiliano
Un rarissimo certificato azionario del valore di cento scudi romani relativo alla nuova banca sorta nel capoluogo emiliano

Pertanto, raggiunto l’accordo sull’ammontare della cifra da versare e sui tempi e le modalità del pagamento, il 5 luglio 1855, con rogito notaio Vecchietti, la nuova società promotrice, subentrò in tutte le operazioni sino a quel momento in capo alla succursale di Bologna della Banca dello Stato pontificio. Inevitabilmente le più importanti cariche nei consigli di amministrazione, di reggenza e di censura furono ricoperte, fin dal primo giorno del suo esercizio, e poi tenute senza interruzione dagli stessi soci fondatori.

La nuova istituzione, denominata anche Banca di Bologna, in attesa di redigere un proprio statuto, applicò quello in vigore della Banca dello Stato pontificio e fissò la propria sede nel palazzo Marescalchi dove prima vi era la succursale della Banca dello Stato pontificio.

Il privilegio di emissione di cartamoneta

Per quanto atteneva al privilegio di emettere cartamoneta, la Banca aveva ottenuto l’autorizzazione limitatamente ai territori delle legazioni di Bologna, Ferrara, Ravenna e Forlì, di poter emettere biglietti pagabili a vista e al portatore, per un valore complessivo non superiore al triplo del capitale sociale, nei tagli da scudi 100, 50, 20 e 10.

Alla stessa fu concessa la facoltà di emettere, in via transitoria e per un tempo determinato, anche tagli inferiori a 10 scudi ma non al di sotto di uno scudo, “sotto condizione che l’amministrazione e la censura siano unanimi si nella proposta che nella sanzione”. A maggior garanzia dei biglietti emessi, la Banca avrebbe dovuto tenere, presso le sue casse, in moneta metallica, una somma non inferiore al terzo della carta moneta in circolazione.

Un bellissimo esemplare di moneta da 2 baiocchi coniata a Bologna nel 1849
Un bellissimo esemplare di moneta da 2 baiocchi coniata a Bologna nel 1849

L’organo a cui spettava ogni decisione “sulla forma, sul taglio e sull’opportunità dell’emissione dei biglietti e sull’annulazione dei medesimi” era il consiglio di reggenza composto “del governatore presidente, del sotto governatore e di nove oggetti”.

Una “Commissione dei biglietti”, in seno al predetto organo, era incaricata di: a) sorvegliare le operazioni relative alla confezione, alla firma, al registro dei biglietti ed al loro versamento nelle casse; b) sorvegliare la verificazione dei biglietti annullati o ritirati dalla circolazione, e tutte le operazioni relative fino e compreso l’annullamento ed il bruciamento; c) dare il suo parere sopra tutti i reclami o domande fatte per biglietti alterati dall’uso o per casualità.

Un ruolo ispettivo importante spettava al commissario di governo che doveva, tra l’altro, verificare giornalmente la situazione della cassa, onde assicurarsi che l’emissione dei biglietti sia col numerario nella proporzione fissata dall’atto di concessione e apporre la propria firma nei biglietti e nei relativi registri.

Nessun biglietto originale, solo sovrastampe

Questa entità bancaria non emise mai moneta cartacea con caratteri propri. Acquistò invece a Roma, dalla Banca dello Stato Pontificio e a puro costo tipografico, in varie riprese, i biglietti che essa, per la sua circolazione, faceva stampare.

Su questi biglietti, come previsto dalla notificazione 28 giugno 1855, veniva “apposto un marchio a vernice torchina colle parole: Biglietto provvisorio della Banca di Bologna per le quattro Legazioni pagabile in Bologna”. Sugli stessi erano previste le firme del direttore, del commissario del governo e del cassiere

10 SCUDI / D | Misure mm 244×115 | Carta filigranata con scritta centrale: SCUDI DIECI | In prossimità della firma del commissario del governo un timbro a secco con la dicitura BANCA PONTIFICIA PER LE 4 LEGAZIONI – BOLOGNA | Disegnatore: H. de Triqueti | Stampa: A.lle Collas Gravure Indus.lle – 1853

Nelle varie raccolte pubbliche e private da noi visionate, non abbiamo potuto individuare alcun biglietto circolato, ma solamente dei non emessi, nei valori da scudi 10 e 20, perfettamente rispondenti, relativamente alla timbratura con la nuova denominazione, a quanto previsto dalla notificazione emanata.

Tutti gli esemplari da 10 scudi da noi individuati, pur essendo non emessi, risultano già sottoscritti dal commissario del governo, mentre gli esemplari da 20 scudi riportano, oltre a quella del predetto commissario, anche la firma del cassiere. La maggioranza dei testi di numismatica da noi consultati non analizza queste firme nel dettaglio, al massimo si identifica in “Grassi” la firma del commissario del governo ed in “Becari”, quella del cassiere.

10 SCUDI / R | Misure mm 244×115 | Il disegno geometrico dello sfondo è formato dalla dicitura SCUDI DIECI disposta a “V” e continuamente ripetuta tipo texture

Soffermandoci sulla firma del commissario di governo, che può essere interpretata anche in “Grossi” o “G. Rossi”, occorre evidenziare che nessuno di questi nomi trova riscontro nella documentazione d’archivio, dove, nella veste di commissario del governo, viene sempre menzionato Filippo Baravelli. Il Porisini stesso ci conferma che il Baravelli, già commissario del governo della succursale bolognese della Banca dello Stato pontificio dal 1852, mantenne l’incarico anche nella nuova banca fino al 27 febbraio 1860 quando, amareggiato dal fatto che le sue richieste e suppliche che costantemente rivolgeva al ministro delle finanze affinché fosse posto finalmente ordine e correttezza nella gestione venivano ignorate, si dimise.

Impossibile risulta invece riscontrare la firma del cassiere in quanto nella documentazione dai noi visionata non viene mai menzionato. A conclusione di questa analisi delle firme mi preme evidenziare l’ipotesi che si possa trattare di firme apposte a posteriori per puri motivi speculativi al fine di rendere più appetibili in ambito collezionistico questi biglietti.

Come guadagnarsi la fiducia del mercato?

Perché questa nuova entità bancaria potesse affermarsi occorreva però guadagnare la fiducia della piazza. Tra le iniziative tentate dagli amministratori e dai proprietari, durante i primi mesi di operatività, per raggiungere questo obiettivo, emerge quella del marchese Bevilacqua che riuscì a far approvare alla Cassa di Risparmio in Bologna la proposta di “accettare tanto nei pagamenti che nei depositi i nuovi biglietti che emetterà la nuova banca”.

20 SCUDI | Misure mm 269×125 | Carta filigranata con scritta centrale:ì BANCA DELLO // STATO PONTIFICIO // 20 S 20 | In prossimità della firma del governatore un timbro a secco con la dicitura: BANCA PONTIFICIA PER LE 4 LEGAZIONI – BOLOGNA | Disegnatore: H. de Triqueti | Stampa: A. Collas | Rovescio bianco

Purtroppo questo obiettivo non venne raggiunto. La nuova istituzione non godette mai di un grosso credito sulla piazza. I motivi principali furono: a) la non precisa demarcazione dei compiti e delle responsabilità tra fondatori, soci, amministratori e clienti; b) le speculazioni che con regolarità l’istituto svolgeva nell’approvvigionamento e cessione delle pezzature metalliche d’oro, sulle quali applicava corsi gonfiati e non in linea con le piazze limitrofe, con grave danno per la popolazione bolognese, in quanto alimentava la tesaurizzazione delle pezzature d’argento e l’aggio dei napoleoni d’oro; c) la fraudolenta gestione delle emissioni di cartamoneta attuata dagli amministratori che, noncuranti delle norme vigenti che prescrivevano che le emissioni di moneta cartacea potevano raggiungere il triplo della riserva metallica posseduta, superarono ben presto questo rapporto emettendo, a fronte di un capitale di 200 mila scudi, moneta per 900 mila scudi circa.

I biglietti illegali e la fine della Banca Pontificia per le Quattro Legazioni

Ovviamente la quantità illegale dei biglietti emessi non appariva nei bilanci, i quali anzi mettevano in mostra una situazione regolare, in pareggio, e spesso anche in avanzo. Tutta questa operatività veniva conclusa a vantaggio dei soci fondatori, che in questo modo potevano accrescere l’ammontare delle somme stanziate a loro favore e utilizzarle senza particolari vincoli, ma arrecava danno alla popolazione bolognese che si trovava ad avere tra le mani una moneta cartacea di valore sempre minore e che, negli acquisti, veniva accettata solo con uno scarto.

Questa condotta poco trasparente compromise l’esistenza stessa dell’istituto. Infatti, pochi mesi dopo l’annessione del territorio delle Legazioni al Regno di Sardegna, nel novembre del 1860, divenuta la situazione assolutamente insostenibile, sia per la difficoltà di far fronte alle richieste di conversione dei propri biglietti sia per l’inesigibilità di molti crediti e la presenza in portafoglio di azioni industriali oramai di scarso valore, venne incaricata una commissione per studiare l’operazione di incorporazione della banca nella Banca Nazionale Sarda.

In poco più di tre mesi furono definiti i vari aspetti relativi al passaggio e il 20 marzo la Banca Nazionale iniziò la sua operatività negli stessi locali della banca della Quattro Legazioni. Legalmente la fusione ebbe decorrenza sin dal 1° gennaio 1861, mentre il passaggio alle nuove scritture ebbe decorrenza 1° marzo 1861. Ebbe così termine il tentativo del Minghetti e dei suoi amici di dotare Bologna e le legazioni di Ferrara, Forlì e Ravenna di una banca di emissione e di sconto.