Il san Michele di Guido Reni (1575-1642), una delle più celebri rappresentazioni pittoriche di questo soggetto assieme a quella di Raffaello, non è solo un capolavoro, ma anche un esempio di come i capolavori d’arte possano essere di ispirazione per l’iconografia monetale.
Correva l’anno 1692 quando l’incisore Giovanni Martino Hamerani (1646-1705), il più famoso esponente della dinastia di artisti del bulino al servizio dei romani pontefici venne chiamato a modellare i coni per una piastra in argento (mm 45 per g 32 circa) per l’anno II di pontificato di papa Innocenzo XII Pignatelli, eletto il 12 luglio dell’anno precedente e che avrebbe seduto sul soglio di Pietro fino al 27 settembre dell’anno 1700.


La piastra del 1692-II di papa Innocenzo XII con san Michele che piega il demonio
Era cosa urgente: il papa, infatti era in fibrillazione per le trattative di pace per la Guerra della Lega di Augusta, coalizione dell’Impero, della Spagna, dell’Olanda, della Svezia e di altri Stati minori tedeschi, stretta nel 1686 contro la Francia del “Re Sole” Luigi XIV; trattative inutili, visto che la guerra che ne seguì fu detta nel 1689 – per l’adesione alla Lega della Gran Bretagna e di altri Stati – Guerra della Grande Alleanza e terminò solo nel 1697 con il Trattato di Ryswick (al quale il papa, pur fervente sostenitore della Francia, non venne nemmeno invitato).
Tuttavia il buon Pignatelli, preoccupato per la situazione bellica già il 12 novembre 1691 aveva indetto un Giubileo straordinario per invocare l’aiuto divino sui popoli coinvolti nel conflitto. Gli effetti non furono però confortanti e durante tutto il suo pontificato l’Europa fu di fatto funestata dalle guerre. Imperterrito, Innocenzo XII proclamò allora, l’8 settembre 1693, un secondo Giubileo straordinario e un altro il 4 dicembre 1695 per invocare la pace tra i monarchi cristiani.


La stessa moneta ispirata al san Michele di Guido Reni ma con data 1693-II
In aiuto della Francia – e forse per ingraziarsi un tiepido Luigi XIV – chiamò anche, attraverso il potere di propaganda della monetazione, proprio san Michele il cui culto venuto dall’Oriente, si era diffuso in tutto l’Occidente attraverso le aree meridionali di influenza bizantina. La fortuna del santo è legata in particolare ai Longobardi del Ducato di Benevento (i quali attribuirono al suo intervento la vittoria riportata sui Bizantini presso Manfredonia nel 663) e ai Carolingi, tanto da farlo diventare il protettore della Francia.
La sua figura discende dai testi biblici dove il suo nome Mi Ka’el significa “Chi ama Dio”. San Michele arcangelo, celeste guerriero, è considerato il capo supremo degli angeli rimasti fedeli a Dio, scacciando dal cielo gli angeli ribelli: questa sua funzione di angelo vendicatore continua nella tradizione cristiana dove Michele difende il popolo di Dio contro i nemici della fede. Viene raffigurato armato, spesso nell’atto di trafiggere un drago che rappresenta il male.

San Michele Arcangelo che schiaccia il diavolo di Guido Reni (1635) collocato nella Chiesa di Santa Maria della Concezione a Roma
Per la moneta, il papa sceglie un’epigrafe tratta dalla Lettera ai Romani (16, 20) di san Paolo che in latino recita DEVS PACIS CONTERET SATANAM e che si può tradurre in “Il Dio della pace calpesterà Satana”. La moneta scelta per questa invocazione (in realtà, uno slogan filo francese a tutti gli effetti) è una piastra, il massimo modulo in argento che viene prodotta per tutto l’anno secondo di pontificato, sia con millesimo 1692 che 1693.
Il buon Giovanni Martino Hamerani, abile ad ispirarsi – come molti incisori – ai capolavori d’arte presenti nell’Urbe, non ci pensa due volte a far ricorso al bellissimo San Michele Arcangelo che schiaccia il diavolo di Guido Reni, dipinto nel 1635 e collocato nella Chiesa di Santa Maria della Concezione in Via Veneto. Quadro sul quale grava, peraltro, un curioso aneddoto: pare infatti che il pittore disegnò Lucifero con le “fattezze” del cardinal Giovan Battista Pamphilj che sarebbe divenuto poi papa col nome di Innocenzo X (1644-1655).
Il Pamphilj era in disaccordo con la famiglia Barberini. E proprio Antonio Barberini, cardinale col titolo di Sant’Onofrio e fratello di Urbano VIII – come riporta lo storico Carlo Cesare Malvasia – aveva commissionato l’opera. “Diffamazione a mezzo quadro”, diremmo oggi.


La piastra e il dipinto: a confronto il volto dell’arcangelo e la sua armatura
Ma torniamo alle analogie e differenze fra il dipinto e la piastra (Muntoni III, 16 e 16a, p. 51 e tav. 120) dovute anche all’aneddoto appena narrato. Pur nella lievemente diversa postura, il san Michele di Guido Reni somiglia a quello bulinato dall’Hamerani per molti elementi ad iniziare dalla fisionomia del viso e dall’acconciatura con i lunghi, fluenti capelli spartiti nel mezzo del capo. Impossibile rendere simile la posizione delle ali, parzialmente “ripiegate” nel tondello per far spazio alla legenda di bordo; assai più semplice riprodurre l’armatura con busto forse in cuoio rigido, modellato sul corpo, il cingulum attorno ai fianchi, e perfino i calzari con i loro ornamenti.
Il demonio viene rigettato fra le fiamme ed è chiaro che ogni possibile somiglianza con papa Pamphilj viene eliminata da pochi colpi di bulino che rendono effettivamente mostruose le fattezze del diavolo la cui natura è ribadita in moneta dalle corna, dagli artigli delle mani e dei piedi e dalle ali, non piumate come nel quadro ma piuttosto coperte di scaglie – al pari della coda lunga e ritorta – a voler comunicare in modo enfatico l’aspetto mostruoso della creatura.


La piastra e il dipinto: a confronto i calzari e le “armi celesti” dell’arcangelo
Altre due differenze interessanti: se il san Michele di Guido Reni trattiene con una catena che stringe nella mano destra il demonio, impedendone i movimenti, nella moneta la mano destra sorregge un nastro di stoffa dall’evidente scopo decorativo e che si prolunga fin sopra il capo del santo, per ricadergli sul fianco destro.
Tralasciando l’armetta di monsignor Maffeo Farsetti, governatore in carica della zecca pontificia, che ovviamente non appare nel dipinto di Guido Reni ma che Hamerani deve, in qualche modo, “incastrare” nella composizione della piastra (chissà se il Farsetti sarà stato contento di ritrovarsi effigiato così vicino alla bocca dell’Inferno?) un’ultima differenza tra quadro e moneta ci colpisce e merita un approfondimento.


La piastra e il dipinto: il demonio atterrato e l’armetta di monsignor Farsetti
Se il san Michele di Guido Reni brandisce una spada (in altre opere una lancia corta oppure una croce), nella moneta di papa Pignatelli l’arma è sostituita da tre lunghe saette che sembrano evocare e simboleggiare – ma è solo un’ipotesi, non suffragata da alcun documento – l’azione della Trinità a favore della Francia per la risoluzione del conflitto in corso e la sconfitta del Male.
Quanto può arrivare a valere una piastra di questo tipo? Di per sé piuttosto rara, se in conservazione eccezionale questa tipologia di moneta può raggiungere cifre elevate, come dimostrano i 17.000 euro di realizzo ottenuti dall’esemplare al lotto 83 dell’asta Cambi & Crippa Numismatica n. 691 del 9 febbraio 2022, a fronte di una stima di appena 2500 euro. Tuttavia, un godibile esemplare in conservazione attorno al Bb si può acquistare a cifre inferiori ai 1000 euro.




































