Gli “Speciali” di CN: CINA e ROMA imperiali, un confronto NUMISMATICO

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Le due potenze del mondo antico ebbero approcci diversi alla moneta | Ancora da indagare molti punti di contatto e le contaminazioni tra Cina e Roma

 

Fig. 1 | Mappa del continente euroasiatico nell’anno 100 dopo Cristo

di Francesco Billi | Duemila anni fa quasi la metà dei popoli del mondo antico si ritrovò sottoposta al dominio di due sole potenze imperiali poste alle estremità del continente euroasiatico: l’impero di Roma e quello della dinastia cinese Han (Fig. 1). I due stati ebbero processi di formazione diseguali e, soprattutto, un prosieguo storico del tutto divergente. Infatti entrambi vennero travolti dalle invasioni barbariche: però, mentre il Mediterraneo romano finì per frantumarsi irrimediabilmente, la Cina imperiale, grazie alla dinastia Tang (618-907 d.C.), ripristinò quell’unità destinata a durare fino all’odierna Repubblica Popolare Cinese (per ulteriori approfondimenti si legga Rome and China, di Walter Scheidel, Oxford University Press, 2009).

Fig. 2 | Impero cinese, dinastia Han Orientale, cavallo di bronzo, 25-220 d.C., Museo Provinciale di Gansu, Cina

All’inizio del I millennio d.C., invece, l’Impero romano e quello della dinastia Han Orientale, regnante dal 25 al 220 d.C., presentavano numerose analogie (Fig. 2): erano all’incirca grandi uguali, vantavano le capitali più imponenti che il mondo avesse mai visto (Roma e Luoyang), rivendicavano il dominio sull’intero mondo civilizzato (l’orbis terrarum latino e la tianxia cinese), erano entrambi guidati da imperatori divinizzati in grado di mobilitare migliaia di persone,  dovevano fare i conti con il rafforzamento delle élite locali e sostenere la pressione esterna dei popoli barbari insediati a ridosso delle frontiere (Fig. 3). Ma soprattutto, cosa che ci interessa di più, tutti e due gli stati emettevano moneta “imperiale”.

Fig. 3 | Impero cinese, dinastia Han Orientale, dipinto murale con scena di banchetto, 25-220 d.C., Tombe di Dahuting, Cina

La monetazione cinese prima del 25 d.C.

Mentre l’argento, e poi l’oro, dominarono il sistema monetario romano, le dinastie imperiali cinesi mantennero una monetazione basata esclusivamente sul bronzo (o rame e occasionalmente ferro), affiancata alla circolazione di lingotti pesati di metallo prezioso. L’unica esperienza di conio aureo in Cina fu quella dello yuàn (Fig. 4): un nominale quadrato prodotto nello stato meridionale di Chu in età pre imperiale (400-221 a.C. circa) con pesi che richiamano la funzione delle grandi monete d’oro romane, come i solidi costantiniani. Il territorio di Chu, del resto, era rinomato per la generosità dei suoi fiumi auriferi.

Fig. 4 | Stato di Chu, yuàn d’oro di età preimperiale, D.Hartill 5.1, 400-220 a.C. circa

Per il resto le monete rotonde in bronzo fuso, dall’aspetto certamente più familiare a noi occidentali, apparvero intorno al IV secolo a.C. negli stati della vasta Pianura Centrale, come attestano anche i resoconti archeologici. Queste emissioni preimperiali si ispirarono verosimilmente ai tradizionali dischi circolari di giada, cioè ai preziosi bei (Fig. 5): erano forate al centro, di peso diverso a seconda dei molteplici standard regionali, prive di raffigurazioni, ma riconoscibili dagli ideogrammi indicanti la città emittente, la denominazione oppure il peso (Fig. 6).

Fig. 5 | Disco ornamentale cinese in giada decorato con dragone, IV-II secolo a.C., National Museum, Tokyo; Fig. 6 | Stato di Qi, zecca di Yi, moneta di bronzo da 6,78 grammi di età pre imperiale, D.Hartill 6.24, 300-220 a.C.

Quando nel 221 a.C. la dinastia Qin prevalse sui regni concorrenti, unificando dopo secoli di guerra ininterrotta il Celeste Impero sotto la guida del primo Imperatore Cinese Qin Shi Huangdi (Figg. 7 e 8), la moneta dello stato vincitore divenne verosimilmente l’unica circolante in tutta la Cina. Il peso di questo nominale di bronzo, chiamato banliang (cioè mezzo liang), venne fissato a circa 8 grammi, anche se in realtà le sue dimensioni continuarono a variare molto, in genere diminuendo, rispetto allo standard ufficiale (Fig. 9).

Fig. 7 | Statua del primo imperatore cinese Qin Shi Huangdi presso la tomba monumentale nella quale venne deposto insieme al celebre esercito di terracotta; Fig. 8 | Il volto di uno degli 8 mila soldati di terracotta sepolti con carri e cavalli nel mausoleo di Qin Shi Huangdi

Tale instabilità non deve stupire poiché durante il primo secolo di storia imperiale proseguì l’attività di un gran numero di zecche cinesi riconducibili non solo all’officina del Palazzo, ma anche ai singoli principi, ai re vassalli e agli operatori privati tra i quali, probabilmente, i mercanti più facoltosi. Ancora all’inizio del II a.C. i sudditi riuscivano a far valere il proprio diritto a fondere le monete in loro possesso.

Fig. 9 | Impero Cinese, dinastia Qin, banliang di bronzo, D. Hartill 7.6, 221-206 a.C.;

Insomma, nonostante gli sforzi dell’autorità centrale per controllare la fornitura di circolante, la prima vera riforma monetale del Celeste Impero venne attuata solo dall’Imperatore Wu Di (Fig. 10) che nel 118 a.C., per far fronte alla svalutazione del banliang, introdusse un nuovo standard da 5 zhu, cioè il whu zhu da 3,3 grammi circa (Fig. 11).

Pochi anni dopo, nel 112 a.C., lo stesso sovrano decretò il monopolio imperiale sulla produzione di monete, affidandolo alla zecca centrale della capitale Chang’an e alle sue filiali. Contemporaneamente tutte le emissioni precedenti furono abolite, almeno in teoria, e vennero apportate innovazioni tecnologiche agli stampi per ottenere fusioni uniformi, caratterizzate da bordi rialzati e perfettamente lisci.

Fig. 10 | Wu Di (141-87 d.C.), ritratto dalla Pergamena dei Tredici Imperatori, opera di Yan Li-pen, VII secolo d.C.; Fig. 11 | Impero Cinese, dinastia Han Occidentale, Imperatore Wu Di, Whu Zhu di bronzo, D. Hartill 8.10, 141-87 a.C.

Grazie a questi provvedimenti le alterazioni e le  frodi diminuirono drasticamente, favorendo la stabilizzazione del sistema monetario monometallico e l’aumento della fiducia nei nominali ufficiali. Secondo alcune stime a cavallo tra II e I secolo a.C. l’autorità imperiale cinese trasformò in circolante circa 750 tonnellate di bronzo all’anno, con una media produttiva di 7-8 monete al secondo, per un valore totale di 28 miliardi di whu zhu (Fig. 12).

All’inizio del nuovo millennio la dinastia Han Orientale (25-220 d.C.), insediata la capitale a Luoyang, ereditò il sistema precedente basato sul bronzo monetato affiancato ai lingotti di metallo nobile. Anche lo standard whu zhu continuò a rappresentare un punto di riferimento per la zecca imperiale almeno fino alla dinastia Tang (618-907 d.C.), così da potere essere considerato, con i suoi 736 anni di utilizzo, uno dei nominali più longevi al mondo.

Roma e la dinastia Han Orientale (25 d.C.-220 d.C.)

Il regno degli Han, e in particolare della dinastia Han Orientale (25-220 d.C.), è sicuramente quello che più si presta ad un confronto storiografico diretto con la Roma degli Augusti, suscitando interessanti quesiti anche in materia numismatica (Fig. 13).

Fig. 12 | Un bellissimo e raro stampo in bronzo per la fusione di nominali del tipo Wu Zhu, II-I sec. a.C., Museo Provinciale di Shandong, Cina

Innanzi tutto è bene precisare che i due imperi alle estremità del continente euroasiatico sapevano della rispettiva esistenza, ma conoscevano poco l’uno dell’altro. Per i Romani la Cina era la terra leggendaria dei Seres: esotici produttori di seta, dediti al commercio silenzioso, un popolo mite, ispirato da un profondo senso di giustizia e così longevo da vivere centoquarant’anni, secondo Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, VII, 27), e addirittura trecento per l’autore greco di età antonina Luciano (Macrobii, 5) (Figg. 14 e 15).

A riportare queste informazioni furono prevalentemente i mediatori commerciali operanti lungo le tappe delle vie della seta oppure i mercanti romani che si avventuravano in estremo oriente. A tal proposito la prima attestazione di un’iniziativa occidentale per stabilire rapporti diretti con il Celeste Impero compare nel Libro degli Han Orientali di Fan Ye ed è datata al nono anno dell’era Yenxi, cioè al 166 d.C. del nostro calendario.

Fig. 13 | Guangwu (25-57 d.C.), primo imperatore della dinastia Han Orientale, dalla Pergamena dei Tredici Imperatori, VII secolo d.C.; Fig. 14 | Impero cinese, dinastia Han Orientale, dipinto murale con dame nei tradizionali abiti in seta, 25-220 d.C., Tombe di Dahuting, Cina

I cronisti cinesi interpretarono l’episodio come una vera e propria visita diplomatica dell’Imperatore romano Andun, cioè Marco Aurelio in persona: una circostanza ritenuta oggi inverosimile. Tuttavia questa incredibile missione, di natura quasi sicuramente privata e squisitamente commerciale, rivela lo sforzo compiuto dai mercanti mediterranei per instaurare contatti diretti con l’estremo oriente, eludendo l’ostacolo mediorientale dei Parti che, dichiara lo stesso Fan Ye, contrastavano questi viaggi per difendere i propri guadagni derivanti dall’intermediazione.

Al contrario sembra che nessun emissario cinese sia riuscito a calpestare il territorio romano. Verso la fine del I secolo d.C., tuttavia, l’ambasciatore Gan Ying dovette avvicinarsi molto all’impresa, raggiungendo via mare il vicino oriente e assumendo dai Parti una gran quantità di informazioni su Roma.

Anche queste notizie confluirono nel Libro degli Han Orientali redatto nel V secolo d.C. dall’erudito Fan Ye: l’opera più completa in questo senso sopravvissuta fino ai nostri giorni (Fig. 16). E allora, come ci si immaginava l’estremo occidente nell’antica Cina? E’ innanzitutto molto interessante evidenziare il termine usato dagli orientali per definire l’Impero Romano: Daquin, cioè “Grande Cina”. Un nome che richiama, anche solo come suggestione, il precedente storico dei toponimi ellenici “Grecia” e “Magna Grecia”.

Fig. 15 | Rocchetto di filo di seta cinese rinvenuto a Pompei, I secolo d.C.

Del resto si era convinti che, se esisteva un Impero così evoluto in occidente, questo doveva essere almeno un po’ cinese, se non addirittura un’emanazione della propria gloriosa e antichissima civiltà. L’estremo occidente descritto nel Libro degli Han Orientali è una terra esotica, a tratti mitologica: un regno vastissimo, con quattrocento città circondate da mura, dove si produceva seta come in Cina (ma sappiamo in realtà che la lavorazione del baco venne introdotta ben più tardi, non prima del nel VI secolo d.C., in età giustinianea).

La moneta romana nelle antiche fonti cinesi

In queste terre gli abitanti si rasavano i capelli, costruivano immensi palazzi con colonne di cristallo ed estraevano dal suolo enormi quantità di pietre pregiate e metalli preziosi. In mezzo alle annotazioni leggendarie, però, troviamo anche notizie più plausibili, come quella riguardante la moneta romana: “Producono monete d’oro e d’argento, dieci monete d’argento hanno un valore uguale a una moneta d’oro.

Fig. 16 | Libro degli Han Orientali redatto dall’erudito di V secolo Fan Ye, copia di epoca Ming 1364-1644, Biblioteca di Tian Yi, Cina

Daqin (cioè l’Impero romano) commercia via mare con Anxi (la Partia) e Tianzhu (verosimilmente la Mesopotamia), con un profitto decuplicato. La gente è onesta e sincera; nel mercato non vi sono prezzi doppi. I cereali e il cibo sono sempre poco costosi, le risorse dello stato sono abbondanti. Quando i legati di uno stato vicino arrivano al confine, viaggiano con un servizio di corrieri per raggiungere la capitale e quando arrivano ricevono immediatamente monete d’oro.” (cfr. Libro degli Han Orientali, 88, Leslie-Gardiner, p. 50).

Come si evince anche dai dati archeologica la moneta romana doveva essere poco nota in Cina, ma non completamente sconosciuta. Tant’è che il testo indica un rapporto di uno a dieci fra oro e argento monetato, alludendo forse agli aurei da 6,4 grammi che Marco Aurelio (161-180 d.C.) batteva con valore nominale di 25 denari d’argento. Considerando il peso del denario 2,36 grammi si stabiliva in pratica la proporzione di 1 a 9,2, facilmente arrotondabile a 10 nelle transazioni internazionali (Fig. 17).

Fig. 17 | Impero Romano, aureo di Marco Aurelio da 6,34 grammi, RIC 480b, 161-180 d.C.

Tralasciando ipotetici calcoli, il riferimento alla coniazione occidentale dei metalli preziosi è molto significativo per almeno tre motivi. Innanzitutto perché agli occhi cinesi distingueva la moneta di Roma rispetto alle proprie emissioni in solo bronzo (ma anche rispetto a quelle dei Parti in solo argento). In secondo luogo perché l’autore sembra ignorare l’esistenza del circolante romano éneo, a conferma del suo impiego limitato al mercato locale. Infine il commento del Libro degli Han Orientali ci suggerisce una domanda interessante.

Infatti, il Celeste Impero durante la sua storia non si era certo sottratto alla sperimentazione numismatica, introducendo in alcuni periodi oggetti monetali di valore puramente simbolico o fiduciario, come per esempio le monete di cuoio ricavate dalle pelli dei cervi del parco imperiale nel 119 a.C., oppure quelle di bronzo enormemente sopravvalutate, a forma di pala (o spada), durante l’usurpazione di Wang Mang a cavallo dei due millenni (Fig. 18).

Fig. 18 | Impero Cinese, usurpazione di Wang Mang, moneta fiduciaria detta “a pala” o anche “a spada”, D. Hartill 9.24, 9-25 d.C.

Cina e Roma imperiali, due mondi distanti sotto ogni punto di vista

E allora perché la corte cinese, pur conoscendo il modello di Roma, non considerò mai l’eventualità di riformare il proprio sistema sperimentando nominali in oro e in argento coniato? La risposta deve essere cercata nei diversi processi che portarono alla formazione dei due imperi: ancora una volta, dalla prospettiva numismatica, possiamo individuare elementi utili per orientarci non solo nella storia locale, ma anche nella grande storia globale.

La moneta romana, soprattutto quella in argento, si era evoluta nel solco dei rapporti con l’area egea e magno greca che avevano assicurato ai latini un modello ben consolidato. Questa premessa storica condizionò non solo la scelta dei metalli da coniare, ma anche la componente estetica delle emissioni. Infatti fin da subito le città greche arcaiche, trovandosi in un contesto di grande mobilità economica e di competizione per la supremazia, si erano affidate ad immagini visuali immediatamente riconoscibili per distinguere il proprio circolante.

Fig. 19 | Siracusa, tetradramma d’argento caratterizzato dall’inconfondibile cifra stilistica dell’artista incisore Eukleidas, 415-390 a.C.

L’eredità numismatica riscattata da Roma, insomma, aveva già collaudato l’impiego della moneta in termini non solo contabili, ma anche iconografici, propagandistici e artistici (si pensi ai capolavori numismatici siracusani firmati da celebri maestri incisori) (Fig. 19).

Il Celeste Impero, al contrario, non conobbe un presupposto simile a quello greco mediterraneo ed anche la dinastia Han Orientale, dal 25 d.C. in poi, rimase ancorata alla tradizione  imperiale antica confermando il rigoroso conservatorismo dello stato cinese. Si continuò per secoli, infatti, a produrre solo la moneta in metallo vile, caratterizzata da semplici ideogrammi legati al valore o all’autorità emittente, ma senza tipi figurativi.

A disincentivare l’evoluzione estetica della moneta Han dovette contribuire anche il caratteristico foro centrale, forse originariamente ispirato ai preziosi dischi in giada, ma anche funzionale al trasporto, al conteggio o alla custodia delle monete stesse, che potevano facilmente essere legate insieme mediante una corda o un nastro (Figg. 20 e 21).

Fig. 20 | Impero Cinese, dinastia Han Orientale, Whu Zhu di bronzo, D. Hartill 10.2, 25-220 d.C.; Fig. 21 | dinastia Liang, Whu Zhu di ferro, D. Hartill 10.18, 523-549 d.C.;

Oro e argento nel lontano Oriente: le fonti di approvvigionamento

Un secondo aspetto importante da considerare è la disponibilità di oro e di argento nei due imperi. Infatti, anche se le autorità cinesi avessero voluto organizzare un sistema monetario di grande volume basato sui metalli preziosi, la scarsità di materia prima avrebbe rappresentato un ostacolo non da poco. Mentre Roma nel I secolo d.C. ricavava in media solo dalle miniere della penisola iberica oltre 35 tonnellate d’argento all’anno e oltre 6 tonnellate d’oro, nel periodo Han l’attività estrattiva sembra essere stata piuttosto rara: pochi i giacimenti aurei conosciuti e quasi introvabile l’argento fino alle grandi importazioni dal Giappone, dalle Filippine e dal Nuovo Mondo dopo la metà del XVI secolo… cioè oltre mille anni più tardi! Non c’è dubbio quindi che, in questo senso, il territorio dei Seri fosse ben più avaro del Mediterraneo antico (Fig. 22).

Fig. 22 | Impero Cinese, una vera rarità: uno dei cinque lingotti d’argento rinvenuti nel 1922 a Qingzhou, provincia dello Shandong. Dal peso di 150 grammi è datato all’inizio del I secolo d.C.; Fig. 23 | Impero Cinese, dinastia Han Occidentale, particolare di una bandiera di seta dipinta, tomba di Dai Mawangdui, Changsha, Cina, 168 a.C.

D’altra parte nell’Impero cinese la domanda di nominali di alto valore rimase sempre bassa a livello strutturale: il sistema bronzeo dette prova di grande stabilità, soprattutto a partire dalla dinastia Han Orientale, senza subire le ricorrenti svalutazioni del circolante éneo romano.

Gli imperatori orientali, poi, non dovettero mai rapportarsi o scontrarsi con popolazioni dotate di un sistema monetale basato sui metalli  nobili (com’era avvenuto invece fra la Repubblica Romana e le città elleniche) e pare, comunque, che i compensi militari in Cina contemplassero pagamenti in natura molto più spesso di quanto accadeva presso gli eserciti mediterranei. Infine, nella visione culturale del Celeste Impero, insisteva un costante richiamo morale a rifiutare gli oggetti di alto valore.

Già nel 178 a.C. il filosofo e politico Chao Cuo ammoniva: “Un sovrano illuminato apprezza i cinque cereali e disdegna l’oro e la giada”. Una teoria non solo etica, ma anche politica, o meglio con dichiarati riscontri sociali, poiché per il pensiero dell’epoca i materiali troppo preziosi avevano un carattere sovversivo in quanto facili prede di furti: il peso e l’ingombro dei tessuti o del grano, al contrario, disincentivavano le rapine (Fig. 23).

Fig. 24 | Impero Cinese, dinastia Ming, Yi Fen di ottone, D. Hartill 21.102, 1674-1678 d.C.

Conclusioni

Per concludere questa sintetica riflessione numismatica su Cina e Roma imperiali: nei primi secoli dopo Cristo i due immensi imperi che dominavano le estremità dell’Eurasia facevano entrambi uso di moneta fin dai tempi della loro formazione. A differenza di quelle romane, però, le zecche del Celeste Impero produssero solo nominali di bronzo, mentre oro e argento circolavano sotto forma di lingotti. Questi ultimi potevano essere acquistati o scambiati per moneta e non rimasero ad esclusivo appannaggio della corte e delle élite: con le dovute proporzioni anche famiglie non aristocratiche potevano accedere a piccole quantità, soprattutto di oro, come forma di risparmio o per affrontare spese eccezionali.

Pur avendo un’immagine leggendaria della realtà occidentale, elaborata solo da fonti indirette, la dinastia Han Orientale era informata sul fatto che i romani coniassero i metalli preziosi, ma non tentarono mai di modificare il tradizionale sistema monetale cinese che perdurò fino ai tempi moderni grazie a radicati fattori storici, ambientali e culturali (Fig. 24). Così l’antica Cina sviluppò di fatto un’economia meno monetarizzata rispetto a quella romana, come confermano le ricerche più aggiornate. Del resto, se Roma fondò la sua prosperità sulle città e sui commerci, il Celeste Impero conservò la sua fonte di ricchezza nelle campagne.

Ad occidente, nel II secolo d.C., il circolante assorbito dalle imposte imperiali ammontava solo al 10% circa del totale, mentre il restante rimaneva disponibile sul mercato per le spese ordinarie, l’artigianato, il commercio e l’accumulo di ricchezza da parte delle élite. In Cina, invece, la valuta bronzea imperiale pare fosse utilizzata soprattutto per pagare le tasse.

In questo senso lo studioso giapponese Miyzawa Tomoyuki ha recentemente ipotizzato uno scenario cinese quasi opposto a quello romano, cioè una “circolazione fiscale” con gran parte del totale circolante immagazzinato nelle casse dello stato e solo un 10% residuale a disposizione del commercio o dei privati. Le numerose ricerche in corso dimostrano come la numismatica antica della grandiosa civiltà cinese rappresenti ancora oggi un capitolo affascinante di storia della moneta sul quale c’è ancora tanto da indagare e da scoprire.