La storia dell’unica coniazione aurea realizzata dalla zecca di Palermo nel periodo 1814-1816 dalla bibliografia e dai documenti d’epoca

 

di Carmelo R. Crupi | Proponiamo ai lettori di Cronaca numismatica questa ricerca, che ha partecipato alla prima edizione del Premio numismatico letterario Repubblica di San Marino. In questa prima parte la storia, per certi versi misteriosa e sicuramente affascinante, di un nominale raro e ricercato nel quale si fondono elementi classici e storia del XIX secolo. Per leggere la seconda parte clicca qui.

La doppia oncia d’oro del 1814

Trattasi della prima ed unica moneta aurea coniata a Palermo a nome di Ferdinando III come re di Sicilia (1759-1816). Pur essendo censita in tutti i cataloghi di numismatica siciliana, ben poche sono le notizie fornite dalla gran parte degli autori sui fatti attinenti alla sua coniazione e sulle sue caratteristiche metrologiche. Uniche eccezioni in tal senso sono stati Carmelo Trasselli e Romualdo Giuffrida, sulle cui fatiche storico-numismatiche indicate in bibliografia si basa il presente studio.

Il primo autore che ha pubblicato informazioni sul peso e sul titolo di questa moneta siciliana è stato Lodovico Bianchini, che però ha tramandato, suo malgrado, dati inesatti sul titolo dell’oro, parlando di 908 millesimi, e nulla dicendo sull’incisore dei conii e sulla tiratura.

Giacomo Majorca, che pubblicò il suo libro nel 1870, afferma che le iniziali V.B. in rilievo sul rovescio della doppia oncia sono quelle dello zecchiere Vincenzo Barile, errando sul cognome di questi. Non tramanda ulteriori informazioni numismatiche, però ci fa sapere che la bontà dell’oro di queste monete le fece diventare rarissime, tanto che poche persone ne conoscevano l’esistenza, e che in quegli anni ne fu venduta una per quaranta lire.

Ferdinando III di Borbone, ancor giovane, ritratto da Anton Raphael Mengs nel 1772
Ferdinando III di Borbone, ancor giovane, ritratto da Anton Raphael Mengs nel 1772

Rodolfo Spahr, che nel 1957 diede gran lustro alle monete medievali, rinascimentali e moderne di Sicilia col volume Le monete siciliane dagli Aragonesi ai Borboni (1282-1836), riedito nel 1982, si è limitato ad indicare il diametro e il peso della moneta. Egli ha anche reso noto il pezzo aureo presente nella collezione di Vittorio Emanuele III, oggi conservata a Roma presso il Museo Nazionale Romano, caratterizzato dall’assenza, al rovescio, della ghirlanda di lauro e, per conseguenza, da una trinacria più grande, considerandola una prova di moneta.

Vico d’Incerti, che nel 1960 pubblicò un interessante e in parte ancora attuale lavoro sulle monete napoletane e siciliane coniate nel periodo 1799-1860, ha ripreso le informazioni già pubblicate dal Bianchini, perpetuando, dunque, le stesse inesattezze. Si dimostrò concorde con lo Spahr nel definire prova il pezzo aureo della collezione reale. Anche Antonio Pagani, nell’ultima edizione del suo Monete italiane […], edizione 1982, si limita a fornire il diametro, il peso e il titolo di questo nummo, peraltro fornendo dati inesatti per questi ultimi due.

Alberto Varesi, in Monete Italiane Regionali. Sicilia, pubblicato nel 2001, afferma che forse questo nummo è il più rappresentativo nel contesto della monetazione siciliana, ma non va oltre la descrizione, l’esplicitazione del peso di 8,80 g e del grado di rarità, indicato pari a R3. In epoca più recente, i cataloghi-prezzari Gigante e Montenegro, per ovvii motivi, riprendono le informazioni numismatiche sopra menzionate e, dunque, perseverano nell’indicare il titolo errato di 908 millesimi e tacciono sulle altre informazioni metrologiche e numismatiche.

L'emblema del Regno di Sicilia borbonico
L’emblema del Regno di Sicilia borbonico

Tutti i predetti autori, purtroppo, nulla dicono sul contesto politico e socio-economico che portò alla coniazione di questa moneta, sulla sua tiratura, né sull’artista incisore dei conii. In compenso sono concordi nell’indicare le iniziali V.B., esistenti nella parte alta del rovescio, come quelle del maestro della zecca palermitana, Vincenzo Beninati, commettendo un errore nella trascrizione del cognome di questi, come sarà chiarito nel prosieguo (a parte il Majorca che, come visto, indica un cognome del tutto errato).

Qualche informazione numismatica e storica sulla genesi di questo nummo è fornita da Lucia Travaini quale curatrice de Le collezioni della Fondazione del Banco di Sicilia. Le monete, 2013, che sono tratte, per sua stessa ammissione, dal lavoro di Carmelo Trasselli (Trasselli, 1964). Però l’autrice non risulta aver consultato l’altra fondamentale opera sulle fonti per lo studio della monetazione siciliana in epoca moderna, quella di Romualdo Giuffrida che vide luce nell’ormai lontano 1974.

Descrizione della doppia oncia coniata a Palermo nel 1814

Il dritto della doppia oncia palermitana del 1814
Il dritto della doppia oncia palermitana del 1814

Dritto: testa del re Ferdinando III di Sicilia, di profilo, a destra, con capelli lunghi fluenti e con corona radiata; nel giro la legenda: FERDINAN. III . P. F. A. SICILIAR. ET . HIER. REX .; in basso, nel giro, il millesimo di coniazione 1814. Contorno di perline.

Rovescio: la Trinacria (tre gambe piegate a destra, caricate da testa alata di Medusa; dai tre angoli interni formati dalle gambe con la testa della Gorgone fuoriescono tre spighe di grano), simbolo della Sicilia, entro una ghirlanda di lauro.

Il rovescio della doppia oncia palermitana del 1814
Il rovescio della doppia oncia palermitana del 1814

Tra la Trinacria e la ghirlanda, nel campo, in alto le lettere V. | B., iniziali del maestro della zecca di Palermo Vincenzo Benenati (è questo il cognome corretto, tramandatoci dai documenti coevi conservati nell’Archivio di Stato di Palermo), in basso O.2, ovvero il nominale “onze due”. Contorno di perline.

Taglio: cordone lavorato a dentelli verticali incusi. Modulo: mm 25. Peso legale: 2 dramme e 2 scrupoli, ovvero 10 trappesi. Tenuto conto che un trappeso equivale a 0,8815 grammi circa, il peso legale ammonta a 8,81 grammi circa. Titolo dell’oro: 22 carati, ovvero 916,67 millesimi. Asse dei conii: alla tedesca (dritto e rovescio sono orientati nello stesso verso).

Doppia oncia Palermo 1814
Il taglio della doppia oncia del 1814 (per gentile concessione di Paolo Crippa, da Asta Crippa Cronos 12, lotto 17)

Questo valore del titolo legale è attestato dal bando che la Giunta della monetazione pubblicò a Palermo nei giorni 22, 23 e 24 febbraio 1813, finalizzato ad appaltare la produzione di detta monetazione (Trasselli 1964), nonché dal contratto d’appalto per la produzione di questa monetazione firmato dall’appaltatore Mariano Pampillonia il 20.10.1813 (doc.7 in calce a Giuffrida 1974). Trattasi, peraltro, del titolo previsto, per la monetazione d’oro, in seno alle istruzioni per la Zecca di Palermo emanate il 31.03.1734.

La genesi della doppia oncia palermitana

Fin dalla seconda metà del Settecento il sistema monetario siciliano conobbe una crisi sempre più profonda, causata dalla falsificazione della moneta divisionale di rame e da un mancato adeguamento del rapporto oro-argento alle mutate condizioni commerciali internazionali dei metalli preziosi. In particolare, nella seconda metà del XVIII secolo, in Sicilia detto rapporto rimase fermo ad 1:14, quando nelle altre nazioni europee era stato modificato fino alla quota di 1:14,85 circa. Ciò fece si che le monete auree siciliane venissero valutate svantaggiosamente nelle piazze commerciali estere con cui l’isola intratteneva relazioni commerciali, e che, parallelamente, la moneta argentea siciliana, evidentemente sopravvalutata in termini di contenuto di fino rispetto a quelle degli altri stati italiani ed europei, venisse incettata massicciamente ed esportata, per essere rifusa.

La situazione fu stigmatizzata dallo stesso maestro della zecca di Palermo, barone Nicola D’Orgemont Vigevi, che nel 1795 informò il vicerè di Sicilia Francesco Aquino, principe di Caramanico, che le monete d’oro, d’argento e di rame erano sottovalutate in confronto con quelle straniere, e che per questo motivo gli stranieri le incettavano per esportarle. Consigliò di procedere ad una generale riconiazione di tutta la moneta argentea in circolazione, diminuendone il fino del 6% o del 7%, al fine di riequilibrare il rapporto oro-argento, portandolo da 1:14 ad 1:15. Sempre il D’Orgemont denunciò le enormi proporzioni che in Sicilia aveva assunto il fenomeno della diffusione delle monete argentee tosate, massicciamente introdotte dai commercianti esteri, al fine di trarne illecito profitto.

Nel 1802 Antonino Della Rovere, collaboratore del D’Orgemont fin dal 1794, fece un affresco di queste dinamiche e della critica situazione monetaria siciliana in una lunga relazione dal titolo Osservazioni sopra l’esistenza, le conseguenze e i rimedi della sproporzione nelle monete d’oro e d’argento correnti in Sicilia nell’anno 1802, che venne inviata al ministro Acton, a Napoli. Questo manoscritto non venne dato alle stampe e si riteneva disperso. Per fortuna venne ritrovato da Carmelo Trasselli nei primi anni Sessanta del XX secolo, presso il Museo Archeologico di Palermo, assieme ad altri documenti tra cui un Registro della Zecca. Tali documenti furono dal Trasselli trasferiti presso l’Archivio di Stato di Palermo (Trasselli, 1964), ove tutt’ora sono conservati.

L'isola di Sicilia in una pregevole mappa antica
L’isola di Sicilia in una pregevole mappa antica

Finalmente questo importante scritto venne dato alle stampe nel 1964, a Palermo, per iniziativa del Trasselli, col titolo La crisi monetaria siciliana (1531-1802) per i tipi di Salvatore Sciascia: è una miniera di informazioni di prima mano sulle caratteristiche della situazione monetaria siciliana di quegli anni e sulle diverse riforme monetarie succedutesi nel tempo nell’Isola. Per questo motivo, a mio modesto avviso, rappresenta un’indispensabile integrazione all’opera dello Spahr.

Nel 1807 ci si rese conto che in Sicilia circolava una enorme quantità di moneta spicciola di rame falsa. Luigi Dé Medici, che a Napoli era direttore della Segreteria di Stato e Azienda, propose al re tutti i rimedi possibili per risanare questa piaga siciliana, tra i quali annoverò il ritiro dalla circolazione delle monete da 3, 4 e 5 grana (corrispondenti in Sicilia rispettivamente alle monete da 6, 8 e 10 grani siciliani) per riconiarle secondo il peso stabilito dalle vecchie prammatiche, anche se questa operazione si sarebbe tradotta in una forte perdita per l’Erario, nonché la messa a punto di severi controlli su tutti i bastimenti provenienti dall’estero, onde evitare l’immissione nel circolante di ulteriore moneta di rame falsa. Il Dé Medici consigliò al re di adottare queste misure non appena riacquistato il Regno di Napoli.

Il re, comunque, non autorizzò alcuna nuova coniazione in Sicilia fino al 1813, quando una circostanza indipendente dal disordine monetario che imperversava, lo spinse a dare l’ordine di rimettere in funzione la zecca palermitana. La causa della nuova coniazione va ascritta alle esigenze del contingente militare britannico allora di stanza nel Mediterraneo. Con dispaccio del 25.01.1813 la Suprema giunta monetaria ebbe l’ordine di coniare, nella zecca di Palermo, mille libre di verghe d’oro per conto del Governo britannico.

Era accaduto che il ministro plenipotenziario di sua maestà britannica in Sicilia, lord Bentinck, aveva chiesto al re Ferdinando III il permesso di far coniare a Palermo, in moneta corrente, una quantità d’oro in verghe che il Governo britannico intendeva mandare nel Mediterraneo.

Doppia oncia Palermo 1814
Dettaglio del ritratto di Ferdinando III

Vi è da dire che il contegno del re Borbone fu dignitoso e pragmatico: non potendo pensare di rispondere con un rifiuto al potente alleato-protettore, dispose, uniformandosi al parere del Tribunale del Real Patrimonio reso il 15 gennaio 1813, che le menzionate verghe d’oro britanniche potevano portarsi nella Regia Zecca di Palermo per essere trasformate in monete, a condizione che recassero la sua effigie e venissero coniate secondo le istruzioni del 31 marzo1734, che fissavano il titolo, il peso e i valori nominali delle monete da battere in Sicilia.

Per inciso si deve sottolineare che, come argutamente ha fatto notare Trasselli, questo accadimento testimonia la fiducia di cui godeva la zecca di Palermo presso il Governo d’oltre Manica ed il suo ambasciatore plenipotenziario, sotto il profilo dell’efficienza tecnica e della correttezza amministrativa. E’, dunque, priva di fondamento la notizia tramandata da G. Bianco ne La Sicilia durante l’occupazione inglese 1806-1814 (Palermo, 1902), ripresa da Giovanni Carboneri ne La circolazione monetaria nei diversi stati (Roma, 1915), relativa ad una presunta coniazione palermitana di sterline auree inglesi negli anni 1813-1814.

La Giunta della monetazione, quindi, il 22, 23 e 24 febbraio 1813 pubblicò un bando relativo alla monetazione aurea da coniarsi per il Governo britannico. Esso stabilì che si sarebbero coniate monete auree, al titolo di 22 carati, per complessive 80.000 once, suddivise in 20.000 pezzi da 2 once e 40.000 pezzi da un’oncia. I pesi dei due nominali sarebbero stati di “dramme due e scrupoli due” (10 trappesi, equivalenti a 8,815 grammi) per la doppia oncia, e l’esatta metà per l’oncia (4,408 grammi). La tolleranza sul titolo legale dell’oro fu fissata a soli 1/8 di carato (5,2 millesimi), mentre per il peso venne disposto non solo che esso non poteva essere inferiore a quello legale, ma che addirittura doveva essere superiore a quello legale di mezzo coccio (pari a circa 27 milligrammi). Nel bando ciò venne motivato così: “[…] affinché la bilancia non sia in perno ma inclini verso la parte delle monete”. Ecco che il peso effettivo della doppia oncia fu prescritto pari a g 8,842 e quello dell’oncia pari a g 4,435.

Doppia oncia Palermo 1814
Dettaglio della Trinacria simbolo della Sicilia

Sono stati, invece, tramandati, i seguenti pesi e titoli per la doppia oncia: Carboneri, 1915: 10 trappesi, ovvero g 8,815, titolo 21 carati e ¾, ovvero 906,25 millesimi; D’Incerti, 1960: g 8,798, titolo oro 906,25 millesimi; Sphar, 1982: g 8,80; Pagani, 1982: g 8,80, titolo 906 millesimi; Varesi, 2001: g 8,8, non esplicita il titolo; Gigante, 2010: g 8,8, titolo 906 millesimi; Montenegro, 2016: g 8,8, titolo 906 millesimi. Con tutta probabilità, la particolare disposizione sul peso della moneta si dovette al prestigio della committenza, verso la quale sua maestà intendeva senz’altro dimostrare l’irreprensibilità dell’amministrazione monetaria siciliana. E’ poi da considerare anche il fatto che l’oro da monetare era, come detto, fornito direttamente dal Governo britannico.

Il 12 ottobre 1813 l’appalto per la coniazione di questa monetazione d’oro venne affidato a tale Mariano Pampillonia e il plenipotenziario inglese lord William Bentinck approvò il relativo contratto d’appalto il successivo 16 ottobre. Nel frattempo il re dispose che, ai fini della coniazione in argomento, venissero impiegate anche le verghe auree pignorate per conto del Senato di Palermo, per un valore di 20.000 once, onde evitare che quest’ultimo continuasse a pagare interessi su di esse.

Come visto il bando per l’appalto di questa monetazione aurea prevedeva la coniazione di monete da 2 once e da un’oncia, mentre, in realtà, il re dispose la coniazione delle sole doppie once se ciò avesse comportato, come in effetti fu, un risparmio per il Senato e per gli inglesi. Questi ultimi, infatti, erano tenuti a sobbarcarsi tutte le spese di coniazione, quali: la piccola perdita dell’appaltatore su ogni libbra (in relazione al fatto che le monete dovevano pesare un po’ di più del peso legale) le spese di coniazione e il guadagno dell’appaltatore. Dunque, per quanto appena detto, la doppia oncia aurea fu battuta e liberata al mero costo di produzione, senza diritti di signoraggio.

L’effige del re e il vero cognome del maestro di zecca

Al dritto di queste doppie once auree compare il profilo di Ferdinando III di Sicilia, definito nella legenda P. F. A., ovvero Pius Felix Augustus, con corona radiata quale rimando al dio Sole. Giacomo Majorca definisce la corona radiata come “corona all’antica”, riportando una citazione del Ginanni ne l’Arte del Blasone: “[…] fu anticamente propria degli imperatori, dei re o dei principi, ed è composta da un cerchio d’oro smaltato di varii colori, rialzato di dodici punte aguzze a guisa di raggi”. Questa effigie venne scelta dal re in persona in seno alle tavole numismatiche che il maestro di zecca, Vicenzo Benenati, gli aveva inviate il 16 ottobre 1812.

Qui occorre chiarire che il Della Rovere, nei suoi scritti, più volte indica come Benenati il corretto cognome del maestro di zecca palermitano, dunque devono essere corretti i lavori relativi alla numismatica siciliana che hanno tramandato, errando, il cognome Beninati. Ad ulteriore conferma di ciò devesi notare che anche Vincenzo Castelli, Principe di Torremuzza, nel volume II del suo Fasti di Sicilia, pubblicato a Messina nel 1820, a pagina 557 riporta e conferma il corretto nome di Vincenzo Benenati.

Una nuova luce sulla tiratura della moneta

Volendo aggiungere qualche inedita informazione su queste artistiche e rare doppie once, è d’obbligo sottolineare che, ad oggi, nessuno studioso di numismatica sicula ha avanzato ipotesi in merito alla tiratura ed all’incisore dei coni. Mentre il nome dell’incisore dei coni sarà svelato nel prosieguo, per quanto riguarda la tiratura di questa artistica moneta, l’unico studioso che ha fatto delle ipotesi è stato Trasselli, che era, si badi, uno storico e non un numismatico. Egli nel 1964 propose la cifra di circa 40.000 pezzi, assumendo quale riferimento le frequenze della coniazione di dette monete come tratte da documenti ritrovati nell’Archivio di Stato palermitano. Trasselli, comunque, non intese fornire un numero esatto di pezzi coniati, ma parlò di un dato approssimativo, evidentemente suscettibile di essere rivisto in eccesso o in difetto mediante altre fonti documentarie.

Il lungomare di Palermo e la monumentale Porta Felice in una cartolina
Il lungomare di Palermo e la monumentale Porta Felice in una cartolina

Dall’analisi del contratto d’appalto della monetazione in favore di Mariano Pampillonia, pubblicato in appendice allo studio di Romualdo Giuffrida del 1974, è accertato che per produrre queste monete, il governo britannico mise a disposizione della zecca di Palermo esattamente 1000 libre d’oro in verghe; è altresì certo che il titolo della lega aurea prescritto per la coniazioneera di 22 carati (916,67 millesimi), così come spiegato in precedenza.

Soffermiamoci sul significato di “oro in verghe”: significa che l’oro inglese era fornito in lingotti di oro puro. Oggi la dizione sarebbe “oro in lingotti”, ma allora si parlava di “verghe” per indicare le barre o i lingotti di oro puro. Dunque doveva monetarsi un peso complessivo di 1000 libbre di oro puro, che, ridotto al titolo di 22 carati, fornisce un peso totale di 1000 x 24/22 = 1.090,909 libbre. Tenendo presente che la libra equivaleva allora in Sicilia a 12 once e che ciascuna oncia constava di 30 trappesi (ciò valeva solo per l’oro), si può ridurre il peso in trappesi: 1.090,909 x 360 = 392.727,24 trappesi.

Sappiamo, altresì, che il peso effettivo di ogni singola moneta da 2 once era fissato a 10 trappesi (peso legale) + ½ coccio. Ricordando che un trappeso era formato da 20 cocci, il peso effettivo della doppia oncia aurea ascendeva a 10,025 trappesi. Il valore esatto della tiratura, dunque, è presto determinato: 392.727,24 / 10,025 = 39.174,79 pezzi

A questo punto, tenuto conto delle inevitabili approssimazioni dovute al grado di precisione degli strumenti con cui, a quel tempo, si pesavano i metalli da monetare, nonché delle approssimazioni inevitabili nel formare la lega aurea da monetare, si può ritenere plausibile una tiratura di 39.175 pezzi. Peraltro questo dato, ottenuto dalle informazioni ufficiali tratte dal contratto d’appalto per la monetazione in parola, conferma la buona approssimazione del dato numerico ipotizzato dal Trasselli.