In numismatica, le monete coniate in circostanze particolari, ad esempio gli assedi, rivestono un fascino particolare e le monete ossidionali di Francesco Ferrucci di cui parliamo nel titolo non fanno eccezione. Generalmente, le monete ossidionali venivano realizzate per pagare il soldo alle truppe e coniate sia dagli assediati che dagli assedianti.

La caratteristica più rilevante è l’irregolarità sia della forma ma anche del valore, spesso non in linea con il piede monetario usato in genere nell’area, né corrispondente al contenuto del titolo prescritto. E’ questo il motivo per cui molte di queste monete venivano ritirate dopo gli eventi bellici per essere nuovamente rifuse e sono oggi rare.

A causa della carenza del metallo da monetare, in occasione di assedi vennero realizzate anche coniazioni con materiale non metallico come il cuoio. Federico II ad esempio, in occasione dell’assedio di Faenza nel 1240-1241, rimasto senza moneta dopo aver impegnato anche “i suoi gioielli e vasellamenti”, pagò i cavalieri e “chi serviva l’oste” con una tessera di cuoio che aveva impressa la sua figura, garantendo il valore corrispettivo “d’uno agostaro d’oro”.

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Francesco Ferrucci (1489-1530) è passato alla storia come esempio di virtù di patria avendo difeso fino all’estremo sacrificio la Repubblica Fiorentina nel 1530

Passando alle monete ossidionali di Francesco Ferrucci, queste – assieme a monete spagnole e fiorentine – furono le protagoniste di quel tragico scorcio del primo Cinquecento che culminò nell’agonia della Repubblica di Firenze, terminata nel 1530 con la capitolazione alla Lega Santa. In particolare, grazie ad una rilettura di alcune lettere scritte dal capitano fiorentino Francesco Ferrucci al Magistrato dei Dieci, contenute e raccolte nella sua biografia scritta da Filippo Sassetti, è stato possibile identificare le tipologìe monetali coniate durante l’assedio di Volterra per pagare le soldatesche mercenarie.

Ripercorriamo in breve quanto accaduto. Nel panorama del primo Cinquecento, tramontata la politica dell’equilibrio mediata da Lorenzo de’ Medici, la Pneisola italiana divenne terra di conquista e di contesa con l’intervento di Francesi e Spagnoli, cui si alleò papa Giulio II, chiamato anche “il papa guerriero”, varando la cosiddetta Lega Santa.

La Repubblica Fiorentina sorta dopo la cacciata di Piero de’ Medici, sotto il cui dominio si trovava anche Prato, ormai da due secoli, non aderì alla Lega Santa, preferendo, in nome di antichissimi legami, sposare la causa francese. Il pontefice scomunicò i Fiorentini e nominò cardinale Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, legato pontificio presso il proprio esercito, in piena opposizione alla Repubblica stessa, per riaffermare gli interessi della propria famiglia, rientrare in patria e riconquistare ufficialmente il potere.

Monete fiorentine dell’inizio del XVI secolo: in alto, un barile da 10 soldi del primo semestre 1510; in basso, un quattrino del primo semestre 1507. Sono queste le tipologie di monete ossidionali di Francesco Ferrucci che verranno anche coniate a Volterra

Le truppe della Lega, formate principalmente da soldati spagnoli, senza scrupoli, stanchi e logorati da estenuanti battaglie in terra straniera, nella loro marcia verso Firenze nell’agosto 1512 si fermarono a Prato, prima piazzaforte fiorentina per gli Spagnoli di Raimondo Cardona che calavano dal bolognese, dando luogo al Sacco di Prato. Fu un’atroce mattanza: perirono circa seimila persone. La città in pratica pagò al posto di Firenze con la vita dei propri cittadini e Firenze, visto lo scempio fatto ai Pratesi, spalancò le porte ai vincitori così che i Medici poterono rientrare liberamente nella loro città.

Il ritorno dei Medici in città tuttavia fu destinato a durare poco in quanto, il 16 maggio 1527, furono estromessi nuovamente dai Fiorentini, i quali ristabilirono una Repubblica. L’assedio di Firenze del 1529-1530 fu l’atto finale della imposizione del predominio spagnolo in Italia per opera di Carlo V d’Asburgo.

Avendo piegato le ultime resistenze alla sua politica egemonica con il Sacco di Roma e la resa di papa Clemente VII alla cui signoria Firenze si era ribellata, allo scopo di contentare il nuovo alleato e farsi perdonare l’inaudito attacco al papato, Carlo V dovette, pur con scarso entusiasmo, adattarsi a ristabilire la famiglia Medici sul trono ducale.

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Assedio di Firenze del 1530: mezzo scudo in argento della Repubblica Fiorentina con al rovescio una croce greca legata con, sul braccio superiore, la corona di spine. Moneta estremamente rara

Dopo alcune battaglie di avvicinamento gli imperiali iniziarono l’assedio il 14 ottobre 1529: della difesa della città fu incaricato in qualità di capitano generale Malatesta IV Baglioni mentre Francesco Ferrucci, che aveva già dato più di una prova di conoscenza dell’arte militare per aver preso parte nelle famose “bande nere”, fu nominato commissario ad Empoli, castello importantissimo per il vettovagliamento dei centomila abitanti di Firenze.

Quando Volterra si ribellò a Firenze, la Signoria impose a Francesco Ferrucci di lasciare momentaneamente il caposaldo empolese per andare a riconquistare quell’importante centro nella Val di Cecina. È su questo palcoscenico che vanno in scena alcuni episodi di coniazione.

Nella vita di Francesco Ferrucci, Filippo Sassetti narra che durante l’assedio di Volterra “il Ferruccio, con quella maggiore sollecitezza che fusse possibile, attendeva a far coniare monete di quegli argenti, valendosi di ciò dell’opera d’uno orefice fiorentino che era nel suo esercito, e di certi torselli e punzoni statili mandati a questo effetto di Firenze: ma, perché vi mancavano la maggior parte degli strumenti principali, batte certe monete quadre, di valore di mezzo fiorino”.

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Altrettanto raro lo scudo del sole battuto, con orgoglio, dalla zecca di Firenze prima di capitolare agli imperiali nel 1530. Sulla croce, in questo caso, manca la corona del Cristo

“Quegli argenti” citati da Filippo Sassetti non sono altro che il bottino delle requisizioni avviate dal Ferrucci prima ad Empoli e poi a Volterra, che lui stesso confessa in prima persona nelle lettere destinate al Magistrato dei Dieci di Firenze: “[…] preso tutti gli arienti superflui délie Chiese nel medesimo modo, e dipoi tolto tutti gli arienti, nappi, e taze, e forchette, e chucchiai, e anella doro, e dariento duomini, e donne, e messi in zecha a battere, e che per tre anni non si potessi portare anella per persona doro, e dariento”.

Le monete ossidionali fiorentine che vengono coniate a Volterra, invece che ad Empoli come hanno erroneamente ipotizzato i compilatori dell’XI volume del Corpus Nummorum Italicorum senza peraltro identificare quali tipologie fossero, sono barili (grossi d’argento emessi per pagare la gabella corrispondente a un barile di vino e due di olio) e quattrini (monete in mistura di piccolo taglio, composte prevalentemente di puro rame, usate per le piccole transazioni quotidiane).

È lo stesso Ferrucci che ci testimonia di voler coniare tali tipologìe di nummi per “mantenere queste bande ed augumentarle” in occasione della presa della città nel 1530. La loro battitura avviene direttamente sul luogo assediato ed i rispettivi conii vengono richiesti direttamente alla zecca “ufficiale” attraverso il corrispondente repubblicano: “[…] Et mandate quattro torselli delle stampe mandate, et dua altre stampe di quattro grossi o barili, con loro torselli doppi: et non si manchi subito”. In particolare, per trovare l’intrinseco da monetare in quattrini, Ferrucci requisisce uno dei simboli più rappresentativi della città, cioè “la campana grossa del palazzo loro, che penso sia rebbellà per avéra sonato a martello contro alli ordini più volte”.

Riproduzione moderna di un dettaglio del quadro di Daniele Antonio Bertoli che mostra gli ultimi attimi di vita di Francesco Ferrucci, già ferito, con Maramaldo in piedi

Con una provvisione del 3 luglio di quell’anno i priori ed il gonfaloniere di giustizia della Repubblica di Firenze statuiscono che le normali operazioni di zecca, come ottenere il titolo “puro” o la lega voluta di un determinato metallo, a causa della situazione di emergenza dettata dall’assedio spagnolo, non erano più possibili. Nella vana speranza che la situazione tornasse alla normalità si ricorre così all’ultima coniazione repubblicana, attraverso l’emissione dello scudo del sole e del mezzo scudo, con quest’ultimo che sarà di argento dorato in quanto non sarà possibile partire oro da ariento”. La sua coniazione durò soltanto due mesi.

Durante l’assedio che vide il suo culmine il 12 agosto 1530 Ferrucci si distinse per il suo valore opponendo una strenua resistenza contro forze nettamente preponderanti in numero e armamento. L’esercito repubblicano da lui guidato dovette però capitolare a Gavinana, sulla montagna pistoiese, dove il Ferrucci venne ferito e catturato. Già gravemente malato, fu portato al cospetto del comandante superstite, Fabrizio Maramaldo, un militare italiano al soldo dell’esercito imperiale, che per vendicarsi delle numerose sconfitte e scherni da lui ricevuti, lo uccise contro tutte le regole della cavalleria.

Si vuole che Ferrucci prima di spirare gli abbia rivolto con disprezzo le celebri parole: “Vile, tu uccidi un uomo morto” o più fiorentinamente “Tu dai a un morto!”. Il sacrificio di Ferrucci divenne, in epoca risorgimentale, emblema del sentimento nazionale mentre il nome del suo aguzzino si trasformò in sinonimo di “traditore” e di “fellone”.