Del celeberrimo doge Francesco Morosini abbiamo già parlato, ad esempio per l’osella e il monumento che lo ritraggono ancora vivente, “in gloria”, a seguito dei suoi successi militari o di un’altra coniazione “di propaganda” che sottolinea le virtù guerriere della Serenissima nei difficili anni della fine del XVII secolo.
In queste righe torniamo sull’argomento dal momento che nel 1693 Venezia, per l’ennesima volta nella sua storia, si trova a fare i conti con le pressioni dei Turchi sui propri possedimenti nel Mediterraneo orientale. L’anno prima, dopo alcune cocenti sconfitte, il comandante della flotta della Serenissima Domenico Mocenigo era stato sollevato dal suo incarico e trasferito per punizione a Vicenza.

Un’osella per “giustificare” le sconfitte nel Levante, quella emessa a nome di Francesco Morosini nell’anno V di dogato e qui nella versione in argento
In quell’anno venne emessa anche un osella (in oro da 4 e da 3 zecchini, e in argento, sul cui rovescio campeggia un braccio loricato la cui mano stringe un fascio d’armi. Attorno, la legenda QVEM NON EXERCVIT ARCVM (“Quale arco non hai impiegato?”) a sottintendere come soggetto, secondo alcuni, proprio il doge Francesco Morosini (che, tuttavia, nel 1692 non ricopriva alcun comando sul campo) e, secondo altri, la Repubblica, nel senso che nessun mezzo bellico era stato trascurato nella guerra contro i Turchi: se la sorte non era stata favorevole, la colpa non era quindi del doge o della Repubblica.
L’anno seguente, tuttavia, un’altra osella, di diverso soggetto e tenore, tornò sull’argomento; coniata in oro con valore di 3 zecchini e in argento, reca sul rovescio un inconsueta composizione di quattro berretti da condottiero insieme ad altrettanti bastoni da comando, il tutto sormontato dal corno dogale.

Vero e proprio esempio di esaltazione di una carriera di successi militari, l’osella dell’anno VI del Morosini raffiura i berretti e i bastoni di comando ottenuti nel 1657, 1667, 1684 e 1693
La moneta, come spiega tra gli altri Mario Traina, “Si riferisce alla decisione di Francesco Morosini, ormai settantaquattrenne, di deporre il corno dogale per riprendere in mano, per la quarta volta, la spada e guidare di nuovo i Veneziani contro i Turchi, che negli ultimi tempi avevano inflitto a Venezia una serie di sconfitte. I quattro berretti ricordano come per ben quattro volte Morosini avesse ricoperto la carica di capitano generale”.
Il tutto è sottolineato dal solenne motto latino VIRTVTEM VESTIGAT ET VLTRO AMBIT HONOS (“L’onore va in cerca del valore e anzi lo corteggia”). Sui dritti di entrambe le coniazioni la scena usuale in cui san Marco, patrono e protettore della Serenissima, porge al doge inginocchiato il vessillo.

Al rovescio la consueta iconografia con san Marco che porge il vessillo al doge, il cui nome è scritto lungo in bordo in forma abbreviata (FRAN. MAVROCEN.)
Come si concluse quest’ennesima avventura del doge condottiero Francesco Morosini? Sebbene acclamato dal popolo per la sua decisione di riprendere le armi, e nonostante vari tentativi di bloccare i Dardanelli e di difendere Corinto da un possibile assedio, il Morosini non potè che “tamponare” le azioni ottomane nell’estate di quel fatidico 1693.
La campagna bellica, conclusasi senza scontri risolutivi, portò alla decisione di far svernare la flotta nel porto greco di Nauplia (detta ai tempi “Napoli di Romania”) dove l’invincibile “Peloponnesiaco” si ammalò e morì il 6 gennaio del 1694.





































