Per quella strana coincidenza che a volte capita a chi si imbatte in documenti che gettano luce su determinati argomenti mentre è impegnato a ricercare tutt’altro – evento che va sotto il nome di serendipità – ho avuto la ventura di poter consultare alcune carte vergate in Inghilterra, nei primi anni del Novecento, da tale Arthur Westwood.
Costui fu assunto come aiutante del maestro di saggio presso l’Assay Office di Birmingham nel 1893 e ricoprì tale carica fino al 1911, quando ottenne la promozione a maestro di Sìsaggio, posizione che mantenne fino al 1951. E’ noto per aver pubblicato con successo, nel 1914, il catalogo della vasta biblioteca di quell’ufficio.
Ebbene, gli scritti di Westwood rivelano importanti e inedite informazioni sulla celebre medaglia coniata a nome di Ferdinando IV di Borbone (1751-1825) per celebrarne la restaurazione sul trono napoletano nel 1799, dopo l’effimera parentesi giacobina.

Piastra da dodici carlini della Repubblica Napolitana coniata nel 1799, “anno settimo della libertà”
Come noto la caduta della Repubblica Napolitana del 1799 avvenne per mano dell’esercito della Santa Fede, guidato dall’intrepido cardinale Fabrizio Ruffo (1744-1827), nonché a causa del contemporaneo abbandono al proprio destino dei giacobini napoletani da parte delle forze armate francesi al comando del generale Jacques-Étienne Macdonald (1765-1840), che lasciarono Napoli il 7 maggio 1799.
Il “Cardinale Rosso”, come venne soprannominato il Ruffo, sbarcato il 7 febbraio 1799 con soli otto compagni a Punta Pezzo, località a nord di Reggio Calabria, man mano che procedette verso nord, alla volta della capitale partenopea, riuscì a farsi seguire da tanti popolani, la maggior parte appartenente alle classi sociali più neglette, nullafacenti, gente di malaffare ed ex galeotti, la gran parte in cerca di facile arricchimento. Il grande merito del cardinale fu senza dubbio quello di riuscire a mantenere una certa parvenza di organizzazione nel materiale umano di cui via via venne a disporre durante la sua marcia dalla Calabria a Napoli, quella massa di popolani e gente con pochi scrupoli che prese il nome di “Esercito della Santa Fede”, sanfedisti per l’appunto.

Matthew Boulton, fondatore della zecca privata Soho Mint e grande innovatore nel proceddo industriale di produzione di monete e medaglie
Egli si avvalse delle sole armi che il suo status gli consentiva di utilizzare: l’ispirata favella, un crocifisso e una bandiera recante lo stemma reale borbonico da una parte e una croce dall’altra, su cui era la legenda “In hoc signo vinces”. Il successo della spedizione sanfedista fu strepitoso e le fonti storiche tramandano che, alle porte di Napoli, il Ruffo arrivòa poter contare su una schiera di più di 17 mila unità. Il 13 giugno 1799 i sanfedisti si scontrarono coi repubblicani all’altezza del Ponte della Maddalena: questi ultimi, dopo una certa resistenza, dovettero cedere il passo e ritirarsi, consentendo al Ruffo di entrare in Napoli, ove i più facinorosi dei sanfedisti e i lazzaroni si dettero a violenti saccheggi ed a una sommaria caccia al giacobino.
La prima notizia importante certificata dalle carte Westwood è che queste medaglie di Ferdinando IV di Borbone sono state coniate nella zecca privata di Matthew Boulton (1728-1809) a Soho, nei pressi di Birmingham, mediante presse azionate dai motori a vapore progettati da James Watt (1736-1819). Tal fatto, sconosciuto a Eduardo Ricciardi, è stato solo recentemente avanzato in via dubitativa da Salvatore D’Auria nella sua pubblicazione in tre volumi sulle medaglie napoletane e siciliane del 2019. I documenti d’Oltremanica, inoltre, riportano il seguente brano del diario tenuto da tale Thomas Bingham Richards:
“Il signor Boulton […] suggerì che sarebbe stato auspicabile realizzare una medaglia per commemorare il primo ritorno del re di Napoli nella sua capitale. […] Ne disegnai una che raffigurava la testa del re su un lato e, sul rovescio, una veduta della città di Napoli dalla strada per il Vesuvio con la flotta che entrava nella baia e la Fama che portava una targa con il ritratto di Nelson circondato d’alloro. Alcune di queste medaglie furono inviate a Palermo, su richiesta del re, tramite Sir William Hamilton. Il loro valore era di circa duecento sterline”.

Dritto della medaglia (rame, mm 48) coniata nel 1799 per il ritorno di Feridnando IV di Borbone a Napoli dopo la breve parentesi giacobina
Innanzitutto cerchiamo di capire chi fosse Thomas Bingham Richards. Primogenito di un argentiere di Birmingham, svolse l’attività di agente estero per conto del padre, per la qual cosa negli ultimi anni del Settecento lo troviamo in Sicilia. Trovandosi per i propri affari a Napoli al momento della partenza di Ferdinando IV di Borbone e dei sui fedelissimi alla volta di Palermo, il 23 dicembre 1798, essendo in ottimi rapporti con William Hamilton, ambasciatore inglese presso la corte napoletana, e con l’affascinante quanto pericolosa moglie di questi, Lady Hamilton, al secolo Emma Lyon, decise di imbarcarsi sulla Vanguard dell’ammiraglio Horatio Nelson assieme alla corte napoletana.
Il diario di Richards rivela, dunque, che fu proprio Matthew Boulton ad avere l’intuizione di coniare la medaglia e che i disegni del dritto e del rovescio furono eseguiti dal medesimo Richards. Inoltre, a ben vedere, esso informa che quello che è sempre stato definito “genio alato” o “vittoria alata”, che sul rovescio della medaglia in argomento dà fiato ad una tromba nel mentre sostiene un medaglione recante il profilo di Lord Nelson, in realtà è l’allegoria della Fama.
Richards narra nel suo diario che il primo ritratto di Ferdinando IV di Borbone non piacque al re e che, pertanto, ne approntò un secondo ispirandosi al dritto di una piastra da 120 grana, nonché dell’effigie reale dipinta su un ventaglio di sua proprietà. Di seguito il disegno originale di Thomas Bingham Richards per il rovescio della medaglia di che trattasi, che, a parte qualche piccola variante, è stato tradotto in incisione effettiva da parte dell’incisore della zecca di Boulton a Soho, Conrad Heinrich Kuekler.

Bozzetto del rovescio opera di Thomas Bingham Richards
Le carte Westwoodci informano, altresì, su un dato tanto importante quanto inedito: la tiratura di queste medaglie. Da una lettera di Thomas Bingham Richards a Matthew Boulton del 27 novembre 1799 si evince che il primo ordinativo di coniazione della medaglia in argomento venne avanzato da Ferdinando IV di Borbone in persona. L’ordinativo reale riguardò complessivi 524 esemplari, distinti come segue: 12 medaglie in argento; 12 in bronzo dorato; 300 in bronzo; 200 in metallo bianco.
Altri esemplari furono prodotti da Boulton per essere messi in commercio come normali pezzi per collezionisti e simpatizzanti del re Ferdinando IV di Borbone, ma anche e soprattutto per gli estimatori delle gesta mediterranee dell’ammiraglio Nelson.

Rovescio della medaglia (rame, mm 48) ccon la scena del trionfale rientro del sovrano nella capitale del Regno delle Due Sicilie
Resta accertato che la coniazione di questo tipo di medaglie prese avvio il 19 novembre 1799 e terminò il 26 maggio 1800. Nel complesso le attività di coniazione delle medaglie durarono tredici giorni per una produzione totale di 915 esemplari, nel cui novero sono inclusi gli esemplari ordinati da Ferdinando IV: 24 medaglie d’argento; 12 in bronzo dorato; 535 in bronzo; 344 in metallo bianco.
Alla luce di queste tirature ufficiali, la tipologia più rara è quella in bronzo dorato, seguita da quella in argento. È pertanto evidente che i due esemplari conservati a Napoli nel Museo Nazionale – da sempre descritti come in oro – sono stati realizzati dopo il 26 maggio 1800 oppure, più verosimilmente, sono esemplari in bronzo dorato. Varrebbe la pena fugare il dubbio sottoponendo i due esemplari in argomento quanto meno ad una verifica del peso. Ad ogni buon conto ho girato il quesito al MAN di Napoli.

Mezza piastra (60 grana) coniata a Napoli 1794 con ritratto di re Ferdinando IV di Borbone
Qualcuno potrebbe eccepire che è molto strano che le due medaglie del Museo Archeologico Nazionale di Napoli non siano effettivamente in oro, visto che nel corso dell’Ottocento e del Novecento sono state osservate e studiate da molti cultori di medaglistica borbonica. A ben vedere, però, se così fosse non mi sorprenderei più di tanto. Infatti si deve tener presente che Boulton ha rivoluzionato il processo produttivo di monete e medaglie, nella sua zecca privata, trasformandolo da attività artigianale a processo industriale, di precisione, avvalendosi, come visto, di rivoluzionarie presse azionate dai motori Watt a vapore, ma anche perfezionando la doratura al mercurio delle medaglie a tal punto che esse, se in elevato stato di conservazione, sono difficilmente distinguibili da esemplari in oro.
Descrivo per sommi capi, ma in modo comunque rigoroso, il processo di doratura messo a punto da Boulton (chiamato anche “doratura a fuoco” od “ormolu”). La medaglia veniva preventivamente trattata con soluzione di acido nitrico, per eliminarne eventuali impurità; successivamente era ricoperta con uno strato di amalgama di oro e mercurio, nella proporzione di una parte a otto, dalla consistenza densa e dal colore argenteo, che poteva essere spalmata sulla superficie da trattare con appositi strumenti di ottone. Poi, la medaglia era riscaldata su carbone in appositi forni: il calore faceva evaporare il mercurio e restava uno strato uniforme di oro fortemente legato, a livello molecolare, con la superficie metallica di supporto. Si badi, in questo contesto, che Boulton utilizzò sempre oro di elevatissima purezza per produrre la sua amalgama.
Addirittura, attraverso gli esperimenti e i tentativi eseguiti nello stabilimento di Soho, egli scoprì che la doratura delle medaglie era tanto più resistente ed esteticamente efficace quanto più alto era il tenore di rame del supporto; pertanto iniziò ad utilizzare quello che oggi è conosciuto come “gilding metal”, metallo per doratura, lega composta da 950 millesimi di rame e 50 di zinco. Tale lega era ideale in quanto sufficientemente malleabile per consentire di ottenere rilievi molto alti e dettagli nitidi grazie alle presse a vapore; inoltre la particolare composizione chimica favoriva la tenace adesione del rivestimento aureo.

Stampa di fine XVIII secolo raffigurante la Soho Mint, la zecca privata di Matthew Boulton
Dopo il riscaldamento, l’oro appariva opaco e per renderlo brillante Boulton mise a punto le seguenti lavorazioni: (1) brunitura con pietre d’agata o strumenti d’acciaio, con cui la superficie dorata veniva compressa e lucidata, chiudendo e spianando i micro crateri lasciati dall’evaporazione del mercurio; (2) colorazione mediante miscele di sali o cere, mediante le quali Boulton riusciva a regolare la tonalità dell’oro, rendendolo più rosso o più giallo in base all’esigenza del cliente.
Tale metodo di doratura era superiore a quelli classici allora in uso in quanto la combinazione dell’azione delle presse a vapore, che sviluppava forti pressioni omogeneamente distribuite sul tondello, e del rigoroso controllo della temperatura durante la doratura, consentiva di produrre medaglie in cui l’oro non copriva i minuti dettagli dell’incisione, bensì li esaltava garantendo, nel contempo, una doratura eccezionalmente durevole nel tempo.
Una curiosità: Boulton non fu pagato finché Richards non sollecitò personalmente il pagamento presso la corte napoletana, nel 1801. Per la serie, “Per pagare e per morire c’è sempre tempo”… Le carte Westwood ci informano anche sui costi sostenuti da Boulton e relativi ricavi di questa operazione medaglistica: le 24 medaglie d’argento costarono 17 sterline e 7 scellini; le 12 in bronzo dorato, 1 sterlina e 10 scellini; le 535 in bronzo, 26 sterline e 15 scellini; le 344 in metallo bianco, 8 sterline e 12 scellini. Il tutto, per un costo di produzione che ammonta nel complesso a 54 sterline e 5 scellini.
La preparazione dei coni fu pagata all’incisore Conrad Heinrich Kuechler nel seguente modo: per la produzione dei conii, 60 sterline; per la tempra dei conii, 2 sterline e 2 scellini (2 ghinee). Ne deriva un totale di 62 sterline e 2 scellini. Per il fatto che il costo dei coni superò quelli di produzione dell’intero contingente delle medaglie, l’incisore fu certamente retribuito anche per i coni del dritto della medaglia che non piacquero a Ferdinando IV e che, perciò, furono scartati.
Dunque le medaglie e i coni costarono a Boulton complessivamente 116 sterline e 7 scellini. Gli incassi della vendita, invece, ammontarono a 171 sterline e 7 scellini, da cui discende che l’investimento assicurò a Boulton un guadagno netto di 55 sterline, più del 47% della spesa. Senza dubbio un ottimo affare!

Progetto di farthing con ritratto di re Giorgio III realizzato adlla Soho Mint nel 1797 su coni incisi da Conrad Heinrich Kuechler, l’autore della medaglia borbonica del 1799
Come visto, l’incisore dei coni di questa artistica medaglia di Ferdinando IV di Borbone è Conrad Heinrich Kuechler, che ha firmato il dritto C.H.K. e il rovescio con la sola K. Volendo fornire qualche notizia biografica su di lui si deve osservare che le informazioni a disposizione sono scarse. Lo studio biografico su Kuechler più completo è probabilmente quello pubblicato nel 1970 da J. G. Pollard su Numismatic Chronicle.
Da esso si deduce che pur non essendo noti il luogo né la sua data di nascita, il nostro lavorò a Darmstadt dal 1763 al 1777, a Mannheim dal 1766 e fu attivo a Francoforte nel 1775 e, in seguito, forse anche a Parigi. Inoltre una lettera indirizzata a Boulton e datata 11 febbraio 1793 ci informa che, con ogni probabilità, Kuechler era originario della Germania (e non delle Fiandre come spesso si legge) e che dovette arrivare a lavorare a Londra prima del 1793, come rifugiato proveniente da Amsterdam, sulla spinta alle incursioni militari francesi nel paese dei tulipani.
La prima proposta contrattuale è inviata al nostro da Boulton con lettera del 13 marzo 1793. Pollard definisce “generosa” l’offerta di collaborazione, ci informa che Kuechler accetta di essere pagato a cottimo per la propria opera incisoria, in base ad un suo rendiconto del 1796, e che Boulton, molto spesso, è in ritardo coi pagamenti, come asserito in una lettera dell’incisore inviata all’attenzione dell’imprenditore di Soho del 7 ottobre 1793. A quel tempo Kuechler non si era ancora trasferito presso la zecca di Boulton a Soho, cosa che accadde nell’estate del 1795, ove rimase apprezzato incisore di conii probabilmente fino al 1806.
In quel di Soho, dati alla mano, preparò i coni per la produzione di trenta medaglie e numerose monete di svariati stati, quali ad esempio, oltre l’Inghilterra, l’Irlanda, la Danimarca, la Russia e il Portogallo. Solitamente firmava i suoi lavori nei seguenti modi: CH KUCHLER FEC; CHK FECIT; CHK; K. ; CHK: ; CH Kuchler. Ad un bel momento, però, qualcosa non dovette andare per il verso giusto con Matthew Boulton per cui abbandonò Soho e pare abbia trascorso la parte finale della sua vita in ristrettezze economiche. Kuechler giace nel cimitero di Handswort, senza una lapide che ne indichi la sepoltura.

La HMS Foudroyant (seconda da destra) durante la battaglia di Minorca il 31 marzo 1800
A questo punto mi sia concessa una piccola nota critica alla descrizione del rovescio di questa medaglia che si legge nella seconda edizione, risalente al 2019, dell’importante trattato in tre volumi di Salvatore D’Auria sulla medaglistica napoletana: l’autore integra quanto scritto nella prima edizione del suo trattato, pubblicata nel 2006 in unico volume, affermando che nelle acque della baia di Napoli è raffigurata la nave ammiraglia inglese HMS Foudroyant con prua a destra, con in secondo piano la nave Sirena ed in fondo la squadra dell’ammiraglio Caracciolo.
È bene rammentare che le fonti storiche ci informano che il 24 giugno 1799 arrivò nel Golfo di Napoli la squadra inglese del Mediterraneo, comandata dall’ammiraglio Nelson a bordo della HMS Foudroyant. La squadra inglese era forte di diciotto vascelli di linea, dunque tutte le navi raffigurate nel rovescio della medaglia non possono che essere inglesi, anche perché l’ammiraglio napoletano Francesco Caracciolo si era già da tempo schierato in favore dei repubblicani ed era, di fatto, già stato condannato a morte dai reali di Napoli quando ancora si trovavano in esilio a Palermo. Questo, almeni stando al tenore delle missive scambiate in quei concitati giorni tra la regina Maria Carolina, Lady Hamilton e Lord Nelson.





































