“Meglio vivere un giorno da leone che cento anni da pecora”: frase di propaganda arcinota, usata e abusata in Italia ancora oggi nei contesti più diversi e della quale, peraltro, ci siamo già occupati in un breve articolo del 2019.
Tuttavia, questo approfondimento ci appare dovuto dal momento che vari lettori ci hanno chiesto lumi su queste parole che i numismatici trovano, incise sulla scure del fascio littorio, a ricordare il decennale della vittoria italiana nella Grande Guerra. Il tutto, ovviamente, sulle celebri 20 lire in argento tipo Elmetto (o Cappellone) coniate dalla Regia Zecca di Roma a nome di sua maestà Vittorio Emanuele III (titolo 600 millesimi, mm 35,50, g 20,00).

Il dritto delle 20 lire 1928 tipo Elmetto (o Cappellone) modellate da Giuseppe Romagnoli e celebrative del decimo anniversario della vittoria italiana nella Grande Guerra
Di questa moneta sono noti dei rari esemplari di prova in argento ed alcune altre prove, rarissime, coniate in oro e dette “dei marescialli” (titolo 900 millesimi, mm 35,50, g 32,25) che vennero offerte in omaggio al re, ai marescialli d’Italia – di qui il nome – e ad alcune alte personalità del regime.
Su tutte queste prove l’iscrizione è su sette righe anziché su sei, ed inoltre della moneta esistono altre prove con rovesci leggermente differenti, senza la legenda qui descritta e con altri dettagli che ne permettono l’identificazione come esemplari preliminari alla produzione di serie, che fu di ben 3.536.250 esemplari. La moneta, perciò, ancora oggi è facilmente reperibile sul mercato.
Realizzata su modelli di Giuseppe Romagnoli e su coni incisi da Attilio Silvio Motti, la 20 lire Cappellone raffigura al dritto il re in uniforme militare – colletto con stelletta a cinque punte ed elmetto tipo Adrian, di quelli usati dal Regio Esercito nella Prima Guerra Mondiale – e la dizione VII. EM. III. RE.; dietro la nuca del sovrano, lungo il bordo, in caratteri piccoli i nomi G. ROMAGNOLI | A. MOTTI INC.

Il rovescio della moneta con il famoso motto inciso sulla scure del fascio littorio: una raffigurazione chiaramente propagandistica in abbinamento al ritratto del re
Al rovescio il fascio littorio rivolto a destra con, a sinistra, il valore e il segno di zecca (L. | 20 | R) e destra, in cerchio, ITALIA; sulla scure del fascio la legenda MEGLIO . | VIVERE . UN . | GIORNO . DA . | LEONE . CHE . | CENTO . ANNI . | DA . PECO | RA (tilde). In alto sul fascio MXMXVIII e in basso MCMXXVII | A. VI.
La legenda, secondo Mario Traina ne Il linguaggio delle monete: “Riprende l’iscrizione attribuita all’ignoto ‘fante del Piave’. Era ancora leggibile, insieme all’altra ‘Tutti eroi, o il Piave o tutti accoppati’, sui ruderi del paese di Fagarè (ora Fagarè della Battaglia, frazione del comune di San Biagio di Callalta, in provincia di Treviso, NdA) quando il 24 maggio 1920 vi si inaugurò il monumento ai caduti nell’eroica resistenza sul Piave.

A sinistra l’elmetto modello Adrian usato nella Grande Guerra dal Regio Esercito, a destra un volume dedicato a Vittorio Emaneuele III con lo stesso copricapo militare
A quanti dubitavano della autenticità dell’iscrizione, il capitano Antonio Fazio testimoniò il 2 luglio 1926 che a scriverla era stato un certo capitano Marchese in forza all’XI Reparto d’Assalto, caduto pochi giorni dopo la battaglia del Piave”. E ancora: “Si veda il proverbio napoletano ‘Meglio toro due anni che bove cento anni’ citato da Benedetto Croce nella Storia del Regno di Napoli”.
Tuttavia, secondo il Secolo d’Italia, l’autore del “Meglio vivere un giorno da leone…” fu Ignazio Pisciotta, mutilato nel 1911 in Libia, ufficiale nella Prima Guerra Mondiale e che, in seguito, divenne generale dei Bersaglieri.
Nel Corriere della sera del 31 luglio 1918, nella sua corrispondenza di guerra, Arnaldo Fraccaroli scrive (con una riformulazione personale della frase reale): “Ritroviamo sulle case qui intorno – sui ruderi delle case – le scritte fatidiche tracciate dai soldati a rapidi colpi di pennello nei primi giorni della resistenza, le scritte portentose che il fuoco nemico ha morso rabbiosamente: ‘Tutti eroi! O il Piave, o tutti accoppati!’ E ancòra: ‘E’ meglio vivere un’ora da leone che cento anni da pecora!’. Giuramenti che furono tenuti. Con queste scritte, le umili case martoriate hanno una sacra maestà di tempio”.

Una delle rarissime 20 lire ORO PROVA dette “dei marescialli” coniate in metallo prezioso e con un conio di rovescio lievemente diverso, col motto su sue righe
Il Corriere della sera del 19 febbraio 1958 cita invece una lettera inviata al Giornale d’Italia dal generale Furio Monticelli, presidente del Museo storico dei Bersaglieri, in cui si precisava che la frase era nota già prima della Grande Guerra.
Riandando con la memoria ai primi anni della sua vita militare, Monticelli ricorda che nella caserma di Caprera, in cui era in servizio nel 1910, “il suo comandante di battaglione, tenente colonnello Giovanni Maggiotto, nome ben noto ai vecchi bersaglieri per la sua eccentricità e per il suo spirito bersaglieresco, fece scrivere sulle pareti delle casermette molte massime – non tutte di sua creazione”.

Una celebre istantanea scattata sul fronte italiano mostra le macerie della casa su cui sarebbe stato scritto “Meglio vivere un giorno da leone che cento anni da pecora”
Tornando ancor più indietro nel tempo, nel volume Il Risorgimento italiano. Biografie storico-politiche d’illustri italiani contemporanei (a cura di Leone Carpi, vol. II, Vallardi, Milano 1886), a p. 241 leggiamo: “Meglio vale vivere un giorno come un leone, che cento anni come pecora”. Le prime attestazioni di quello che divenne uno degli slogan del Ventennio, dunque, risalgono niente meno che al Risorgimento.
In seguito, evidentemente, la frase venne dapprima mutuata come slogan nell’ambiente militare – con punte di “notorietà” nel corso della Prima Guerra Mondiale – ed infine il motto venne “riciclato” da Mussolini, grande comunicatore, che diede a quelle parole la maggior risonanza possibile tanto da farle imprimere anche in moneta. Come dire, “molte citazioni, molto onore…”.





































