Ancora una volta, il COLLEZIONISMO di monete ALLA SBARRA

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Servono norme univoche per la salvaguardia del diritto al collezionismo di monete: l’ennesima collezione confiscata è un campanello d’allarme per tutti

 

di Roberto Ganganelli | Mentre troppi italiani si illudono – smartphone alla mano, ovviamente… – di possedere vecchie lire o euro spiccioli “che possono valere migliaia di euro” il collezionismo numismatico, quello vero, sta vivendo una stagione drammatica nelle aule dei tribunali del nostro paese. Ed è bene smetterla subito – sperando che non sia già tardi – di infilare la testa sotto la sabbia.

Mi rivolgo, con questo Dritto & rovescio, a tutti i soggetti del mondo numismatico italiano, senza esclusioni: dai singoli appassionati ai circoli fino alle associazioni nazionali, tanto quelle che si occupano maggiormente dell’aspetto culturale della numismatica che quelle professionali. Il collezionismo di monete è un patrimonio e un diritto che abbiamo il dovere di preservare.

Proprietà privata o “patrimonio indisponibile dello Stato”?

E’ di appena un paio di settimane fa – a riprova della piega che stanno prendendo gli eventi – l’ennesimo boccone amaro, una sentenza penale pronunciata dalla Corte d’appello del Tribunale di Perugia con la quale un collezionista di lungo corso, proprietario di una raccolta – in maggioranza monete imperiali romane e monete bizantine, in mistura e bronzo, di bassa conservazione media e di nessun pregio – si è visto decretare la confisca di quelli che per una vita sono stati i (modesti) oggetti della sua passione in quanto ritenuti parte del “patrimonio indisponibile dello Stato”.

Preso atto della sentenza, di cui entro novanta giorni saranno pubblicate le motivazioni e che ovviamente seguiremo, informandovi sugli sviluppi del caso, va detto che la collezione incriminata (e a questo punto “condannata”, salvo che il malcapitato numismatico non ricorra in Cassazione) è formata da monete acquistate sia da case d’asta che sul web o in e negozi specializzati, tanto in Italia che all’estero.

Fatture e ricevute d’acquisto? A volte non bastano…

Agli atti, centinaia di documenti fiscali dimostravano come le monete fossero state lecitamente acquisite; pezze d’appoggio che tuttavia, a quanto pare, o sono state ignorate dalla corte o non hanno ormai alcun valore di fronte ad un “sentire istituzionale” che detta legge stabilisce un’equazione – salvo prova contraria, ma quale? – fra saccheggiatore del patrimonio e collezionista di monete.

Monete (e torniamo a riferirci alla collezione confiscata) davvero ordinarie, non rare né tanto meno inedite, disponibili sul mercato al prezzo medio di una pizza o di un buon libro. Oggetti che tuttavia, per il collezionista incriminato  – che nel frattempo si sta abituando al suo nuovo ruolo di “pregiudicato” – hanno costituito per decenni un modo per accrescere la propria cultura, trascorrere il tempo libero in maniera appagante e impegnare, non dimentichiamolo, parte del proprio reddito in un hobby ritenuto (a ragione) del tutto lecito al pari della pesca con la mosca o del decoupage.

Di queste monete, tuttavia, gli organi competenti – dal Mibact a scendere – sembrano voler ignorare, in questo come in altri casi, ogni aspetto salvo la cronologia (sono antiche, ergo da vincolare) e la rarità (presunta, RIC alla mano…) in una smania totalizzatrice che fa ritenere lo Stato in diritto di potersi appropriare di beni privati, di lecita acquisizione, come se il diritto alla proprietà, al commercio, al libero uso del proprio tempo e dei propri soldi da parte dei cittadini debba essere annullato in nome di un (presunto, questo sì) bene pubblico superiore.

La trave nell’occhio: il patrimonio numismatico pubblico

Lo Stato possiede già un enorme “patrimonio disponibile” in termini di monete antiche, medievali e moderne – in buona parte non pubblicato né studiato, non esposto e, quel che è peggio, conservato talvolta in condizioni ambientali e di sicurezza che gridano vendetta – e, in troppi casi, lo lascia morire d’inedia nei magazzini di musei e soprintendenze (quando non scompare misteriosamente, come i tremila denari del tesoretto di Foligno scoperto negli anni Novanta, tanto per fare un esempio).

Perché le istituzioni non si occupano di quelle monete, piuttosto che soffocare con circolari di sapore stalinista il diritto al collezionismo esercitato – il più delle volte, in modo legittimo e consapevole – da tanti cittadini?