La lunga e sanguinosa guerra di Candia (1645-1669) fu combattuta come è noto tra la Repubblica di Venezia e l’Impero ottomano per il possesso dell’isola di Creta, antichissimo dominio marciano che i turchi bramavano per estromettere definitivamente i veneziani dal Levante; dopo anni di sanguinose battaglie navali e un assedio devastante la città di Candia (odierna Iraklion) fu infine conquistata dagli ottomani che ottennero così la vittoria anche se a carissimo prezzo.

Nonostante la guerra di Candia costituisca una delle colonne portanti del Seicento veneziano, dal punto di vista della cosiddetta cultura pop e di massa, ma anche sul piano divulgativo, la sua importanza è del tutto marginale se confrontata, ad esempio, con l’episodio celeberrimo della battaglia di Lepanto (1571) la quale, pur risultando tutt’altro che decisiva, ha goduto e gode di una fama enorme. A tal proposito, da una mia rilevazione del tutto approssimativa riferita al numero di contenuti social media, emerge chela battaglia di Lepanto può vantare più di due milioni di articoli e decine di migliaia di video indicizzati mentre la guerra di Candia può rispondere con al massimo 70 mila articoli e poche decine di video indicizzati.

Tale enorme sproporzione non si applica solo all’attualità e ai contenuti social, anche nel nostro campo di interesse, e in particolare nella medaglistica, esiste una decisa sproporzione tra le medaglie prodotte nel contesto della guerra combattuta a Creta e, ad esempio, quelle per la successiva guerra di Morea (1684-16990), un conflitto scoppiato tra gli stessi avversari non molti anni dopo e che vide come protagonisti alcuni personaggi (come Francesco Morosini) che pure si erano distinti anche a Candia.

1646: il doge Francesco Molin e la conquista della fortezza di Clissa (autore: anonimo; stagno; mm 43; Venezia, Museo Correr)

 

Sulle ragioni di tali macroscopiche differenze tornerò alla conclusione di questo articolo, di sicuro è opportuno premettere che Venezia fu sempre diffidente nei confronti del culto della personalità osteggiando, ad esempio, l’esposizione in contesti pubblici di statue di valorosi veneziani (il busto per Francesco Morosini “adhuc viventi” è la classica eccezione che conferma la regola, approfondisci qui).

Caso a parte era quello della medaglia che del resto, avendo natura privata, poteva essere realizzata piuttosto liberamente presentando (spesso, ma non sempre) il busto del personaggio in un numero di esemplari e con una qualità di esecuzione estremamente variabili. Nel caso delle medaglie per gli eroi della guerra di Candia (comprendendo i contemporanei scontri che avvenivano sulla costa dalmata), spesso esse venivano realizzate a Creta da artisti locali e in condizioni di fortuna.

Certamente poi il numero di esemplari coniati o fusi era modesto, con il risultato che alcune delle medaglie che stiamo andando a esaminare sono rarissime e in diversi casi note solo attraverso un esemplare conservato presso il Museo Correr di Venezia. Decisamente eloquente è, al riguardo, la prima delle medaglie qui proposte. Va premesso che, nonostante per i veneziani la guerra di Candia fosse iniziata nel peggiore dei modi (con la perdita de La Canea già nel 1645) al contrario in Dalmazia il provveditore generale Leonardo Foscolo (1688-1760), il primo dei grandi comandanti veneti che citeremo in questo contributo, riuscì a respingere gli ottomani e addirittura a conquistare l’inaccessibile fortezza di Clissa (1648).

La medaglia che ricorda l’impresa tuttavia non celebra né raffigura il nostro personaggio ma è invece dedicata al doge Francesco Molin, il quale regnava in quell’anno. Fusa in stagno a Venezia la medaglia, opera di un anonimo, mostra infatti al dritto il consueto busto del doge volto a sinistra, con mantello e corno dogale, mentre il rovescio raffigura il suo stemma famigliare; la natura celebrativa della medaglia è chiarita dalla scritta presente nel giro del rovescio: IN DALMATA CLISSAM ADIVNXI CETERA (“Agli altri possedimenti in Dalmazia ho aggiunto Clissa”) senza però che venga citato il vero artefice di tale conquista.

 

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1650. Alvise Leonardo Mocenigo, capitano generale da mar, primo tipo (autore: anonimo; bronzo; mm 45; Venezia, Museo Correr)
1650. Alvise Leonardo Mocenigo, capitano generale da mar, secondo tipo (autore: anonimo; bronzo; mm 45; ex collez. Voltolina)

 

Le cose iniziano a mutare, almeno parzialmente, con la seconda medaglia che andiamo ad analizzare: per capire in modo chiaro i rifermenti di questa e delle successive medaglie sarà però opportuno operare una brevissima digressione sulla tattica che ottomani e veneziani adottarono nel corso della guerra: mentre infatti i primi tentavano di rifornire i loro soldati presenti a Creta evitando, per quanto possibile, scontri navali con i nemici, i veneziani, non potendo vincere sul piano terrestre, erano decisi a impedire tali rifornimenti bloccando lo stretto dei Dardanelli o cercando la battaglia navale decisiva.

In tale contesto emerge la figura di Alvise Leonardo Mocenigo (1583-1654) il quale, nominato capitano generale da mar (in pratica, ammiraglio) nel 1648 fece dapprima evacuare la popolazione civile da Candia e successivamente difese la città riconquistando i bastioni perduti grazie al suo carisma e al suo coraggio. Queste qualità poi furono esaltate nella grande vittoria navale che egli ottenne presso Paro sulla flotta nemica (1651).

I trionfi ottenuti dal Mocenigo furono celebrati a Venezia con canzoni ed esercizi retorici ma soprattutto a Candia con un monumento, epigrafi e soprattutto una medaglia, realizzata in argento (Vienna, Kunsthistorische Museum) e in bronzo (Venezia, Museo Correr ed ex collezione Voltolina), che ricordava proprio la difesa della città.

Al dritto essa presenta, in forte rilievo, il busto dell’ammiraglio volto a sinistra, circondato da un’iscrizione a sua volta contornata da ramoscelli di palma e sormontata da una corona turrita; al rovescio invece si vede chiaramente la piana della fortezza di Candia ai cui lati si notano due figure allegoriche, una con scettro e una con cornucopia.

Di questa medaglia, prodotta proprio a Candia nel 1650, esiste anche una seconda emissione molto meno dettagliata specialmente per quanto riguarda il rovescio (i bastioni sono meno nitidi e non sono presenti le onde del mare);da notare infine che, nell’imponente monumento sepolcrale del Mocenigo ancora oggi visibile nella facciata e nella controfacciata della chiesa veneziana di San Lazzaro dei Mendicanti, oltre alla statua del personaggio e ai rilievi che ricordano le sue maggiori imprese, sono riprodotti, in grandi dimensioni, il dritto e il rovescio di questa stessa medaglia.

 

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1656. Lorenzo Marcello, capitano generale da mar, primo tipo (autore: Giovanni Francesco Neidinger; bronzo; mm 42,4)

1656. Lorenzo Marcello, capitano generale da mar, secondo tipo (autore: anonimo; bronzo; mm 56)

 

Nonostante queste vittorie, i veneziani non furono in grado di bloccare completamente i rifornimenti alle truppe degli invasori che riuscirono ad occupare tutta l’isola tranne la sola Candia: il governo marciano tuttavia non abbandonò la tattica del “blocco” navale che negli anni Cinquanta del secolo trovò il suo maggior esponente in Lorenzo Marcello (1603-1656), al quale non a caso furono dedicate le due medaglie che stiamo per analizzare.

Veterano della guerra sul mare, il Marcello aveva già partecipato a numerosi scontri fin dall’inizio della guerra dimostrando una decisione e una risolutezza fuori dal comune; divenuto infine capitano generale da mar (1655), radunò una potente flotta e l’anno successivo si presentò davanti ai Dardanelli. La grande battaglia che ne seguì vide la totale distruzione della flotta ottomana (che pure era nettamente superiore per numero) e la perdita di sole tre navi veneziane; a questo trionfo, probabilmente il più notevole della storia di Venezia dai tempi di Lepanto, non poté tuttavia prendere parte il Marcello, ucciso da una cannonata proprio mentre guidava l’attacco.

La vittoria ebbe un’eco enorme a Venezia: essa è celebrata anche nel grande quadro di Pietro Liberi che è possibile ammirare nella Sala dello Scrutinio di Palazzo Ducale; inoltre, come premesso, la figura del comandante fu ricordata anche da due diverse medaglie. La prima, opera di Giovanni Francesco Neidinger, è in bronzo e presenta al dritto Lorenzo Marcello di profilo, volto a destra con corazza e mantello; il rovescio si concentra invece proprio sulla vittoria dei Dardanelli sia con la legenda LAVRVS MARIS – HE(L)LES(PONTI) FAVC(IVM)sia grazie alla rappresentazione molto evocativa (e storicamente piuttosto azzeccata) di una serie di galee con le vele ammainate che entrano nello stretto protetto dai castelli ottomani (sui quali garriscono delle bandiere).

Pur riportando le stesse legende sia nel dritto che nel rovescio, la seconda medaglia (di cui sono noti esemplari sia in argento, presso il Museo Civico di Brescia, che in bronzo, presso le Civiche raccolte numismatiche di Milano) è invece opera di un anonimo e presenta delle differenze iconografiche rispetto alla precedente: al dritto infatti Lorenzo Marcello appare sempre di profilo e volto a destra ma il mantello è drappeggiato “all’antica” in più,lungo il bordo, è presente una corona perlinata.

Anche il rovescio, pur ricordando la vittoria navale, la rappresenta in modo diverso e più semplificato: in mezzo allo stretto, protetto dai castelli ottomani, si notano infatti solo cinque galee di cui quella centrale, più grande, è sormontata da un angelo con la croce mentre le altre (sicuramente le due in prima fila) sembrano presentare le mezzelune ottomane.

 

Pietro Liberi, Vittoria dei Dardanelli, Sala dello Scrutinio, Palazzo Ducale, Venezia (1660-1665)

 

Alla morte del Marcello, la Repubblica assegnò il ruolo di capitano generale da mar a Lazzaro Mocenigo, anch’egli veterano del conflitto con i turchi, personaggio particolarmente aggressivo e audace e più volte ferito in combattimento (i turchi lo soprannominarono Kor Kaptan, ossia “capitano orbo”).

La sua azione del 1657 rientra tra le pagine più gloriose della storia militare veneziana in quanto, a dispetto delle avverse condizioni del mare e della tenace resistenza della flotta ottomana, egli riuscì ad infliggerle un’altra grave sconfitta. Deciso a penetrare gli stretti per sfruttare il successo ottenuto, il suo tentativo ebbe tuttavia esiti disastrosi in quanto una batteria dei castelli ottomani (proprioquelli rappresentati nelle precedenti medaglie che abbiamo analizzato) centrò la sua galea che esplose uccidendolo all’istante. Nonostante le sue eroiche azioni e la grande fama di cui godette a Venezia, paradossalmente non sembrano esistere medaglie coeve dedicate a questo personaggio; non se ne ritrovano nemmeno nella monumentale Storia di Venezia attraverso le medaglie di Voltolina.

 

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1662. Marco Bembo, provveditore generale delle armi in Candia (autore: anonimo; bronzo; mm 64,2×54,2; Venezia, Museo Correr)

 

Esiste invece una medaglia dedicata a colui che può essere definito il “braccio destro” di entrambi gli ammiragli appena ricordati, vale a dire Marco Bembo (1619-1697); anch’egli protagonista di dure battaglie fin dai primi anni della guerra di Candia, dimostrò le sue doti proprio durante i due successivi scontri presso i Dardanelli sotto il comando prima del Marcello e poi di Lazzaro Mocenigo.

Al comando delle navi a vela infatti, in entrambe le occasioni Marco Bembo resistette praticamente da solo al primo assalto ottomano esponendosi in prima fila ai combattimenti. Tra il 1659 e il 1662 fu provveditore delle armi in Candia, dove fu costretto a confrontarsi con una situazione quasi disperata tra mancanza di cibo, denaro, rifornimenti, scoppio di malattie e gestione dei rapporti con le milizie locali e alleate. Durante la guerra di Candia dunque meritò vari riconoscimenti offertigli dalla comunità locale, tra cui un busto del peso di “1000 oncie d’argento” e una spada d’oro.

Per aver accettato questi e altri donativi da varie comunità, Marco Bembo fu aspramente criticato in patria e addirittura sottoposto a una severa inchiesta che non portò ad alcuna incriminazione. Sta di fatto che accanto ai doni appena ricordati, egli ricevette anche un esemplare in argento della medaglia qui proposta, opera di un artista anonimo, a lui dedicata con il motto MARCO BEMBO PROPVGNATORI FIDEI.

In essa il provveditore è ritratto al dritto con il busto volto a sinistra, con capelli lunghi, baffi, pizzo e rivestito della corazza in parte celata dal mantello trattenuto da un fermaglio. Se tale raffigurazione ricalca quella delle medaglie precedenti, il rovescio invece colpisce per l’originalità e per le minuziose scelte iconografiche: la parte superiore infatti mostra lo stemma della famiglia Bembo mentre il centro è dominato dai bastioni e dal porto di Candia con le relative indicazioni incise CANDIA – IL FORTINO FORA DI CITA’ – GRAN FORTE – IL BORGO – CITA VECHIA – PORTO. Voltolina fa risalire la medaglia al 1659 tuttavia a mio parare l’annova posticipato al 1662dato che sembra logico ritenere che essa sia stata presentata al Bembo,dalla comunità candiota, alla fine del suo mandato (appunto il 1662)come ringraziamento per il buon governo esercitato.

 

1659. Luca Francesco Barbaro, provveditore generale in Candia (autore: anonimo, bronzo; mm 69,6; ex collez. Voltolina)

 

Risale invece sicuramente al 1659 la medaglia dedicata a Luca Francesco Barbaro (1602-1674), predecessore proprio di Marco Bembo alla difesa e al governo di Candia. Personaggio forse meno carismatico del precedente, il Barbaro si distinse comunque nel conflitto fin dalle sue prime fasi ottenendo, alla guida di una squadra navale veneziana, diversi successi sugli ottomani tra il 1648 e il 1651.

Nominato Provveditore generale di Candia, il Barbaro resse il governo della città per circa tre anni ed è proprio per questa ragione che Consiglio di Candia decise di onorarlo con il dono di una medaglia. Tale precisazione mi sembra necessaria in quanto nella sua opera Voltolina, pur riconoscendo alcuni elementi della carica di provveditore, confonde alcune delle magistrature rivestite dal Barbaro, identificandolo erroneamente come duca di Candia e associando la medaglia a quel ruolo e non a quello di provveditore. Realizzata dunque a Candia, la medaglia presenta, dal punto di vista iconografico, caratteri tipici di quelle già analizzate ma con dei dettagli in più: al dritto il Barbaro è raffigurato con la toga e il busto volto a sinistra, con capelli lunghi, barba e baffi; il contorno è costituito da una cornice di trofei d’armi con, lungo il bordo, in alto, due genietti che sorreggono il cappello tipico della carica di provveditore.

Anche il rovescio, pur presentando l’ormai consueta pianta della fortezza di Candia, è arricchito da un piccolo leone andante nella parte superiore, da una corona di rami di palma sul contorno e dalla rappresentazione delle quattro virtù teologali nella parte inferiore; va notato peraltro che la presenza di queste ultime figure doveva essere abbastanza tipica, dato che esse apparivanoanche nel busto d’argento offerto a Marco Bembo (da noi ricordato in precedenza) dalla comunità locale nel 1662.

 

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1661. Giorgio Corner, duca di Candia (autore: anonimo, bronzo; mm 85; Venezia, Museo Correr)

 

Con la perdita dei suoi grandi ammiragli nel corso degli scontri ai Dardanelli, Venezia subì un colpo molto duro per il proseguo della guerra: mentre infatti gli ottomani ammassavano sempre più truppe sull’isola e ormai evitavano costantemente lo scontro navale, il conflitto si focalizzò sempre più nel brutale assedio di Candia.

È proprio in quest’ultima fase che emerge la figura di Francesco Morosini il quale, dopo aver combattuto valorosamente, sarà infine costretto a cedere la fortezza nel 1669. Nonostante le sue gesta, è forse per tale ragione che non sono note medaglie a lui dedicate per questa fase della sua vita; ne vennero invece realizzate alcune per commemorare l’operato di altri due personaggi, certamente “minori” rispetto al futuro doge ma certo non meno coinvolti nel conflitto: Giorgio Corner (1614-1681) e Giorgio Morosini (1612-1676).

Il primo in particolare si distinse come comandante delle milizie in Dalmazia e il suo operato fu talmente apprezzato da garantirgli il titolo di cavaliere di San Marco; successivamente egli ricoprì la prestigiosa carica di duca di Candia (1657-1659) ed è proprio in tale occasione che la comunità candiota decise di dedicargli una medaglia, dalle dimensioni davvero generose, realizzata tuttavia qualche anno dopo dato che presenta la data del 1661.

Fusa in bronzo e opera anche in questo caso di un anonimo, presenta al dritto il busto del Corner volto a sinistra con lunghi capelli e veste da magistrato mentre al rovescio si nota la decorazione di cavaliere a croce ottagonale con al centro un leone di San Marco in maestà.

 

1664. Giorgio Morosini, capitano generale da mar (autore: anonimo; bronzo; mm 42; Venezia, Museo Correr)

 

Il secondo personaggio, Giorgio Morosini, fu invece coinvolto nella guerra marittima in Egeo fin dalla prime fasi del conflitto: artefice di coraggiosi assalti ai porti ottomani, la sua fama è legata soprattutto agli eventi di Pfarà del 1648 quando riuscì non solo a radunare le poche navi venete sopravvissute ad una tremenda tempesta ma anche a guidarle in battaglia respingendo un assalto ottomano. Nominato capitano generale da mar nel 1660, le sue azioni, volte in realtà più al saccheggio e all’assalto dei convogli, gli valsero la nomina a cavaliere di San Marco.

Terminato il suo incarico, la comunità di Candia gli fece dono di un cuore d’oro massiccio e, con ogni probabilità, della medaglia in cui è definito in toni decisamente “classicheggianti”TRACIAE DOMINATOR ORIENTIS CVSTO(S). Nota in un esemplare in bronzo, conservato presso il Museo Correr di Venezia, la medaglia presenta al dritto, frontalmente,il busto del personaggio e al rovescio il leone di San Marco stante e volto a sinistra, nell’atto di reggere lo stemma Morosini.

Queste medaglie forniscono dunque un interessante spaccato sulla guerra di Candia ricordando e celebrando il ruolo e le azioni sia di personaggi centrali (come Alvise Leonardo Mocenigo, Lorenzo Marcello o Marco Bembo) sia di capitani magari meno celeberrima altrettanto valorosi (è il caso appunto di Giorgio Morosini); nonostante questo, è evidente come un numero così basso di medaglie sia del tutto sproporzionato rispetto alla durata e all’importanza del conflitto combattuto dalla Serenissima.

Come ho già accennato, questo dipese verosimilmente dalle direttive politiche veneziane: se si escludono infatti le medaglie in onore di Lorenzo Marcello (realizzate a Venezia da autori anche molto importanti come Giovanni Francesco Neidinger) le quali andavano a celebrare una vittoria eccezionale, tutte le altre furono realizzate a Candia come donativo e omaggio della comunità a diversi personaggi, i quali peraltro venivano celebrati non tanto per le vittorie navali quanto più per la saggia ed equilibrata conduzione del governo della città.

Questa spiegazione tuttavia è vera solo in parte: anche se in questa sede non abbiamo certamente il tempo di soffermarci sull’argomento, qualche anno più tardi, in occasione della guerra di Morea, tale atteggiamento si capovolse e le medaglie commemorative delle vittorie di Francesco Morosini il Peloponnesiaco (ma anche puramente simboliche e riferite ad eventi specifici della guerra) furono decisamente numerose.

Come si spiega tutto ciò? Ricollegandomi al discorso iniziale e al titolo di questo articolo, a mio parere la motivazione va ricercata nella specificità della guerra di Candia: se infatti la battaglia di Lepanto fu un unico grande scontro con un chiaro vincitore ed eroi ben definiti e la guerra di Morea, se pur lunga, una sorta di “cavalcata trionfale” guidata da un unico protagonista e nel corso della quale Venezia poteva celebrare ogni anno un successo, la guerra di Candia fu nettamente diversa.

Nonostante il forte valore simbolico di scontro impari, le battaglie furono decine e anche se spesso vittoriose non risultarono mai decisive; gli ammiragli capaci e valorosi furono molti ma la sfortuna o la morte impedì loro di diventare dei “simboli” che la cultura popolare potesse ricordare. Infine non va dimenticato che, anche se gloriosa, la guerra di Candia si risolse in una netta disfatta per i veneziani; una disfatta che costò la vita ad un quinto del patriziato e bruciò enormi somme di denaro, aspetti questi che costrinsero il governo veneto a concedere lo status nobiliare a nuove famiglie dietro esborso di 100.000 ducati d’oro.

 

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1650. Medaglia di benemerenza per la difesa di Candia (autore: anonimo; bronzo, mm 38)

 

Se pure poche, a volte lacunose e realizzate in un numero modesto di esemplari, le medaglie che abbiamo incontrato in questo articolo restano comunque importanti testimonianze di eroi dimenticati, ammiragli abili o fortunati che pochi divulgatori o video sui social media ricordano; probabilmente ad alcuni di costoro fu destinata una medaglia, più generica, che non ricordava nemmeno il loro nome, come quella (nota in un raro esemplare in bronzo ma verosimilmente realizzata anche in oro) che propongo a chiusura di questo articolo, caratterizzata dalla più classica delle iconografie: con al dritto il leone di San Marco con libro aperto e zampe anteriori sulla terra e posteriori sul mare e, al rovescio, la veduta prospettica dei bastioni della fortezza di Candia.

Ma forse, più dei capitani, dei patrizi e dei provveditori, il cui valore poteva essere riconosciuto almeno con il conferimento di una medaglia, gli eroi veramente dimenticati restano quei soldati, che fossero marinai della flotta, milizie locali, mercenari o alleati francesi, maltesi e italiani, che caddero per difendere Creta e il cui nome resta oscuro.