Venne modellata nel 1936 dallo scultore Edoardo Rubino è, osservandola con attenzione, rivela molti dettagli inediti e l’essenza dei rapporti di potere in Italia

 

di Roberto Ganganelli | Il nove maggio 1936, un giorno di 85 anni fa passato alla storia dapprima come una delle date più esaltanti e poi come una delle più controverse dell’Italia del Novecento: il giorno della proclamazione dell’Impero d’Africa orientale da parte di Mussolini dopo che l’Etiopia, in circa sette mesi, era stata conquistata dalle truppe guidate da maresciallo Pietro Badoglio, già duca del Sabotino e, dopo allora, anche di Addis Abeba.

La placchetta celebrativa in bronzo della fondazione dell'Impero (mm 80 x 120) opera dello scultore Edoardo Rubino e prodotta nel 1936 dalla Sacchini di Milano
La placchetta celebrativa in bronzo della fondazione dell’Impero (mm 80 x 120) opera dello scultore Edoardo Rubino e prodotta nel 1936 dalla Sacchini di Milano

Chiunque conosca – anche superficialmente – la storia italiana del XX secolo sa bene che quel momento, a livello politico e propagandistico, segnò l’apice del ventennio del regime fascista e che, per l’occasione, furono prodotti innumerevoli cimeli celebrativi, dalle medaglie ai distintivi, dalle cartoline ai manifesti senza contare l’oggettistica di altro tipo finita poi, in gran parte, distrutta con la caduta del duce e il passaggio dell’Italia da Regno a Repubblica.

Senza contare la nuova monetazione Impero che, proprio nel 1936, iniziò a circolare nelle tasche degli italiani andando a costituire la “definitiva” del regno di Vittorio Emanuele III.

Il “cimelio imperiale” di cui vogliamo parlarvi in queste righe è una placchetta celebrativa uniface prodotta dalla nota azienda medaglistica Sacchini di Milano su modello dello scultore e Edoardo Rubino (Torino, 1871-1954), coniata in bronzo, nella misura di mm 80 x 120.

Eccellente modellatore, autore fra l’altro di sculture monumentali come la Vittoria alata dell’Altare della Patria, nel 1933 Rubino fu nominato senatore del Regno e dello stesso anno è il suo Monumento nazionale al Carabiniere eretto nella parte esterna dei giardini del Palazzo Reale di Torino.  Numerose anche le sue medaglie, tra cui le “nuziali” per il matrimonio di Umberto II e Maria José del Belgio del 1930.

A sinistra, medaglia nuziale in oro per il matrimonio di Umberto di Savoia e Maria Josè del Belgio (oro, mm 32,2 per g 22,7) realizzata nel 1930 su modelli di Edoardo Rubino
A sinistra, medaglia nuziale in oro per il matrimonio di Umberto di Savoia e Maria Josè del Belgio (oro, mm 32,2 per g 22,7) realizzata nel 1930 su modelli di Edoardo Rubino

Tanti inediti dettagli per una placchetta fra arte e propaganda

La placca “imperiale” del 1936 opus Rubino è tuttavia particolare per il fitto apparato simbolico e allegorico che la rende un’opera da rileggere nei dettagli, dal momento che rappresenta anch’essa, a suo modo, un capolavoro di arte propagandistica fascista e che nessuno, finora, si è soffermato ad osservarla nei dettagli.

Pur rettangolare, il modellato della placchetta si sviluppa in una lunetta con agli angoli superiori le date degli anni XIII e XIV dell’era fascista e in basso, per esteso, quelle di inizio e fine della campagna d’Etiopia – III OTTOBRE MCMXXXV e IX MAGGIO MCMXXXVI – con la firma in corsivo dell’autore.

Sullo sfondo, una composizione di stendardi con insegne legionarie sormontate dall’aquila (simbolo romano mutuato dall’apparato d’immagine mussoliniano), fucili innalzati al cielo, labari e bandiere; sullo stemma sabaudo in primo piano lo stemma sabaudo, ma appena accennato, quasi invisibile rispetto al resto della modellazione; su quello dietro, fa capolino un immancabile fascio littorio.

Roma elmata, stendardi legionari con lo stemma sabaudo e le aquile romane (e fasciste), fucili innalzati in segno di vittoria per la conquista dell'Etiopia nel 1936
Roma elmata, stendardi legionari con lo stemma sabaudo e le aquile romane (e fasciste), fucili innalzati in segno di vittoria per la conquista dell’Etiopia nel 1936

In alto, su un piedistallo sta Roma guerriera sotto sembianze femminili, l’elmo crestato, una lancia nella mano destra e una vittoriola nella sinistra: la personificazione della Città eterna domina un gruppo di cui fanno parte, dall’altro, una schiera di militari in uniforme coloniale, tre dei quali a cavallo. Si tratta – studiandone le fisionomie, non vi sono dubbi – dei “comandanti vittoriosi” in Africa orientale: il quadrumviro Emilio De Bono (a sinistra, con gli inconfondibili baffi e barbetta, sostituito a inizio conflitto perchè troppo “temporeggiatore”), di Pietro Badoglio (comandante del fronte nord dal 30 novembre 1935) e di Rodolfo Graziani (comandante del fronte sud delle operazioni).

A sinistra, dettaglio della personificazione di Roma con lancia e vittoria; a destra, a cavallo come si conviene, i tre comandanti della spedizione africana: De Bono, Badoglio e Graziani
A sinistra, dettaglio della personificazione di Roma con lancia e vittoria; a destra, a cavallo come si conviene, i tre comandanti della spedizione africana: De Bono, Badoglio e Graziani

In basso altri soldati di cui – posto subito dietro al duce del fascismo e fondatore dell’Impero, uno è a torso nudo e ha una vanga al posto del fucile (simboleggia infatti la “missione colonizzatrice” e le risorse che si pensava di poter sfruttare in Africa orientale), un secondo veste la cuffia e gli occhialoni da pilota della Regia Aeronautica (determinante per gli esiti del conflitto) mentre l’altro, sotto la statua di Roma, reca un cuscino con la corona imperiale.

Da sinistra il quadrumviro della Marcia su Roma Emilio De Bono, il maresciallo d'Italia Pietro Badoglio e il generale Rodolfo Graziani. Furono i comandanti della campagna d'Etiopia
Da sinistra il quadrumviro della Marcia su Roma Emilio De Bono, il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio e il generale Rodolfo Graziani. Furono i comandanti della campagna d’Etiopia

Si potrebbe trattare, ma è solo un’ipotesi, che l’asnonimo aviatore sia un tributo di Edoardo Rubino a Bruno Mussolini, terzogenito del duce e che, giovanissimo pilota di bombardieri nel conflitto, meritò in Etiopia la sua prima medaglia d’argento al valor militare (ne avrebbe avuta una seconda in Spagna, nel 1937, una terza nel 1940 e quella d’oro al valore aeronautico, postuma, nel 1941).

A destra rispetto a Mussolini, in secondo piano e solo in parte visibile, un aviatore con cuffia e occhialoni da pilota: un omaggio "occulto" a Bruno Mussolini, aviatore e figlio del duce?
A destra rispetto a Mussolini, in secondo piano e solo in parte visibile, un aviatore con cuffia e occhialoni da pilota: un omaggio “occulto” a Bruno Mussolini, aviatore e figlio del duce?

I due protagonisti principali, ovviamente, sono il duce del fascismo Benito Mussolini e re Vittorio Emanuele III, ma con un distinguo essenziale nella lettura propagandistica della placchetta di Rubino: mentre il duce è modellato in alto rilievo al centro, in uniforme, la mano tesa a porgere al re la nuova corona imperiale, il re è in secondo piano – quasi irriconoscibile, peraltro -, in piedi su due gradini con un mantello d’ermellino “all’antica”, il collare dell’Annunziata e uno spadone fra le mani.

Un re e imperatore solenne ma "senz'anima" di fronte alla massiccia e marziale figura di Mussolini, al centro della placchetta di Edoardo Rubino: quando la propaganda si fa arte
Un re e imperatore solenne ma “senz’anima” di fronte alla massiccia e marziale figura di Mussolini, al centro della placchetta di Edoardo Rubino: quando la propaganda si fa arte

La figura del sovrano ci appare con un rilievo molto meno accentuato; le ragioni non sono solo prospettiche, ma soprattutto di comunicazione di un messaggio politico: è Mussolini il vero, primo e assoluto vincitore, mentre (rappresentata dal re e novello imperatore) la monarchia è ridotta ad un ruolo di secondo piano nell’Italia dell’epoca, quasi ad un “simulacro” che non è determina i successi del regime (si ricordi anche lo stemma sabaudo sullo stendardo, quasi “evanescente”).

La placchetta di Edoardo Rubino venne commercializzata con successo, all’epoca, e nel dopoguerra ne vennero riprodotte copie, di qualità assai minore e facilmente distinguibili (anzi tutto, per il colore del metallo), per alimentare quel mercato della nostalgia che da sempre è stato legato al ventennio fascista. Gli esemplari originali e in perfette condizioni non sono comuni, specie se ancora nel loro astuccio originale e arrivano a, sul mercato numismatico, anche al prezzo di 300-350 euro.