Il 9 maggio 1936, novant’anni or sono, con la presa dell’Africa Orientale Italiana re Vittorio Emanuele III diventava imperatore. Pochi giorni prima, dal balcone di Palazzo Venezia, il duce Benito Mussolini aveva annunciato alla folla le parole del maresciallo d’Italia Pietro Badoglio: “Oggi 5 maggio, alle ore 16, alla testa delle truppe vittoriose, sono entrato in Addis Abeba”.

Badoglio, subentrato il 17 novembre 1935 ad Emilio De Bono (quest’ultimo già quadrumviro e ministro per le Colonie, sostituito perché troppo attendista per il temperamento del duce), dopo qualche mese, così si esprime nelle conclusioni del suo De bello aethiopico: “Questa grande impresa non ha precedenti nella storia militare coloniale […]. È stata una guerra dalle cui esperienze potranno essere tratti grandi ammaestramenti per la condotta delle guerre future, siano esse coloniali o no. […] La guerra è stata vinta rapidamente, per la nostra immensa superiorità morale, spirituale e culturale, per la schiacciante superiorità degli armamenti e di ogni altro mezzo”.

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Dopo la conquista dell’Africa Orientale Italiana, lo Stabilimento Johnson di Milano conia una “storia metallica” dell’impresa, con medaglie modellate da Emilio Monti (bronzo, mm 45) come questa che esalta l’ingresso in Addis Abeba del 5 maggio 1936 (riconiazione)

 

La guerra “ufficiale” italiana in Etiopia si conclude col ricordato ingresso in Addis Abeba, dopo appena sette mesi dall’inizio del conflitto, avvenuto il 3 ottobre 1935, ma la realtà è ben diversa.

La guerra è tutt’altro che terminata, nonostante il silenzio imposto sul tema dagli organi di comunicazione ufficiali del regime. Almeno centomila soldati dell’esercito del deposto negus Hailé Selassié promuovono una guerriglia contro l’italiano invasore, soprattutto nei territori periferici. Meno di un quarto del territorio etiopico è realmente occupato e sotto il controllo delle truppe italiane.

Dal 5 maggio 1936 comincia una guerra segreta, senza comunicati ufficiali, nascosta dalla censura del regime, che terrà impegnate le truppe italiane fino al 1941, quando l’esercito britannico invaderà i territori dell’Africa Orientale Italiana (Eritrea, Etiopia e Somalia italiana) dal Sudan a nord e dal Kenya a sud, mettendo rapidamente fine all’effimero e costosissimo impero fascista.

Il soldato italiano spezza le catene che tengono in schiavitù la giovane (e procace) ragazza africana: la guerra coloniale, “altissima missione di civiltà” viene propagandata dal regime anche come avventuroso approdo per il maschio italico

 

La conquista dell’Abissinia e la creazione dell’Africa Orientale Italiana provoca esaltazioni letterarie, poetiche e giornalistiche, più o meno retoriche e strampalate, purtroppo anche da parte di esponenti di spicco del panorama italiano culturale di allora.

Angelo Del Boca, il primo studioso italiano a fare luce sugli atroci mezzi utilizzati dai nostri soldati contro quelli etiopici, afferma di aver cercato invano, nella sterminata produzione di memorie della guerra d’Etiopia, un’annotazione sull’occupazione di Addis Abeba che non fosse estremamente euforica, a volte delirante.

Così come invano ha cercato parole di pietà per i 275.000 etiopici, militari e civili, uccisi dagli italiani a partire dal 3 ottobre 1935 quando, senza dichiarare guerra, Mussolini ordina l’invasione dell’Etiopia.

Ufficialmente la guerra è scoppiata per regolare i vecchi conti della disfatta di Adua (1896), e per attuare la “nobilissima missione di portare la civiltà in un paese semibarbaro”. Anche grazie alla paziente ricerca storica di studiosi come Del Boca, oggi sappiamo che la verità è diversa.

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La presa di Adua del 6 ottobre 1935 sana la ferita della cocente sconfitta subita dal Regio Esercito nel 1896 quando le truppe del negus Menelik II provocarono migliaia di caduti, feriti e prigionieri ponendo fine all’avventura coloniale di età umbertina

 

Non fu per vendicare Adua che Mussolini ha organizzato la più grande e costosa impresa coloniale di tutti i tempi, bensì per scatenare una guerra di sterminio col preciso intento di creare larghi vuoti nella popolazione del paese da riempire con milioni di italiani affamati di terra e di lavoro, prendendo come spunto un incidente presso la indistinta frontiera con la Somalia italiana.

Non ci fu una dichiarazione di guerra, per disprezzo nei confronti dell’Abissinia e del negus, al fine di sottolineare nel modo più becero che il paese africano era incivile e selvaggio, profondamente diverso dalla civile Italia.

Onde evitare figuracce di portata internazionale, memore di quanto accaduto ad Adua nel 1896, Mussolini nel 1935 svuota gli arsenali nazionali, dà fondo alle riserve auree del paese, e invia centinaia di navi in Eritrea e Somalia con a bordo armi, aerei e soldati in una misura mai vista prima di allora per una campagna coloniale.

Il solo De Bono, sul fronte settentrionale, può gestire un esercito cinque volte superiore a quello schierato dal Generale Baratieri, nel 1896, contro Menelik II. Ma la vera differenza, tra l’esercito invasore e quello etiopico, la fanno l’aviazione e le armi chimiche, nonostante queste ultime fossero esplicitamente bandite e vietate dalla Società delle Nazioni.

Il ruolo della Regia Aeronautica (che tuttavia impiegò anche armi chimiche vietate dalle convenzioni internazionali) viene esaltato su questa medaglia, sul cui dritto una formazione di Caproni Ca. 133 sgancia bombe su Harrar

 

Durante la guerra d’Etiopia Mussolini e i generali Badoglio e Graziani si macchiano della gravissima onta di aver ordinato l’uso di aggressivi chimici, al fine di fiaccare più velocemente l’orgogliosa resistenza etiopica.

Roberto Gentilli ha accertato che le armi chimiche italiane usate in Etiopia furono di quattro tipi: gas soffocanti (fosgene, disfosgene, cloropicrina); gas vescicanti (iprite, levisite); gas lacrimogeni e starnutatori (cloroacetofenone, arsina); gas tossici (benzolo).

Lo stesso studioso nel 1992 ha reso noti, altresì, gli elenchi completi dei bombardamenti chimici compiuti dall’aviazione fascista: sul fronte Nord furono 65, caratterizzati dallo sgancio di 1.020 bombe C.500.T; sul fronte Sud i bombardamenti furono 38 con lo sgancio di 95 bombe C.500.T, 172 da 21 kg caricate ad iprite, 6 da 31 kg caricate a fosgene e 300 ordigni al fosgene da 40 kg.

Tra quelli menzionati l’agente chimico più pericoloso era l’iprite, irrorata sul nemico dall’aviazione mediante bombe denominate C.550.T (“C” sta per “chimica”, “T” indica che la spoletta era a “tempo”, “500” indica le dimensioni dell’ordigno, uguali a quelle della bomba esplosiva da 500 kg), pesanti 280 kg ciascuna e contenenti 212 kg di iprite. Queste bombe erano progettate per esplodere prima di toccare il suolo, nebulizzando il liquido corrosivo e mortifero su un’area ellittica di circa 500/800 metri per 100/200 metri.

Gli effetti nocivi durano diversi giorni e proprio per questo l’iprite viene utilizzata in zone lontane dal fronte, in modo da evitare di contaminare le truppe italiane. Nonostante ciò, nessun militare o esponente politico fascista è mai stato inquisito e perseguito per crimini di guerra.

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Pietro Badoglio e Rodolfo Graziani sono tra i protagonisti delle operazioni militari in Africa Orientale Italiana: il primo è esaltato come “vittorioso condottiero” a Dessié, il secondo per la conquista della città di Neghelli, per la quale ottiene il titolo di duca

 

Non si può, parimenti, tacere che anche gli abissini utilizzarono contro le nostre truppe armi letali, come le tristemente famose pallottole dum-dum, bandite dai conflitti fin dal 1899 dalla Convenzione dell’Aia. Erano proiettili che esplodevano dopo essere penetrati nel corpo della vittima, provocando gravi ferite, difficilmente curabili.

Altra verità è che gli abissini si macchiarono ripetutamente di barbarie quali l’evirazione dei prigionieri e sevizie ai cadaveri. Un esempio della barbarie riservata dagli etiopici ai prigionieri italiani si rinviene nella triste storia di Tito Minniti, sottotenente della Regia Aeronautica, nato a Placanica (RC) il 31 luglio 1909 e atrocemente ucciso dagli etiopici a Dagabur il 26 dicembre 1935.

Dopo essere stato abbattuto col suo velivolo e catturato, fu oggetto di atroci sevizie, culminate nell’evirazione, che lo portarono ad una orrenda morte. Il suo cadavere fu squartato e sezionato e la sua testa venne infissa su una picca. Purtroppo di casi come questo ve ne furono parecchi. Al sottotenente Tito Minniti venne conferita la medaglia d’oro al valor militare e fu intitolato l’aeroporto di Reggio Calabria.

Con uno sforzo bellico al di sopra delle proprie possibilità, l’Italia conquista l’Etiopia: vengono impiegati migliaia di automezzi, cannoni e perfino carri armati anche se i nostri reparti corazzati impiegano veicoli molto modesti, come gli L3/33 detti “scatole di sardine”

 

Anche l’Etiopia, come l’Italia, nel 1935 faceva parte della Società delle Nazioni con sede a Ginevra. Uno stato membro che ne attaccasse un altro era ritenuto aver commesso un atto di guerra contro tutti gli altri paesi membri, sui quali ricadeva automaticamente l’obbligo di interrompere gli scambi commerciali con l’aggressore.

Mussolini riconosce di aver violato le regole della Società delle Nazioni, ma sostiene che una censura contro l’Italia non può essere intesa che come un ingiustificato tentativo di umiliarla, essendo inammissibile che l’Italia fosse messa sullo stesso piano dell’incivile Etiopia.

La Società delle Nazioni dichiara l’Italia paese aggressore il 7 ottobre 1935 (4 giorni dopo l’invasione) e pochi giorni dopo vota le sanzioni, sotto la pressione di Francia e Gran Bretagna. Le sanzioni risultano inefficaci: gli inglesi non sbarrano Suez ai convogli mercantili e militari italiani e la stessa Società delle Nazioni esclude i prodotti petroliferi dalle merci oggetto dell’embargo. Inoltre alcuni Paesi non facenti parte del sodalizio, come Stati Uniti d’America, Germania e Giappone, si rifiutano di aderire all’embargo.

In definitiva le sanzioni economiche sono abbastanza efficaci da rendere popolare la guerra d’Etiopia in Italia, anche grazie alla notevole attività di propaganda messa in piedi dal governo, ma neppure lontanamente sufficienti ad arrestare l’invasione dell’Etiopia.

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Della serie di medaglie dedicate alla campagna in Africa Orientale Italiana fa parte anche questa emissione che esalta la “Giornata della fede” e riporta le parole della regina Elena pronunciate nel donare il proprio anello nuziale alla Patria

 

Il duce, non appena Ginevra impone le sanzioni economiche contro l’Italia, ha una trovata: istituisce la “Giornata della fede” il 18 novembre 1935. Tutti gli italiani sono invitati a donare l’anello nuziale per rimpinguare le riserve auree della Patria, per dare linfa vitale allo Stato fascista sotto ingiusto attacco da parte della Società delle Nazioni. Oro in cambio di un anelletto di ferro, di nessun valore commerciale, seppur dall’elevatissimo valore simbolico.

Con questo stratagemma, il regime rastrella circa 35,5 tonnellate di oro e 114 di argento. Tutti gli storici sono concordi nel dire che l’iniziativa ottiene una partecipazione sentimentale trasversale rispetto alle divisioni di classe e di vedute politiche. Offrono, infatti, alla Patria i propri anelli nuziali ed altre gioie alcuni senatori e personaggi politici e del panorama culturale di allora tutt’altro che allineati col regime fascista.

L’occupazione di Addis Abeba, abbandonata dal negus Hailé Selassié poco prima dell’ingresso delle truppe italiane, provoca in Italia un entusiasmo senza precedenti, con ogni probabilità reale e autentico. Stando ai dati del Ministero dell’Interno, il 5 maggio 1936 almeno trenta milioni di persone accorrono nelle piazze di tutte le città d’Italia richiamati dalle sirene delle fabbriche e dal suonare a festa delle campane.

A Roma, in Piazza Venezia, si radunano circa 400 mila persone, che acclamano con impeto ed entusiasmo il duce del fascismo nel momento in cui si affaccia, alle ore 19.45 secondo le cronache, al fatidico balcone di Palazzo Venezia.

Per Mussolini, il maggio del 1936 rappresenta l’apoteosi del consenso in oltre un ventennio di dittatura: la proclamazione dell’Impero gli conferisce un’aura di prestigio politico internazionale mai raggiunta, ma destinata presto ad eclissarsi

 

Mussolini, in uniforme di comandante generale della Milizia, pronuncia un discorso breve, comunica l’ingresso trionfale delle truppe di Badoglio in Addis Abeba e annuncia, mentendo, all’Italia e al mondo la fine delle ostilità ed il ristabilimento della pace. Concluso il discorso il capo del fascismo si ritira nel palazzo, ma per dieci volte viene richiamato al balcone dalla folla in delirio.

Se l’adunata “oceanica” del 5 maggio costituisce per Mussolini un trionfo, quella del 9 maggio, passata alla storia come la notte della proclamazione dell’Impero, addirittura segna la sua apoteosi. La sera del 9 maggio il duce convoca il Gran Consiglio del fascismo che, in un quarto d’ora,  delibera di conferire a re Vittorio Emanuele III il titolo di imperatore d’Etiopia e a Mussolini quello di “fondatore dell’Impero”. Poi il capo del fascismo si affaccia al solito balcone di Piazza Venezia per annunciare “la riapparizione dell’Impero sui colli fatali di Roma”.

In realtà qualcosa di fatale ci fu per le sorti della nazione, e fu proprio l’impero, lontanissimo dalla madrepatria, difficilmente raggiungibile e rifornibile di armi e materie prime, privo o quasi di infrastrutture, privo di giacimenti di qualsivoglia natura, vero e proprio buco nero per le risorse, già esauste, della Nazione, chiaramente indifendibile, come poi avvenne nel 1941, circondato com’era da territori ben presidiati dalle forze armate britanniche.

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Vittorio Emanuele III di Savoia cinge la corona imperiale d’Etiopia: anche per lui, dopo i giorni esaltanti alla fine della Grande Guerra, si tratta di un grande risultato anche se il ruolo della dinastia è già in secondo piano rispetto a quello del duce

 

Il 9 maggio 1936 il duce si affaccia al balcone che dà su Piazza Venezia alle ore 22.30: è un’esplosione di evviva, di suoni, di trombe, di acclamazioni entusiastiche, di bandiere ondeggianti e frementi. Il capo del fascismo dichiara solennemente che i territori e le genti che appartenevano all’Impero d’Etiopia sono posti sotto la sovranità piena e intera del Regno d’Italia e che il titolo di imperatore d’Etiopia è assunto per sé e per i suoi successori dal Re d’Italia. Il messaggio è chiaro: l’Italia ha il suo impero, in Africa Orientale Italiana, fermamente voluto e fondato dalla ferrea volontà fascista e la vittoria è stata imposta dal fascismo in faccia a tutto il mondo, nonostante le sanzioni economiche votate dalla Società delle Nazioni.

Successivamente il duce assesta un colpo basso nei confronti di Vittorio Emanuele III, dichiarando se stesso e il re “primo maresciallo dell’Impero”, ponendosi, dunque, allo stesso livello del sovrano e scatenando le ire del Quirinale.

Il 1936 è senza dubbio l’anno in cui il fascismo e il suo duce raggiungono il culmine dei consensi in Italia, con Mussolini che assurge ad essere invincibile, statuario, quasi divino, infallibile nel forgiare gli animi italiani e il destino della Nazione. Il consenso per il regime si trasforma in consenso per il duce, e non sarà mai più così alto.

 

Imitanto l’antica Roma, la fondazione della nuova colonia d’Africa viene raffigurata con un mix di simboli antichi – il novello Romolo che ne traccia i confini – e attuali come l’aereo, la prua di nave, i veicoli bellici che ornano la colonna trionfale

 

Declinerà anno dopo anno fino ai drammatici eventi della Seconda guerra mondiale ed al fatale “Ordine del giorno Grandi” della seduta del Gran Consiglio del fascismo del 25 luglio 1943.

Risulta interessante, a questo punto, analizzare i costi dell’impresa in Africa Orientale Italiana. La guerra “ufficiale”, quella “dei sette mesi”, fece contare tra le fila italiane 4350 morti e 9000 feriti, cui si devono aggiungere altri 4500 caduti tra ascari eritrei, somali e libici che combatterono per i colori italiani, ed un costo di 40 miliardi di lire, astronomico per i tempi.

Durante la guerriglia che continuò dopo il 5 maggio 1936 fino alla liberazione dell’Etiopia nel 1941, resteranno uccisi dieci volte più soldati italiani che nella guerra ufficiale. Il disavanzo del bilancio nazionale schizzò, tra il 1934 e il 1937, da due a sedici miliardi di lire. I prezzi interni salirono alle stelle ed alla fine del 1936 il governo fascista si dovette rassegnare all’inevitabile, annunziando una svalutazione del 40% della lira.

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Un’altra medaglia che esalta il ruolo “civilizzatore” dell’invasione italiana: un etiope, rappresentato con di sfondo il suo villaggio di capanne, sostiene un fascio littorio come simbolo del nuovo potere al quale egli, ben volentieri (?), si sottomette

 

Tutto ciò fu causato dalle ingenti spese di guerra ma, soprattutto, dalle spese per la gestione dell’impero: in Africa Orientale Italiana, in meno di cinque anni, le nostre aziende realizzarono strade, ponti, scuole, centrali elettriche, ospedali, industrie, per un valore di circa 300 milioni di dollari dell’epoca, investimenti che lo Stato etiopico non sarebbe stato in grado di affrontare neppure in un secolo!

L’effimero impero italiano nel Corno d’Africa, comunemente conosciuto come Africa Orientale Italiana (A.O.I.) restò in vita per appena cinque anni, fino al 1941, quando si sciolse come neve al sole di fronte alla controffensiva delle truppe britanniche.

Per strano che possa sembrare, in Italia sono pochissimi a rimpiangere il perduto impero. Le sconfitte militari hanno, ormai, cambiato le prospettive e circolano voci su come l’Africa Orientale Italiana ha risucchiato danaro pubblico: stando alle parole del duca d’Aosta, senz’altro autorevoli in quanto viceré dal febbraio 1938, quando sostituì Rodolfo Graziani, “metà dei funzionari italiani in Etiopia è corrotta, l’altra metà incompetente”.

 

 

 Bibliografia essenziale

  •  Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa orientale, Laterza, Bari, 1979
  • (idem), L’impero dei cinque anni, in Le guerre coloniali fasciste, Regione Emilia Romagna – Comune di Ferrara, Bologna, 1985
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  • (idem), La guerra d’Etiopia, Longanesi, Milano, 2010
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  • De Grand, Breve storia del fascismo, Economica Laterza, Roma-Bari, 1994
  • Luigi Goglia, Storia fotografica dell’Impero fascista 1935-41, Laterza, Bari, 1985
  • Felice Guarneri, Battaglie economiche tra le due grandi guerre, Garzanti, Milano, 1953
  • Nicola Labanca, Una guerra per l’impero. Memorie della campagna d’Etiopia 1935-36, il Mulino, Bologna, 2005
  • (idem), Storia dell’espansione coloniale italiana, il Mulino, Bologna, 2002
  • Valentino Piccoli (a cura di), Scritti e discorsi dell’Impero (novembre 1935-XIV – 4 novembre 1936-XV E.F.), Ulrico Hoepli, Milano, 1936
  • Stefani, Colonia per maschi. Italiani in Africa Orientale: una storia di genere, Ombre Corte, Milano 2007
  • Petra Terhoeven, Oro alla patria. Donne, guerra e propaganda nella giornata della Fede fascista, il Mulino, Bologna, 2006