In numismatica siamo soliti definire “medaglia di massimo modulo” una coniazione di dimensioni straordinarie, ovvero la medaglia più grande che, con la tecnica di conio disponibile in una certa epoca, si riusciva a realizzare.
Di una medaglia di massimo modulo del 1911 parliamo in queste righe, e si tratta di un’opera realizzata per solennizzare il primo mezzo secolo del Regno d’Italia che venne celebrato come un traguardo di grande importanza sia dal governo nazionale che dalla Corona. Frutto ormai pressoché compiuto (le ultime “terre irredente” sarebbero state acquisite a seguito della Prima guerra mondiale), l’unificazione italiana fu fra l’altro, a distanza di mezzo secolo, l’occasione per esaltare i progressi industriali e commerciali del Paese, la ricchezza della sua cultura e della sua storia e, naturalmente, il ruolo di Casa Savoia.

Vittorio Emanuele III di Savoia, nel 1911, festeggia sul trono il mezzo secolo del Regno d’Italia
“Un mezzo secolo è trascorso dal giorno in cui Camillo di Cavour otteneva che il Parlamento trasformasse in legge l’alta visione della patria Unità, che nella coscienza del grande statista già era salda certezza, ma in molte anime soltanto lontana speranza”. Con queste parole, il conte Enrico di San Martino Valperga inaugurava l’Esposizione Internazionale di Torino del 1911 che rappresentò – assieme alle celebrazioni romane, fiorentine e a quelle organizzate nel resto della Penisola – una formidabile “vetrina italiana” negli anni spensierati di quella Belle époque che sarebbe naufragata di lì a poco nella “inutile strage” – come la definì Papa Benedetto XV – della Grande Guerra.
Vittorio Emanuele III, il “re numismatico”, volle che tutti gli Italiani – o, per lo meno, i collezionisti di monete – conservassero memoria del Cinquantenario del Regno grazie ad una serie di quattro splendide coniazioni – da 50 lire in oro, da 5 e 2 lire in argento e da 10 centesimi in rame – che, ideate da Domenico Trentacoste ed incise dall’abilissimo Luigi Giorgi, celebravano l’Italia e Roma, il progresso e le origini del nostro Paese attraverso una modellazione raffinata e una realizzazione tecnicamente perfetta.

La serie di monete del Cinquantenario: le preziose 50 lire oro, le 5 e 2 lire in argento, i 10 centesimi in rame coniati dalla Regia Zecca su modelli di Domenico Trentacoste e con coni incisi da Luigi Giorgi
Seppur in tutto e per tutto monete spendibili, oltre che commemorative, quelle della serie del Cinquantenario meritano un cenno per la loro affinità espressiva e di impostazione con la medaglia classica e, in particolar modo, con gli stilemi di quest’arte a cavallo tra Ottocento e Novecento: l’equilibrio compositivo, la finezza dei dettagli e la ricchezza simbolica – si vedano la nave, l’aratro e le personificazioni di Roma e dell’Italia – collocano infatti questa serie su di un piano artistico e comunicativo più elevato rispetto ai tagli di normale circolazione.
Ben più numerose, rispetto alle monete, furono le medaglie celebrative emesse da istituzioni pubbliche, associazioni private, realtà industriali e commerciali in richiamo al mezzo secolo dell’Italia unita, ai suoi artefici e agli episodi di eroismo e amor di Patria di cui fu costellata l’epopea risorgimentale. Tra queste, spicca una rara medaglia di massimo modulo (120 millimetri) scaturita dal talento di modellista di Giannino Castiglioni e dalla perizia nell’incisione di Giuseppe Cappuccio, entrambi operanti presso quello Stabilimento Johnson di Milano che, attivo fin dal 1836, rappresentava ad inizio Novecento la più importante ed attiva zecca privata della Penisola.
Colpisce, anche agli occhi del profano, come dritto e rovescio si presentano, sotto il profilo stilistico, nettamente diversi: se il recto, infatti, è lineare e nitido, agevole alla lettura nel suo apparire più epigrafico che iconografico, il secondo ospita una composizione figurativa di notevole complessità che si sviluppa in cerchio attorno ad una meno evidente, seppur importante, simbologia centrale.

Dritto della medaglia di massimo modulo del 1911 modellata da Giannino Castiglioni e battuta su coni incisi da Giuseppe Cappuccio per lo Stabilimento Johnson di Milano
I marziali ritratti accollati di Vittorio Emanuele II e del nipote – all’epoca “felicemente regnante” – scandiscono la metà superiore del recto, tra foglie d’alloro e di quercia; più in basso, i nomi dei sovrani e un’iscrizione celebrativa completano la composizione. Manca il profilo di Umberto I, chissà perché… Al verso, l’aquila sabauda coronata ad ali spiegate, caricata in petto dell’arma reale, distende gli artigli a “ghermire” gli stemmi delle tre città capitali del Regno (Torino, Firenze e Roma) e le date delle rispettive proclamazioni (1861, 1865 e 1870).
Sulla corona esterna del rovescio vengono invece celebrate la dinastia sabauda e l’epica del Risorgimento: si riconoscono il Conte Verde e il Conte Rosso, Emanuele Filiberto, Carlo Emanuele I, Vittorio Amedeo II, Carlo Alberto che concede lo Statuto e Vittorio Emanuele II “padre della Partia”; con loro, variamente alternati, alcuni patrioti, un artigliere, l’eroe Pietro Micca.
Chiude il corteo una vittoria alata che porge un serto ed una corona all’Italia, in piedi su un cocchio trainato da destrieri. Non manca nemmeno la scena bucolica con la seminatrice e i buoi all’aratro, illuminati dalla fiaccola della Civiltà. Tante, infine, le anonime raffigurazioni di uomini, donne e bambini, simbolo di quel popolo che, al pari di generali e statisti, fu protagonista del Risorgimento e del processo di unificazione.

La storia di Casa Savoia, l’epopea del Risorgimento, figure allegoriche e popolari: ecco il rovescio della grande medaglia con al centro l’aquila dinastica e gli emblemi delle tre capitali Torino, Firenze e Roma
Allo stesso rimasero senza volto né riconoscimento – almeno in questa celebre medaglia – personaggi celeberrimi come Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini e lo stesso Camillo Benso conte di Cavour i quali, pur non facendo parte della Casa Reale, forse più della stessa dinastia avevano contribuito in concreto a “fare l’Italia”: una scelta dettata, con ogni probabilità, dal desiderio di esaltare la monarchia sabauda quale perno della nuova Nazione.
Nella stessa direzione va anche la legenda del nastro sul quale poggiano le figure storiche ed allegoriche; qui trova infatti spazio – omaggio al padre della lingua italiana – parte di una terzina di Dante adattata, nella forma, ai tempi moderni: “Secol si rinnova; / torna giustizia e primo tempo umano / e progenie scende dal ciel nuova” (Purgatorio, XXII, 70-72). È Stazio che si rivolge a Virgilio, con queste parole, confessandogli come sarebbe stata una sue delle Egloghe – nella quale si leggeva, in epoca medievale, una profezia dell’avvento del Cristianesimo – a spingerlo alla conversione.
Dal Trecento al Novecento, e dalla carta al metallo, tuttavia, le parole dell’Alighieri mutano la loro semantica per celebrare l’ancor giovane Regno e la sua storia. Una sorta di “licenza poetica” in medaglia, dunque, tenuto conto che del resto, già nel De monarchia, Dante aveva sollevato la questione dell’unità nazionale e nello stesso Purgatorio (VI, 105) – definendo l’Italia “’l giardin de lo ‘mperio” – ne aveva teorizzato il ruolo di guida in un mondo sorretto dagli ideali della romanità e del Cristianesimo.

Di estrema rarità, la versione in argento della medaglia di massimo moduolo del 1911 supera i 900 grammi di peso
Un ruolo che la Nazione italiana e i Savoia avrebbero tentato di giocare, con intenzioni non sempre lodevoli ed alterni risultati, nei decenni che seguirono quel Cinquantenario, quell’ormai lontano 1911 che oggi, trascorso un secolo, anche grazie all’arte della medaglia possiamo tentare di conoscere meglio e di comprendere appieno.
La medaglia di massimo modulo del 1911 per il 50° anniversario dalla proclamazione del Regno d’Italia è nota in bronzo con pesi che variano da circa 650 a oltre 800 grammi (in ogni caso, rarissima) ed è di estrema rarità in argento, con un peso che oscilla tra i 930 e i 940 grammi. La medaglia è catalogata al n. 79 (p. 51, ill. a p. 88) del repertorio 150 anni di medaglie Johnson. 1836-1986 pubblicato a Milano nel 1986.






































